lunedì 30 gennaio 2017

I think I can! - The Little Engine that Could, Watty Piper

Complice un'indigestione che mi ha tenuta sveglia questa notte e a casa stamattina, provo a presentarvi il primo libro della serie "classici per bambini della letteratura inglese e americana".
Questo primo libro mi sta particolarmente a cuore. È uno dei primi libri che abbiamo letto ai nostri figli e abbiamo ancora la copia, ben consunta e bistrattata, di mio marito. Tutti e tre i nostri bambini lo hanno amato ed è ancora tra le letture predilette della piccola di casa, che va per i quattro.
A tal punto amato che ho dovuto comprarne un'altra copia per salvaguardare questo reperto di storia familiare.
Preparandomi per voi, ho scoperto che la paternità del libro è controversa quasi quanto quella dell'Odissea. C'è chi sostiene che Watty Piper non sia mai esistito e sia uno pseudonimo dell'editore Platt & Munk che per primo lo pubblicò nel 1930. Ma nel 1949 una donna rivendicò la paternità del libro per un suo cugino e ci fu anche chi lo pubblicò assegnandogli questo nuovo autore. Esistono diverse versioni del libro che si differenziano per lo più per le illustrazioni. Io ho sempre visto l'edizione del 1954 che è quella più largamente conosciuta e che qui vi presento.
I disegni sono semplici, quasi naïf, molto lontani dalle tavole d'artista di oggi. Parlano il linguaggio dei bambini, ricalcandone il tratto grafico: contorni ben dileneati, colori pieni, frutti e oggetti antropomorfizzati. Immagini di semplice e immediata lettura che mi hanno richiamato alla memoria i miei libri di infanzia.

I personaggi di questo libro sono i giocattoli (bambole, pupazzi di stoffa, clown) che costituiscono il carico di un treno che deve arrivare dall'altra parte della collina per consegnare doni ai "good little boys and girls", non sappiamo quale sia l'occasione, se una ce ne deve essere. Non si allude al Natale, né nel testo né nelle immagini. Ho visto però che nell'edizione del 1930 il paesaggio è innevato, quindi, forse...
Il treno improvvisamente si ferma, non riesce più a proseguire ed è qui che entrano in azione i giocattoli chiedendo a tutti gli altri treni di passaggio di trainarli dall'altra parte della montagna.
Ma c'è chi rifiuta perché troppo importante o elegante, chi rifiuta perché troppo vecchio e stanco, fino a che "a little blue engine" decide di provarci perché non vuole deludere i bravi bambini che aspettano i loro doni al di là della montagna. Il piccolo trenino blu non è affatto sicuro di riuscire nell'impresa, ma "she tugged and pulled and pulled and tugged and slowly, slowly, slowly they started off". E al ritmo di "I think I can - I think I can - I think I can..." il trenino prende velocità, sale sulla montagna, la supera e scende trionfante a valle.
La storia è semplice e gli insegnamenti che vuole passare molto evidenti: credete in voi stessi, non arrendetevi, metteteci tutto l'impegno possibile e sarete premiati. Volere è potere!
Molto americano come concetto, no? Ma se preso nella giusta misura può essere un buon incoraggiamento. Una sorta di mantra.
E poi c'è l'altruismo, ovviamente.
La storia è molto old fashioned e il linguaggio anche, ma il libro continua ad esercitare il suo fascino su grandi e piccini.
Io lo adoro, ma mi rendo conto parlandone ora che sono più ragioni di cuore che di mente.



domenica 29 gennaio 2017

Longbourn House - Jo Baker

Posate lucidate con lo sputo, pavimenti lavati con foglie di tè, sottogonne infangate messe in ammollo  in acqua bollente, pezzuole sporche di sangue mestruale spinte sotto acqua e lisciva con un bastone, stoviglie da lavare, vasi da notte da svuotare, geloni alle mani e vecchi abiti sporchi di sterco.
Questo è quello che vedresti entrando dalla porta di servizio di Longbourn House.
Mentre le signorine al piano di sopra dormono "sognando sogni da signorine, quali che siano", Sarah la giovane domestica,  coetanea di Elizabeth, è sveglia da un pezzo perché oggi è giorno di bucato, bisogna andare ad attingere acqua dal pozzo, accendere la caldaia e rimboccarsi le maniche. Quando la giornata sarà finita le domestiche sfinite si ritroveranno davanti al focolare della cucina a passarsi un vaso pieno di grasso d'oca da spalmarsi sulle mani bruciate dai geloni, dal sapone e dall'acqua bollente.
Sarah è fortunata. Mrs Hill l'ha tirata fuori da un ospizio per poveri che era ridotta un cencio, l'ha nutrita, le ha insegnato un mestiere, le ha dato una casa, a suo modo l'ha amata. Sarah ha di che rallegrarsi, un triste destino l'attendeva; ma Sarah si ricorda cos'è la felicità, l'ha provata in passato, e non riesce a farsi bastare il letto condiviso con la piccola Polly, la sua scatola di legno, sua unica proprietà privata, i pasti serviti nella cucina, dove bisogna cercare di far finta di niente con Mr Hill che mangia rumorosamente facendo oscillare la mandibola per sfruttare al meglio i pochi denti rimastigli. È per questo senso di insoddisfazione e incompiutezza, più che per amore, che decide di andarsene per seguire un uomo, un domestico come lei, che non ha nulla da offrirle se non vaghe illusioni e un bacio che sa di tabacco e cipolla. Sarà l'amore, quello vero, invece, a farla rimanere e a trasfigurare Longbourn in un angolo di paradiso, nel luogo della felicità. Svuotare vasi da notte, grattar padelle e lucidare stivaletti non sembrerà più così insopportabile.
L'amore arriva nelle vesti di un valletto, spuntato dal nulla e piuttosto misterioso, forse troppo.
Di James, il valletto, non mi è piaciuta tanto la storia personale, troppo romantica e idealizzata per i miei gusti, quanto piuttosto quello che riesce a mostrarci in termini di dietro le quinte del mondo austeniano. Quello che per le signorine Bennet è un ballo a Netherfield, dalla parte di James è un viaggio a cassetta in una notte gelida, una lunga attesa nel cortile tra cocchieri avvinazzati, assonati o chiassosi, una privazione di ore di sonno di cui nessuno terrà conto aspettando di vederti servire la colazione come di consueto, l'esposizione a incontri indesiderati. Mi è piaciuta di questo romanzo la parte più documentaria, più cruda e realistica, tra l'altro raccontata con grande maestria. S'intona alla perfezione con il mondo e lo stile della Austen. Da cui invece si allontana costruendo la storia parallela di James e Sarah e di Mr e Mrs Hill: troppo romanzo d'appendice, troppo poco dialogo.
E poi Mr Bennet seduttore io proprio non ce lo vedo.
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