lunedì 15 maggio 2017

Venivamo tutte per mare - Julie Otsuka

Migranti di ieri e di oggi, tutti accomunati dalla stessa speranza e dalla stessa paura nel cuore.
Quando lasci il tuo paese non sai mai esattamente cosa ti aspetta dall'altra parte; e per quanto il tuo paese sia povero, pericoloso o ingiusto, te ne porterai sempre dietro la struggente nostalgia. Forse per le persone che hai lasciato dietro di te, una madre, un padre, una sorella, un amico, forse per la tua casa, il tuo villaggio, un certo cibo, il tepore del sole o lo sferzare del vento, il suono di una lingua che hai sentito fin da prima di venire al mondo, forse per tutte queste cose insieme o per altre ancora, ti accorgerai che la tua terra ti appartiene più di quel che pensassi. E ti troverai a cercarle nel tuo nuovo paese, ti stupirai a sorprenderti a ricrearle, a lottare per la loro sopravvivenza quando gli altri intorno a te sembreranno non curarsene più.
È quello che succede a queste donne giapponesi che si trovano di fronte a figli che parlano una lingua diversa dalla loro, che si vestono e mangiano come degli americani con i quali vogliono confondersi, dalla cui cultura vogliono farsi assorbire.
È quello che succede a queste donne giapponesi sbarcate in massa dopo un viaggio in terza classe su una nave carica di spose ordinate per corrispondenza da uomini giapponesi già emigrati in America e finiti a lavorare in condizioni disumane nei campi di fragole del nuovo mondo. Pare che i Giapponesi fossero molto richiesti in quanto per la loro bassa statura più adatti al lavoro, molto tranquilli, educati e rispettosi, grandi lavoratori. E le loro donne sono anche meglio.
Queste donne partite, alcune poco più che bambine, portandosi dietro la fotografia del futuro marito e la speranza di una vita migliore, tanti dubbi e troppe aspettative, sbarcheranno stordite dal viaggio, si troveranno di fronte un perfetto sconosciuto, meno bello di quanto appariva in foto, più vecchio e più trasandato, magari, sicuramente più povero. Alcune avranno voglia di scappare, di risalire sulla nave e tornare indietro, altre cercheranno di buttarsi in mare e scoppieranno in singhiozzi.
Tutte finiranno per seguire i loro mariti, la loro nuova famiglia. Qualcuna sarà più fortunata di qualcun'altra. Tutte alla fine saranno accomunate da un unico impietoso destino.
Julie Otsuka non ci risparmia niente; il suo racconto è molto crudo dalla prima notte di nozze, al lavoro nei campi o nelle lavanderie, fino alla disfatta finale.
Quello che mi ha colpito in questo libro, e mi ha fatto un po' paura, è il perdersi della singolarità nella sventura comune. La voce collettiva, corale, ingloba e assorbe tutto, non c'è più spazio per l'individuo che compare solo come esempio, dimostrazione, di una verità già annunciata.
E se c'è chi ha detto "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo", qui pare vero il contrario.

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