domenica 25 novembre 2018

Eleanor Oliphant is completely fine - Gail Honeyman


Era da un po’ che corteggiavo questo libro, lo vedevo ovunque, mi saltava fuori in continuazione durante le mie ricerche online, in tutte le newsletter a cui sono iscritta, pop up, Facebook… ho resistito fino a quando l’ho trovato a un prezzo stracciatissimo su un sito di libri usati che ho scovato qui in Uk e sto testando.

A proposito del sito, la prima consegna era andata benissimo. Avevo ricevuto due libri come nuovi a un quarto del loro prezzo di copertina. 
La seconda invece, in cui c’era anche Eleanor Oliphant, non è andata così bene. I libri erano molto sporchi e a questo si staccano alcune pagine e altre sono evidentemente state bagnate. Insomma un libro molto vissuto. 
A favore del sito devo dire che dopo il mio garbato reclamo sono stata subito rimborsata.

Quindi le cose con Eleanor non sono iniziate benissimo.

A peggiorare il mio pregiudizio è stato quel logo Costa Book Awards Winner che mi ha fatto subito pensare a un libro molto commerciale, e probabilmente sentimentale.
Poi mentre, irritata, lo sfogliavo cercando di rimetterne insieme le pagine, ho iniziato a leggerlo

“When people ask me what I do - taxi driver, dental hygienist- I tell them that I work in an office. In almost nine years, no one’s ever asked what kind of office, or what sort of job I do there. I can’t decide whether that’s because I fit perfectly with their idea of what an office worker looks like, or whether people hear the the phrase work in an office and automatically fill in the blanks themselves -…”

Ed è stato difficile metterlo giù.

“I work in an office” è la risposta che dò io ultimamente, in modo molto elusivo, sperando di dissuadere l’interlocutore a fare altre domande. E mi ha fatto subito simpatia.

Non ci sono preamboli in questo romanzo, si fa subito la conoscenza di Eleanor, si entra nella sua casa, si va nel suo ufficio e si vive con lei.
Chi è Eleanor? È una donna di quasi trent’anni che va in ufficio dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 17.30, con un’ora di pausa in cui mangia un panino e risolve un cruciverba.
Poi prende l’autobus per tornare a casa, dove si prepara una cena semplice, si fa la doccia, e dopo legge o guarda un po’ di televisione. Il mercoledì parla al telefono con sua mamma, per circa quindici minuti.
Il venerdì non torna direttamente a casa ma si ferma a comprare una pizza margherita surgelata, una
bottiglia di vino e due bottiglie di vodka. A questo punto è pronta per il weekend.
Il lunedì mattina deve schiarirsi un po’ la voce prima di uscire di casa, dato che non ha parlato con nessuno per due giorni consecutivi.

E quindi chi è Eleanor? È una donna sola, con delle strane cicatrici sul viso, con comportamenti giudicati asociali e bizzarri dai più. È una donna che ogni venerdì compra due litri di vodka e che ogni sei mesi riceve una visita dagli assistenti sociali. È una donna di quasi trent’anni che ogni mercoledì puntualmente parla con sua mamma, una mamma che farebbe sentire inadeguato qualunque figlio, una madre che è tutto ciò che non dovrebbe essere.

E poi c’è Raymond che è, invece, il classico bravo ragazzo. Un informatico, gentile e altruista.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per un bel romanzo sentimentalone: un’infanzia difficile, la solitudine, la diversità, la sofferenza, l’innamoramento. Ma l’autrice non scivola nella melassa.
Non ho mai provato compassione per Eleanor, ma empatia. Non mi sono mai sentita dire “poverina”
piuttosto mi sono arrabbiata per e con lei. Ho avuto i brividi, e mi sono anche ritrovata a sorridere spesso.
Eleanor è, come dice lei stessa, una sopravvissuta. Una sopravvissuta che a un certo punto ha deciso di ricominciare a vivere.

“Sometimes you simply needed someone kind to sit with you while you dealt with things.”

A volte hai bisogno solo di qualcuno che si sieda accanto a te mentre ti occupi delle tue cose… e di una gatta ;)

Gail Honeyman, Eleanor Oliphant is completely fine, Harper Collins, 2017.

mercoledì 17 ottobre 2018

A caccia di readers


L’Inghilterra mi sta regalando anche l’esperienza di essere una lettrice clandestina. Già, i casi della vita mi hanno portata a lavorare in un ambiente, anzi due a dire il vero, in cui il libro è guardato con sospetto e essere un reader è un marchio se non di infamia, di eccentricità e alienazione.


È una situazione del tutto nuova per me. Normalmente mi mette molta tristezza ma ultimamente ho scovato altre due lettrici in incognito e si è riacceso un barlume di speranza e un pizzico di brivido da clan segreto.
Una legge al buio nella sala pranzo la mattina presto, mentre sorseggia la sua tazza di the prima di mettersi al lavoro; l’altra si concede una pausa pranzo solitaria per godersi il suo libro.
Io al momento sono ancora combattuta tra il bisogno di socializzare e quello di una conversazione più interessante.
Eh sì perché gli argomenti più gettoni della pausa pranzo sono le serie Netflix (psss.. non ce l’ho, io, ma non ditelo a nessuno) vari programmi tv e qualche rara scorribanda nel royal gossip.
“Hai sentito che Meghan aspetta un bambino?”
“Che bello! Meghan in Account o Supply?”
... faccia inorridita... Meghan Markle, la duchessa di...
Faccia stranita, la mia, questa volta,... almeno ho la scusa di essere italiana...



Comunque, in questo clima di clandestinità e cospirazione, sto cercando di portare avanti le mie letture.
Spesso ho un libro nascosto nel quaderno degli appunti e ne leggo qualche riga quando ne ho l’occasione.
Si procede lentamente e con cautela, ma forse, tra non molto potrò finalmente tornare a recensire qualcosa.


venerdì 15 giugno 2018

The secret garden - Frances Hodgson Burnett

"Is the spring coming?" He said. "What is it like? You don't see it in rooms if you are ill."
"It is the sun shining on the rain and the rain falling on the sunshine, and things pushing up and working under the earth," said Mary.

(Frances Hodgkin Burnett, The Secret Garden, Vintage Books, London 2012)

Ho riletto Il giardino segreto, in inglese. È stato bello trovare descritti paesaggi ora familiari e amati, il moor, la brughiera selvaggia e bellissima, il tempo imprevedibile, il vento forte, la pioggia costante e il sole improvviso, splendido e caldissimo. Il cielo blu e l'erica viola che riempie le colline come un mare ondeggiante, il verde intenso dei prati, le fioriture rigogliose.
È stato divertente, anche se difficile, ritrovare la parlata, non proprio raffinata, di queste parti, in bocca alle domestiche e ai bambini.

Al di là dei due caratterini dei personaggi principali, Mary e Colin, e dell'intreccio, ciò che più mi è piaciuto è la descrizione della natura, dei suoi cambiamenti e dei suoi effetti.
Mi sono incantata a leggere il rifiorire del giardino, i movimenti degli animali, a vedere l'interazione di questi con le persone. 
Mi sono divertita a imparare i nomi dei fiori e delle piante in inglese e a cercarne le immagini.

Sarà l'età che avanza, sarà la vita frenetica che mi ritrovo a vivere, sarà che abbiamo da poco adottato una gattina, sarà che vedo sempre i bambini più sereni quando siamo nella natura, sarà che qui i paesaggi sono da sogno, ma, da un po' di tempo a questa parte, la campagna esercita una forte attrattiva su di me.
E mi ritrovo a sognare un cottage in campagna, con un pezzettino di terra da coltivare.

domenica 18 marzo 2018

Olive Kitteridge - Elizabeth Strout

Perché mi piace Elizabeth Strout? 
Perché racconta la vita vera, quella quotidiana, quella di tutti, quella ordinaria per dirla con le sue parole.

"I am an ordinary person. And the people I know, and have known all my life, are ordinary people. And by this, I mean: they are just living their lives: losing their keys, having lunch, worrying about their kids, worrying about money, or planning a vacation."
(Da un'intervista letta sul sito di Penguin Books)

Racconta di situazioni (e emozioni) in cui tutti ci siamo trovati, ci troveremo o potremmo trovarci.
In Olive Kitteridge racconta di matrimoni che durano nonostante le difficoltà, di quelli che finiscono a causa di un tradimento o di quelli che si salvano proprio grazie a questo tradimento.
racconta di figli che sposano mogli "sbagliate", di rapporti madre-figli fraintesi e malvissuti, di malattie improvvise che ti sottraggono il sostegno di una vita, o di quelle lunghe ed estenuanti.

Tutto questo viene raccontato con naturalezza e spontaneità. le vite ordinarie tali rimangono, non si elevano solo per il fatto di essere dette.
Seguiamo i personaggi nelle fasi cruciali della loro vita adulta: lavoro, matrimonio, figli, vecchiaia.
Nessun punto di vista risulta predominante, non c'è un giusto o uno sbagliato in assoluto. Ci sono scelte, o tentativi.
Ci sono modalità diverse di approcciarsi ai casi della vita.

Non voglio sbilanciarmi troppo, e io per prima prendo questa mia espressione con le pinze, ma mi azzarderei a dire che è quasi una Jane Austen moderna.
Anche Jane racconta la vita quotidiana, rappresentandola quasi visivamente, non lasciando spazio a divagazioni pseudo-psicologiche, flusso di coscienza, dietrologie, tanto care a buona parte della letteratura dal Novecento in poi.

Ecco, ora che l'ho scritto, mi sono già pentita di questo paragone, se non altro perché non trovo altre somiglianze, ma mi vengono in mente tutte le mancanze.
Le manca l'ironia sottile di Jane, la prosa pacata e impeccabile, l'universalità, il genio,... e probabilmente l'aura di fascino data dal passato (e da i quei lunghi abiti in mussolina).

Ma non fraintendetemi, è una scrittrice che vale davvero la pena leggere e che si è guadagnata un posto stabile sul mio comodino.

venerdì 26 gennaio 2018

My name is Lucy Burton - Elizabeth Strout

I rapporti madre- figlia sono spesso complicati, è cosa nota.
Quando poi cresci in una famiglia talmente povera da dover vivere in un garage nel bel mezzo dei campi di mais di una polverosa e sperduta cittadina dell'Illinois, con un padre reduce dalla guerra del Vietnam che l'ha segnato profondamente e una madre di poche, pochissime parole e, se non forse incapace di amare, sicuramente incapace di dirlo quell'amore, le cose si complicano ulteriormente.
Se poi tu ti ritrovi ad essere la figlia che ce l'ha fatta, che è riuscita ad andare via da quel posto, da quella casa, che è andata al college, ha trovato un marito, costruito una famiglia "normale", si è trasferita nella scintillante New York dove ha un lavoro che le consente di essere non solo benestante, ma addirittura famosa, be' sei condannata a interrogarti per sempre su quel rapporto.
 Soprattutto quando diventi anche tu madre, di due figlie femmine.

Capita poi che sei costretta in un letto d'ospedale per cinque lunghe settimane, tuo marito cerca di mandare avanti la casa e di prendersi cura delle tue bambine, e viene a trovarti raramente. All'improvviso si materializza ai piedi del tuo letto d'ospedale tua madre. Quella madre che non vedevi più da quando te ne sei andata di casa, che non ha mai conosciuto le tue figlie, con cui non hai alcun rapporto. Eppure è lì e ti chiama con il tuo soprannome di bambina. Non ti chiede niente di te, della tua famiglia, del tuo lavoro e nemmeno della tua salute. Non ti racconta nulla di tuo padre o dei tuoi fratelli.
Semplicemente c'è.
E come si riempie il silenzio di una camera d'ospedale?
Con quelli che sembrano pettegolezzi e aneddoti, ma sono tante storie di madri e figlie.

E all'improvviso come è arrivata, riparte. Lasciandoti mille domande su di te, su di lei, sulla tua famiglia e sul tuo matrimonio.

Una scrittura semplice, asciutta, immediata. Il sentimento rappresentato da fatti, raccontato per episodi. Niente sbrodolamenti, la realtà così com'è, nuda e cruda senza ricami, scuse e paraventi.
Spesso quando si rivà indietro con la memoria ai ricordi di infanzia è facile idealizzare, cadere in una visione romantica e trasfigurare anche il brutto è il cattivo, qui non succede. Quello che era brutto e sbagliato tale rimane.

Che io abbia trovato un'autrice contemporanea che mi piace? Certo è che ora ho voglia di scoprirla questa Elizabeth Strout!


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