mercoledì 29 marzo 2017

Le quattro casalinghe di Tokyo - Natsuo Kirino

Partiamo dal titolo e dalla copertina. Il titolo orginale è un più che sobrio Out, semplice ed evocativo, tutt'al più misterioso, come si conviene al tenore del libro. Il titolo italiano non so come sia stato tirato fuori, ma non fornisce alcun indizio sul libro che stiamo per leggere, non è bello e a mio parere il termine 'casalinghe' per definire le donne protagoniste del romanzo non è nemmeno corretto, tutte quante infatti lavorano. L'unica possibilità che mi è venuta in mente per giustificare questo titolo è il voler richiamare la serie televisiva Desperate Housewieves, e non mi piace per nulla questa motivazione.
Ora la copertina: su quella italiana una donna giapponese, vestita completamente di nero; su tutte le altre edizioni che ho potuto trovare online, c'è un dettaglio di metà volto di donna, in alcuni casi  con l'immagine di un pugnale sovrapposta.
Ora, qual è la più onesta?
La quarta di copertina parla di denuncia sociale, "descrizione dell'alienazione femminile e della tensione autodistruttiva del Giappone contemporaneo". Bah...
Solo leggendo i risvolti interni si scopre che abbiamo tra le mani un thriller, ma anche qui, nulla fa presagire la crudezza dello stesso, al limite dello splatter sul finire.
In breve, Yaoyoi Yamamoto in un impeto d'ira strangola il marito con la sua cintura, chiede aiuto alla collega Masako Katori per eliminate il cadavere. La soluzione sarà quella di fare a pezzi il cadavere e buttarlo nella spazzatura. Da qui gli eventi precipitano in un turbinare di disgusto, angoscia e violenza.
Dico subito che non sono un'amante del genere e il libro mi è stato regalato. Forse è anche fatto bene per chi si diletta con questo tipo di letteratura. Per quanto mi riguarda, è troppo, troppo tutto. Troppo lungo, troppo cruento, troppo assurdo, troppi errori! Va bene che sono 652 pagine, ma una bella rilettura prima di mandarlo in stampa avrebbe aiutato... ci sono moltissime persone disposte a fare questo lavoro, io per prima.
Ammetto che i personaggi principali sono tratteggiati proprio bene, minuziosamente, li possiamo vedere, sentire e capire. In questo l'autrice si dimostra molto abile ed ammiro questa capacità. Ma avrei preferito vederli impiegati in un altro contesto. 
Anche questa volta il problema non è il libro, ma il lettore, cioè io. Non è il mio libro. Per chi ama il thriller, il morboso e l'angoscia, invece, è altamente consigliato.
Questo è il quarto libro cupo che leggo di fila, ora ho voglia di volgermi verso lidi più sereni.

lunedì 20 marzo 2017

Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali - Ransom Riggs

Questo è un libro che ho comprato per la copertina, o per essere più precisi, non proprio per la copertina, ma per la sua veste grafica.
Mi intrigavano quelle pagine con motivo di tappezzeria antica e lussuosa, la carta avoriata e le vecchie fotografie. E poi il titolo mi ha tratto in inganno. Pensavo a "ragazzi speciali" nel senso di non neurotipici, probabilmente suggestionata nel mio pensiero dal modo con cui qui vengono indicati i bambini con particolari bisogni all'interno della scuola, "special needs", appunto.
Certo sono stata molto ingenua e la sovraccoperta che reclamizzava il film di Tim Burton avrebbe dovuto mettermi sul chi va là.
Anche l'incipit non era male, con il ricordo del nonno e quell'andatura in stile "Amarcord".
Tant'è... quando mi sono trovata davanti il primo mostro, ci sono rimasta malissimo. 
Avrei voluto lasciar stare, cambiare libro, ma alla fine la curiosità morbosa ha avuto la meglio e l'ho letto tutto. In fretta, per finire prima e non perdere troppo tempo.
Che dire, non che sia brutto, se vi piace il genere, ma non è proprio il mio libro. Mostri, magia, soprannaturale, linguaggio adolescenziale... 
Però se insegnassi ancora alle medie lo proporrei come lettura ai ragazzi. Mi ricordo che in tanti erano attratti dal genere horror, tanto che ne avevo fatto anche delle lezioni.
Amiche prof. a voi la scelta. Io lo ripongo nella mia biblioteca: seconda fila. Sono sicura che non sentirò la necessità di rileggerlo.

lunedì 13 marzo 2017

The tiger who came to tea - Judith Kerr

 Nel nostro percorso alla riscoperta dei classici inglesi e americani della letteratura per l'infanzia, oggi ci spostiamo e andiamo in Inghilterra dove incontriamo Sophie e sua mamma sedute placidamente a prendere il tè, come da buona tradizione inglese. Sembra un normale pomeriggio, ma ad un certo punto suonano alla porta: una visita inaspettata e quanto meno bizzarra, ma non dimenticate che siamo in Inghilterra e una tazza di tè non si rifiuta a nessuno, nemmeno a una tigre.
Un'enorme tigre chiede di essere invitata per il tè perchè è molto affamata e, detto fatto, la ritroviamo seduta al tavolo della cucina insieme a Sophie e alla mamma che, da brave inglesi, non fanno una piega né vedendo la tigre né assitendo al suo lauto banchetto. Per farla breve, la tigre spazzola via non solo tutto quanto preparato per il tè, ma tutto quello che riesce a trovare in cucina, compresa la cena del papà e persino tutta l'acqua del rubinetto, tanto che Sophie non potrà fare il suo bagnetto.
Solo quando la tigre prende congedo dalla famigliola, la mamma sembra preoccuparsi per lo stato in cui ha lasciato la cucina e per il papà che rimarrà senza cena. Ma anche il papà deve essere inglese perché al racconto di mamma e figlia, reagisce semplicemente con un:

"I know what we'll do. I've got a very good idea. We'll put on our coats and go to a café."

Perfetto self-control.

Ho letto un po' di critiche e recensioni qua e là per capire come era stato accolto il libro e ho scoperto che c'è chi nella tigre ha voluto vedere personificato il passato dell'autrice, scampata alla follia nazista, anche se l'autrice non ha mai appoggiato questa lettura, dichiarando che la tigre non rappresenta nulla più che se stessa. C'è poi chi ha voluto fare della critica sociale/femminista perché mamma e bimba sono chiuse in casa ed è solo il papà che prende una decisione e risolve la situazione, perché la mamma è una casalinga dedita alla cura di casa e famiglia ed è pure più bassa di statura rispetto al papà (!)
Ma se guardiamo le illustrazioni, dove vediamo Sophie coccolare e sorridere alla tigre, la prima ipotesi cade subito.
E per la seconda, io dico che quando si vogliono fare delle dietrologie, il materiale lo si trova sempre.
 
A me piace vederci una semplice storia, scritta per divertire i bambini. In una situazione tradizionale, normale, quasi banale, viene introdotto un elemento straordinario, che sovverte l'ordine costituito, manda all'aria le regole. Sembra un gioco di fantasia di una bambina, un sogno ad occhi aperti, un "giochiamo a fare finta". Trovo bello che ne rimanga coinvolta anche la mamma, come a sottolineare l'intesa con la figlioletta, la condivisione del suo gioco, del suo mondo immaginario.
I disegni sono piatti, molto colorati, semplici, le proporzioni interessanti.
La storia mi ha ricordato un po' quelle di Beatrix Potter (di cui parlermo presto... e non vedo l'ora!) per quel modo naturale di raccontare il mondo immaginario.
Devo ammettere che personalmente questo albo non è tra i miei preferiti, ma riesco a capire il perché della sua fortuna.





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