martedì 8 agosto 2017

Visita al Bronte Parsonage


Avendo in programma una visita al Bronte Parsonage, mi sono calata nell'atmosfera documentandomi con il libro di Elisabeth Garkell sulle sorelle Bronte e leggendo Jane Eyre. Vista la mole di entrambi i tomi, la lettura è terminata diverso tempo dopo la visita che è stata piuttosto un incentivo alla lettura che la conclusione della stessa.
Partiamo quindi proprio da questa visita perché in effetti le sorelle Bronte mi piacciono più come personaggi storici che come scrittrici.
Erano tre belle tipe, con i piedi ben piantati per terra, sfortunate quasi quanto i personaggi dei loro romanzi e altrettanto toste. 
Orfane di madre in giovane età, vedono morire diverse delle loro sorelle e si trovano a dover far tornare i conti in una famiglia numerosa, con un padre pastore della parrocchia del villaggio e un fratello alcolizzato e inconcludente. La professione che meglio si addice alla loro posizione sociale pare essere quella dell'istitutrice, ma le giovani donne sono cagionevoli di salute e soprattutto soffrono la lontananza da casa. E coì che si ingegnano e diventano scrittrici.
Davvero ammirevole la loro forza di volontà!

Il Parsonage è perfettamente conservato e curato; camminando per le stanze si ha la sensazione di vederle sbucare da un momento all'altro.
Avevo già visitato Chatsworth, ma, seppur maestosa, non mi aveva dato lo stesso effetto di tuffo nel passato.





Veniamo ora a Jane Eyre.
Mi dichiaro subito: nell'eterno dibattito Austen-Bronte, io sto dalla parte di Jane, ovviamente.
Faccio fatica persino a paragonarle perché la mia impressione è che Jane sia tutto quello che le Bronte non sono. Innanzitutto, quel tratto peculiare della Austen, di descrivere attraverso l'azione e il dialogo è completamente assente nelle Bronte, o almeno nel romanzo che io ho letto. 
In Jane Eyre tutto è descritto minuziosamente, luoghi, personaggi, azioni e pensieri. Lo spazio lasciato al dialogo è molto ridotto e, oserei dire, non aggiunge nulla di sostanziale alla prosa, non fa procedere l'azione, è semplicemente una variazione.
Un'altra sostanziale differenza potrebbe essere la motivazione della scrittura: una scrive per diletto o professione, per piacere, comunque, o tutt'al più per esigenza "spirituale", le altre per necessità economica. So che rischio di offendere i sostenitori delle Bronte, ma, se dovessi descrivere Jane Eyre in modo molto spiccio, lo definirei un grande Harmony.
Quello che ho apprezzato, e che non mi aspettavo di trovare in modo così prepotante, è il carattere deciso e rivoluzionario della protagonista. Jane Eyre sfida le convenzioni sociali, non ha paura di percorrre la sua strada, è autonoma, economicamente e spiritualmente. Arriva persino a mettere in discussione la fede e non cerca nel matrimonio un migliormento della sua situazione sociale o una sicurezza. E' fiera, decisa, moderna.
Purtroppo non ho con me il romanzo per poter riportare qualche passaggio, lo farò al mio rientro dalle vacanze.
 
Anche qui però ho apprezzato più l'idea di questo personaggio che la sua realizzazione.
A tratti il libro appare un pamphlet femminista travestito da romanzo.
A onor del vero, devo ammettere che la lettura è comunque piacevole, seppur a tratti troppo dispersiva, e coinvolgente a modo suo.
Penso che se le Bronte fossero vissute al giorno d'oggi avrebbero avuto un successo strepitoso in politica. Toste, determinate, mascoline, senza peli sulla lingua.

Tornerò a visitare il Parsonage e riprenderò in mano la biografia della Gaskell per studiare queste donne coraggiose. I loro romanzi, invece, per il momento rimangono sullo scaffale.




martedì 4 luglio 2017

Charlotte's Web - E.B. White

Ce ne ho messo di tempo, ma devo dire che l'ho letto molto attentamente, anche perché l'ho usato come esercizio di inglese e quindi mi sono soffermata su ogni parola o formula insolita.
Diversi té e biscottini allo zenzero hanno accompagnato la lettura.
Devo dire che non mi ha fatto impazzire. (I biscotti, invece, sì!)

È vero che i ragni non mi sono mai stati simpatici e i maiali non suscitano in me particolari sentimenti, anche se Wilbur è proprio tenero, un bimbetto di quattro anni lo si direbbe, molto personificato, forse troppo.
L'amicizia tra Wilbur e Charlotte non mi è sembrata così esemplare come la si dipinge nelle varie recensioni. I due si aiutano nel momento del bisogno e si fanno compagnia, ma questa amicizia non viene approfondita in alcun modo dall'autore.
Templeton, il topo, è il personaggio negativo del libro e, a mio parere, quello meglio riuscito.
È un ratto di campagna, ingordo, cinico ed egoista, e si presenta esattamente per quello che è. Non delude.
Il personaggio che, invece, mi ha delusa e mi ha lasciata molto insoddisfatta è Fern.
Come ha potuto disinteressarsi così del suo amico nel momento culminante della fiera? Per cosa poi? Per un ragazzino.
Lei che era la bambina per la quale la mamma era preoccupata perché invece di giocare con i compagni passava le giornate ad osservare gli animali della fattoria, lei che poteva sentire i loro discorsi, lei che aveva insistito per allevare personalmente Wilbur, nutrendolo con un biberon, quando suo padre avrebbe voluto eliminarlo alla nascita, dimentica tutto per seguire un ragazzino su una giostra.
Io da questa bambina mi aspettavo di più!
Il colloquio della mamma con il dottore, al quale si era rivolta preoccupata, mi aveva fatto sperare in un carattere originale, alternativo, fuori dalle righe.

 "Mrs Arable fidgeted. - Fern says the animals talk to each other. Dr. Dorian, do you believe animals talk?-
- I have never heard one say anything,- he replied. - But that proves nothing. It is quiete possible that an animal has spoken to me and that I didn't catch the remark because I wasn't paying attention. Children pay better attention than grown ups. If a Fern says that the animals in Zucherman's barn talk, I'm quiete ready to believe her. Perhaps if people talked less, animals would talk more. People are incessant talkers; I can give you my word on that.-"

Invece, a un certo punto, scompare.
Scompare alla fiera dove al momento della premiazione del "suo" maiale non vediamo lei, orgogliosa, al fianco di Wilbur, ma quello sbruffone di suo fratello. Lei è sulla giostra con Henry Fussy, con buona pace della madre e di tutto quello che rappresenta.
L'ordine è stato ricostituito.




E.B. White, Charlotte's web, Harper Trophy Book, New York 1952.

lunedì 15 maggio 2017

Venivamo tutte per mare - Julie Otsuka

Migranti di ieri e di oggi, tutti accomunati dalla stessa speranza e dalla stessa paura nel cuore.
Quando lasci il tuo paese non sai mai esattamente cosa ti aspetta dall'altra parte; e per quanto il tuo paese sia povero, pericoloso o ingiusto, te ne porterai sempre dietro la struggente nostalgia. Forse per le persone che hai lasciato dietro di te, una madre, un padre, una sorella, un amico, forse per la tua casa, il tuo villaggio, un certo cibo, il tepore del sole o lo sferzare del vento, il suono di una lingua che hai sentito fin da prima di venire al mondo, forse per tutte queste cose insieme o per altre ancora, ti accorgerai che la tua terra ti appartiene più di quel che pensassi. E ti troverai a cercarle nel tuo nuovo paese, ti stupirai a sorprenderti a ricrearle, a lottare per la loro sopravvivenza quando gli altri intorno a te sembreranno non curarsene più.
È quello che succede a queste donne giapponesi che si trovano di fronte a figli che parlano una lingua diversa dalla loro, che si vestono e mangiano come degli americani con i quali vogliono confondersi, dalla cui cultura vogliono farsi assorbire.
È quello che succede a queste donne giapponesi sbarcate in massa dopo un viaggio in terza classe su una nave carica di spose ordinate per corrispondenza da uomini giapponesi già emigrati in America e finiti a lavorare in condizioni disumane nei campi di fragole del nuovo mondo. Pare che i Giapponesi fossero molto richiesti in quanto per la loro bassa statura più adatti al lavoro, molto tranquilli, educati e rispettosi, grandi lavoratori. E le loro donne sono anche meglio.
Queste donne partite, alcune poco più che bambine, portandosi dietro la fotografia del futuro marito e la speranza di una vita migliore, tanti dubbi e troppe aspettative, sbarcheranno stordite dal viaggio, si troveranno di fronte un perfetto sconosciuto, meno bello di quanto appariva in foto, più vecchio e più trasandato, magari, sicuramente più povero. Alcune avranno voglia di scappare, di risalire sulla nave e tornare indietro, altre cercheranno di buttarsi in mare e scoppieranno in singhiozzi.
Tutte finiranno per seguire i loro mariti, la loro nuova famiglia. Qualcuna sarà più fortunata di qualcun'altra. Tutte alla fine saranno accomunate da un unico impietoso destino.
Julie Otsuka non ci risparmia niente; il suo racconto è molto crudo dalla prima notte di nozze, al lavoro nei campi o nelle lavanderie, fino alla disfatta finale.
Quello che mi ha colpito in questo libro, e mi ha fatto un po' paura, è il perdersi della singolarità nella sventura comune. La voce collettiva, corale, ingloba e assorbe tutto, non c'è più spazio per l'individuo che compare solo come esempio, dimostrazione, di una verità già annunciata.
E se c'è chi ha detto "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo", qui pare vero il contrario.

lunedì 8 maggio 2017

Un giorno di gloria per Miss Pettigrew - Winifred Watson

Questo è uno dei miei esperimenti di lettura. 
Quando torno in Italia per le vacanze faccio sempre razzia nella biblioteca dei miei genitori, dove sono rimasti una buona parte dei libri accumulati durante gli anni di studio liceale e universitario, e trovo sempre l'occasione di fare più di un giro nelle librerie della città dove faccio scorta di libri in italiano per me e per i bambini.
L'ultima volta, per motivi di spazio e peso dei bagagli a mano, mi sono dovuta limitare. Ero in libreria e dovevo scegliere tra due libri: Un albero cresce a Brooklyn e Un giorno di gloria per Miss Pettigrew. Ho scelto quest'ultimo e mi sa che ho sbagliato. Mi incuriosiva la trama e volevo provare un genere, e un'epoca, un po' diversa dal mio solito. Normalmente leggo o classici dell'Ottocento o letteratura contemporanea, ambientata ai nostri giorni. Con Miss Pettigrew, invece, siamo nella Londra degli anni Trenta. 
La quarta di copertina prometteva una commedia brillante, "un capolavoro di sofisticato umorismo", stando al Guardian. Pensavo di trovarmi di fronte a qualcosa nel genere Bennett, ma non è stato così.
L'entusiasmo è andato scemando rapidamente proseguendo nella lettura.
Continuavo a pensare che probabilmente sarebbe stato un buon canovaccio per una rappresentazione teatrale in stile operetta, ma come lettura non mi ha convinto. Per me è uno di quei libri che lascia il tempo che trova.
Miss Pettigrew è una zitella, istitutrice di professione, ma non molto brava, per sua stessa ammissione, e in condizioni economiche precarie dal momento in cui le è venuto a mancare il lavoro. È una donna piuttosto sciatta, segnata da una vita triste e grigia. Improvvisamente e casualmente, anzi proprio per errore, a dirla tutta, si trova catapultata in un mondo a lei totalmente estraneo. Bussa alla porta di Miss LaFosse, cantante in un night club, e, evento dopo evento, viene risucchiata in un turbine di feste,  aperitivi, cene, schermaglie amorose di cui si trova ad essere l'acclamata risolutrice.
Vive così il suo giorno di gloria, acquistando via via più fiducia in se stessa e uscendo dal grigiore che l'ha accompagnata per tutta la vita.
Il finale, poi, è proprio da commedia da oratorio.

mercoledì 3 maggio 2017

Ritratto in seppia - Isabelle Allende

Anche questa volta la Allende mi ha incantato e mi ha avvolto nella sua tela da affabulatrice.
Amo questo ritmo lento, cadenzato, l'indulgenza nel dettaglio, il rovistare continuo tra i bauli di famiglia e i meandri del pensiero, sempre aggrappandosi a testimonianze, fatti, oggetti, molto concretamente, non con quella tendenza tutta moderna alla tergiversazione, al vagare disordinato dei pensieri.
Mi piace come la precisione del ricordo e del racconto ti portino a visualizzare luoghi e personaggi, a farteli sentire vicini e reali, a farti sognare pur mantenendo gli occhi aperti. Faccio fatica a descrivere questa sensazione, riesco a farlo solo per contrapposizione. Non è il viaggio onirico astratto, fatto di soffi, suggestioni e sollecitazioni, non è nemmeno l'immedesimazione. È piuttosto l'ascoltare un racconto molto interessante, di una persona cara, un'amica forse, è la compassione, nel senso di partecipazione profonda ai sentimenti e alle esperienze dell'altro. È un'esperienza tutta terrena, reale.
Aurora del Valle è figlia di una mamma mezza cinese e mezza americana, bellissima, che muore per complicazioni durante il parto, e di un padre casuale che non vorrà riconoscerla alla nascita.
Gli eventi della vita la portano a vivere nella casa della nonna paterna, Paulina del Valle, una nonna molto sopra le righe, cilena di nascita, trapiantata in California dove il suo straordinario intuito per gli affari, la sua scaltrezza e la sua ambizione la portano a costruire un solidissimo impero economico.
A mio parere è lei la vera protagonista del romanzo, sebbene la voce narrante sia quella della nipote Aurora. È Paulina che muove e intreccia i fili di tutte le storie e tutti i partecipanti.
Paulina, donna indipendente e sfrontata, si trova a doversi occupare di Aurora da un giorno all'altro, quando la nipote ha circa cinque anni. Decide di applicare alla nipote le stesse regole che impiega nei suoi progetti commerciali. Lei dovrà essere una del Valle con tutti i crismi e Paulina farà tutto quanto in suo potere per garantire il successo della nipote.
In questo senso, riesce nel suo intento, ma attenzione!, abbiamo parlato di successo e non di felicità.
Tra guerre e rivoluzioni che portano la famiglia a spostarsi tra California, Cile ed Europa, Paulina riesce a combinare per Aurora quello che sulla carta sembra un ottimo matrimonio, coronato tra l'altro dall'innamoramento folle della nipote per il bel Diego.
Ma il potere di Paulina non si estende fino al governo dei sentimenti altrui.
Aurora osserva, indaga e racconta. Sembra spesso smarrita in questo mondo, non ha il carattere deciso e fortemente pratico della nonna, è più eterea, avendo forse ereditato la spiritualità del nonno materno. Inizia ad osservare il mondo attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica: con un filtro tra lei e la realtà si sente più a suo agio, vede con più chiarezza e questo la guida nell'azione.
Grazie alle foto che trova negli album di famiglia e a quelle da lei stessa scattate, come passatempo inizialmente, ricostruisce la sua vita e risale alle sue origini così accuratamente taciute da nonna Paulina.
Un romanzo intenso e completo che, ancora una volta, racchiude vita e morte, amore e guerra e che ti tiene incollata alle pagine, nonostante i caratteri fitti e minuscoli delle edizioni economiche Feltrinelli. E qui lancio un appello: cara Feltrinelli, io ti amo, ma fai qualcosa per i miei occhi!

mercoledì 29 marzo 2017

Le quattro casalinghe di Tokyo - Natsuo Kirino

Partiamo dal titolo e dalla copertina. Il titolo orginale è un più che sobrio Out, semplice ed evocativo, tutt'al più misterioso, come si conviene al tenore del libro. Il titolo italiano non so come sia stato tirato fuori, ma non fornisce alcun indizio sul libro che stiamo per leggere, non è bello e a mio parere il termine 'casalinghe' per definire le donne protagoniste del romanzo non è nemmeno corretto, tutte quante infatti lavorano. L'unica possibilità che mi è venuta in mente per giustificare questo titolo è il voler richiamare la serie televisiva Desperate Housewieves, e non mi piace per nulla questa motivazione.
Ora la copertina: su quella italiana una donna giapponese, vestita completamente di nero; su tutte le altre edizioni che ho potuto trovare online, c'è un dettaglio di metà volto di donna, in alcuni casi  con l'immagine di un pugnale sovrapposta.
Ora, qual è la più onesta?
La quarta di copertina parla di denuncia sociale, "descrizione dell'alienazione femminile e della tensione autodistruttiva del Giappone contemporaneo". Bah...
Solo leggendo i risvolti interni si scopre che abbiamo tra le mani un thriller, ma anche qui, nulla fa presagire la crudezza dello stesso, al limite dello splatter sul finire.
In breve, Yaoyoi Yamamoto in un impeto d'ira strangola il marito con la sua cintura, chiede aiuto alla collega Masako Katori per eliminate il cadavere. La soluzione sarà quella di fare a pezzi il cadavere e buttarlo nella spazzatura. Da qui gli eventi precipitano in un turbinare di disgusto, angoscia e violenza.
Dico subito che non sono un'amante del genere e il libro mi è stato regalato. Forse è anche fatto bene per chi si diletta con questo tipo di letteratura. Per quanto mi riguarda, è troppo, troppo tutto. Troppo lungo, troppo cruento, troppo assurdo, troppi errori! Va bene che sono 652 pagine, ma una bella rilettura prima di mandarlo in stampa avrebbe aiutato... ci sono moltissime persone disposte a fare questo lavoro, io per prima.
Ammetto che i personaggi principali sono tratteggiati proprio bene, minuziosamente, li possiamo vedere, sentire e capire. In questo l'autrice si dimostra molto abile ed ammiro questa capacità. Ma avrei preferito vederli impiegati in un altro contesto. 
Anche questa volta il problema non è il libro, ma il lettore, cioè io. Non è il mio libro. Per chi ama il thriller, il morboso e l'angoscia, invece, è altamente consigliato.
Questo è il quarto libro cupo che leggo di fila, ora ho voglia di volgermi verso lidi più sereni.

lunedì 20 marzo 2017

Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali - Ransom Riggs

Questo è un libro che ho comprato per la copertina, o per essere più precisi, non proprio per la copertina, ma per la sua veste grafica.
Mi intrigavano quelle pagine con motivo di tappezzeria antica e lussuosa, la carta avoriata e le vecchie fotografie. E poi il titolo mi ha tratto in inganno. Pensavo a "ragazzi speciali" nel senso di non neurotipici, probabilmente suggestionata nel mio pensiero dal modo con cui qui vengono indicati i bambini con particolari bisogni all'interno della scuola, "special needs", appunto.
Certo sono stata molto ingenua e la sovraccoperta che reclamizzava il film di Tim Burton avrebbe dovuto mettermi sul chi va là.
Anche l'incipit non era male, con il ricordo del nonno e quell'andatura in stile "Amarcord".
Tant'è... quando mi sono trovata davanti il primo mostro, ci sono rimasta malissimo. 
Avrei voluto lasciar stare, cambiare libro, ma alla fine la curiosità morbosa ha avuto la meglio e l'ho letto tutto. In fretta, per finire prima e non perdere troppo tempo.
Che dire, non che sia brutto, se vi piace il genere, ma non è proprio il mio libro. Mostri, magia, soprannaturale, linguaggio adolescenziale... 
Però se insegnassi ancora alle medie lo proporrei come lettura ai ragazzi. Mi ricordo che in tanti erano attratti dal genere horror, tanto che ne avevo fatto anche delle lezioni.
Amiche prof. a voi la scelta. Io lo ripongo nella mia biblioteca: seconda fila. Sono sicura che non sentirò la necessità di rileggerlo.

lunedì 13 marzo 2017

The tiger who came to tea - Judith Kerr

 Nel nostro percorso alla riscoperta dei classici inglesi e americani della letteratura per l'infanzia, oggi ci spostiamo e andiamo in Inghilterra dove incontriamo Sophie e sua mamma sedute placidamente a prendere il tè, come da buona tradizione inglese. Sembra un normale pomeriggio, ma ad un certo punto suonano alla porta: una visita inaspettata e quanto meno bizzarra, ma non dimenticate che siamo in Inghilterra e una tazza di tè non si rifiuta a nessuno, nemmeno a una tigre.
Un'enorme tigre chiede di essere invitata per il tè perchè è molto affamata e, detto fatto, la ritroviamo seduta al tavolo della cucina insieme a Sophie e alla mamma che, da brave inglesi, non fanno una piega né vedendo la tigre né assitendo al suo lauto banchetto. Per farla breve, la tigre spazzola via non solo tutto quanto preparato per il tè, ma tutto quello che riesce a trovare in cucina, compresa la cena del papà e persino tutta l'acqua del rubinetto, tanto che Sophie non potrà fare il suo bagnetto.
Solo quando la tigre prende congedo dalla famigliola, la mamma sembra preoccuparsi per lo stato in cui ha lasciato la cucina e per il papà che rimarrà senza cena. Ma anche il papà deve essere inglese perché al racconto di mamma e figlia, reagisce semplicemente con un:

"I know what we'll do. I've got a very good idea. We'll put on our coats and go to a café."

Perfetto self-control.

Ho letto un po' di critiche e recensioni qua e là per capire come era stato accolto il libro e ho scoperto che c'è chi nella tigre ha voluto vedere personificato il passato dell'autrice, scampata alla follia nazista, anche se l'autrice non ha mai appoggiato questa lettura, dichiarando che la tigre non rappresenta nulla più che se stessa. C'è poi chi ha voluto fare della critica sociale/femminista perché mamma e bimba sono chiuse in casa ed è solo il papà che prende una decisione e risolve la situazione, perché la mamma è una casalinga dedita alla cura di casa e famiglia ed è pure più bassa di statura rispetto al papà (!)
Ma se guardiamo le illustrazioni, dove vediamo Sophie coccolare e sorridere alla tigre, la prima ipotesi cade subito.
E per la seconda, io dico che quando si vogliono fare delle dietrologie, il materiale lo si trova sempre.
 
A me piace vederci una semplice storia, scritta per divertire i bambini. In una situazione tradizionale, normale, quasi banale, viene introdotto un elemento straordinario, che sovverte l'ordine costituito, manda all'aria le regole. Sembra un gioco di fantasia di una bambina, un sogno ad occhi aperti, un "giochiamo a fare finta". Trovo bello che ne rimanga coinvolta anche la mamma, come a sottolineare l'intesa con la figlioletta, la condivisione del suo gioco, del suo mondo immaginario.
I disegni sono piatti, molto colorati, semplici, le proporzioni interessanti.
La storia mi ha ricordato un po' quelle di Beatrix Potter (di cui parlermo presto... e non vedo l'ora!) per quel modo naturale di raccontare il mondo immaginario.
Devo ammettere che personalmente questo albo non è tra i miei preferiti, ma riesco a capire il perché della sua fortuna.





lunedì 27 febbraio 2017

Madeline - Ludwig Benelmans

Oggi vi voglio presentare Madeline. Eccola qui:

Lei è quella piccola con i capelli rossi. L'altra sono io. Madeline è una bimbetta di età non definita, io direi circa sei anni, ha i capelli rossi come tutte le ragazzine ribelli della letteratura classica, un bel cappello giallo e non ha paura di nulla. Madeline è la più piccola delle dodici ospiti del collegio di suore gestito da Miss Clavel:

"In an old house in Paris
that was covered with vines
lived twelve little girls in two straight lines.
in two straight lines they broke their bread
and brushed their teeth
                                                     and went to bed."

Siamo quindi a Parigi all'inizio del secolo scorso. Madeline spicca tra le piccole collegiali per il suo spirito avventuroso, ribelle e indomito. In un'epoca in cui le ragazzine venivano ancora educate secondo i valori tradizionali della femminilità, quali dolcezza, delicatezza, obbedienza, animo caritatevole, Madeline risulta essere un'anticonformista con la sua indipendenza e il suo spirito libero, sfacciatamente intelligente e spavalda. Ma cosa fa Madeline di così speciale?
Non ha paura dei topi, ma nemmo della tigre allo zoo e dopo essere stata operata per un'appendicite, mostra la sua cicatrice con fierezza.



Il racconto è molto piacevole e semplice, in rima, che, si sa, facilita l'ascolto e quindi adatto anche a chi si vuole avvicinare alle prime letture in lingua inglese.
Le tavole sono grandi, per lo più a tutta pagina, e quelle a colori pieni si alternano con quelle in bianco, nero e giallo.
Non sono riuscita a trovare informazioni sufficienti sul perché di questa scelta cromatica. Quello che sono riuscita a sapere è che l'autore utilizzava una tecnica che combinava acquarello e inchiostro che utilizzava per tracciare linee di demarcazione nette. I suoi disegni sono piuttosto stilizzati, e danno un'impressione di energia, freschezza e immediatezza. Bemelmans utilizzava pochi colori, per lo più brillanti, tratti veloci e chiari per creare immagini facilmente leggibili.
Il suo stile risulta essere naif, giocoso e in un certo senso infantile, vicino alla sensibilità dei bambini di cui conosceva molto bene i gusti e che rispettava in quanto pubblico.
"We are writing for children, but not for idiots" è una sua celebre frase. 

Questo è il primo libro della serie di avventure della piccola peste Madeline. Ambientato a Parigi e per questo regalatoci da mia suocera in onore della città che ha reso possibile il primo incontro con mio marito e tutto quello che ne è seguito.
L'autore, nato in Austria ed emigrato in giovane età negli Stati Uniti, ha ricevuto vari riconoscimenti per la sua opera, che ha riscosso un grande successo di pubblico e critica rendendo celebre Madeline con i suoi capelli rossi, il suo cappello giallo col nastro e il suo cappottino blu. 






domenica 26 febbraio 2017

Il peso della farfalla - Erri De Luca

Più che un libro una poesia. La voce narrante di Erri De Luca è sempre molto ammaliante, sospende il tempo e ti porta in una dimensione a metà tra sogno e realtà pur restando sempre molto concreta.
Non ci sono voli pindarici o sproloqui pseudo psicoanalitici, come in buona parte della letteratura contemporanea, ma fatti, oggetti concreti e racconti di esperienze di vita.
Qui troviamo a confrontarsi mondo umano e mondo animale, l'eterna lotta tra uomo e natura.
Da una parte c'è un uomo, anziano, un cacciatore di frodo, arrivato ormai alla fine della sua  carriera; è un uomo solitario che vive in una capanna nel bosco e limita i contatti con la società civile al minimo indispensabile per la sopravvivenza. Dall'altra parte c'è un camoscio, il re dei camosci. 
I due si assomigliano in un certo modo: anche il re dei camosci è un solitario, non vive nel branco dai cui membri è temuto e rispettato, ma non amato. 
L'uomo uccise la madre del camoscio quando lui era ancora un cucciolo e da allora i due si spiano e si seguono.
Li incontriamo quando sono entrambi arrivati al capolinea: è l'ora della resa dei conti.

"Le bestie stanno nel tempo come vino in bottiglia, pronto a uscire. Le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza."

Erri De Luca, Il peso della farfalla, Feltrinelli, Milano 2015.

martedì 21 febbraio 2017

Il profumo – Patrick Süskind

Un libro strano, cupo, surreale e, sul finire, perverso. Mi ha lasciato addosso una brutta sensazione di disagio e turbamento e averlo letto per lo più di sera prima di addormentarmi non ha agevolato.
Ho comprato questo libro a scatola chiusa, o quasi, spinta dal ricordo di averlo sentito citare da Pennac. La storia sembrava interessante: la visione del mondo attraverso l’olfatto.
Jean-Baptiste Grenouille nasce sotto un banco del pesce dove viene abbandonato al suo destino tra rifiuti di pesce in putrefazione. Il bambino si salva e dimostra un tenace attaccamento alla vita e una straordinaria resistenza alle avversità. Ma c’è qualcosa in lui che non convince, che lo rende respingente: Grenouille non ha odore, non ha alcun odore. La prima ad accorgersene è la sua balia che lo restituisce al convento da cui lo aveva avuto in affido, considerandolo demoniaco.
Qui iniziano le traversie di Grenouille che nonostante la totale mancanza di affetto e le condizioni a volte estreme  in cui si trova a vivere, attraversa incolume la sua triste vita, indifferente a tutto fuorché agli odori, puzze o profumi che siano.
Cosa può fare nella vita un uomo senza odore personale e dotato di un olfatto tanto sopraffino da  apparire surreale? Il profumiere, certamente! E così sarà.
A questo punto il libro che già si era dimostrato un po' troppo cervellotico per i miei gusti, prende una piega davvero bizzarra, a tratti difficile da seguire.
Nonostante tutto sono andata avanti e ho portato a termine la lettura del romanzo sperando in un riscatto, che non c’è stato, anzi il finale è stato il colpo di grazia, assurdo davvero.
Può darsi che io non abbia capito, può darsi che non fosse il momento giusto per questo libro, ma per il momento il mio giudizio è assolutamente negativo. Non sono proprio riuscita a cogliere il punto di questo romanzo. Eppure ha riscosso un clamoroso successo tra pubblico e critica, giusto?
Per quanto mi riguarda è un mero esercizio di stile, molto sofisticato a dire il vero, virtuoso.
Duecentosessantatrè pagine in cui non una virgola è fuori posto, non una parola sbagliata, eppure l’insieme non convince, non coinvolge, non muove nessun sentimento, se non il disgusto, forse.
Tutto scritto in terza persona, narratore onnisciente, descrizioni e parti narrative si susseguono, il dialogo è praticamente assente.
Non c’è realtà in questo libro, tutto artificiale. Che fosse questa l’intenzione dell’autore? Narrare il distacco e l’artificio, la disumanità, utilizzando uno stile che rispecchiava fedelmente le caratteristiche della storia narrata?
Per quanto mi riguarda, una faticaccia!

P.s. Cose che capitano quando compri un’edizione “economica” (10,00€ comunque)



lunedì 13 febbraio 2017

Nidificare - Make way for ducklings, Robert McCloskey





Anche questo è un libro del cuore, anche questo proviene direttamente dalla libreria d'infanzia di mio marito e anche di questo abbiamo dovuto comprare una nuova copia.
La sua lettura è di competenza esclusiva del papà che lo interpreta benissimo. Ancora vive nella memoria sono le risate del nostro primo figlio quando si arrivava a questa pagina:



Se chiudo gli occhi posso ancora sentirle.

Il libro è stato insignito della Caldecott Medal (1942) ed è in effetti un capolavoro.
I disegni classici in seppia, a carboncino, sono deliziosi: precisi, delicati e rassicuranti. Io poi ho un debole per le anatre, non so bene perché, ma mi piace sempre fermarmi a osservarle che siano in un bel lago o in un limpido corso d'acqua, che nel lurido canale dietro casa (per gli amici milanesi, mi riferisco alla nostra Martesana). Mi danno sempre l'idea di famiglia, di comunione di intenti; mi sento un po' sciocca a dirlo, ma le sento simili a me.
Chiudiamo questa parentesi, prima che prenda una piega delirante, e torniamo al libro.
La storia è molto carina, dolce e buffa allo stesso tempo.
"Mr. and Mrs. Mallard were looking for a place to live. But every time Mr. Mallard saw what looked like a nice place, Mrs. Mallard said it was no good."
(... quando dicono che ci assomigliano...)
Una coppia di anatre cerca il posto ideale per deporre le uova e far nascere gli anatroccoli. Dopo aver sorvolato varie zone, Mrs. Mallard finalmente trova un luogo che la soddisfa, senza volpi pronte a rubarle le uova o ciclisti scatenati pericolosi per gli anatroccoli. Viene scelta un'isola tranquilla in mezzo al fiume, non lontano dai giardini pubblici. 
Quando le uova si schiudono è tempo per Mr. Mallard di allontanarsi dalla famigliola per andare ad esplorare i dintorni. E così si congeda dalla moglie dandole appuntamento ai giardini pubblici per la settimana seguente. Altro sketch divertente:
"Take good care of the ducklings."
"Don't worry,' said Mrs. Mallard. "I know all about bringing up children." And she did.
(Non sembra proprio un dialogo tra marito e moglie?!)
E ora inizia la parte più divertente e avventurosa: il viaggio di Mrs. Mallard e degli anatroccoli verso i giardini pubblici. Mrs. Mallard, come tutte le mamme, scorta i suoi piccoli per la strada, ma se già per una mamma umana attraversare la strada con uno stuolo di bambini al seguito non è sempre semplice, cosa dev'essere per una mamma anatra e la sua nidiata di anatroccoli, alti più o meno venti centimentri!
Per fortuna c'è Michael, il buon vigile urbano che corre in loro soccorso.
E ovviamente... vissero tutti felici e contenti.



domenica 5 febbraio 2017

I frutti del vento - Tracy Chevalier

Prendete una mela, sedetevi comodi e iniziate a gustarvi questo romanzo. Prima ancora di aprirlo, guardate la copertina: perfetta, come sempre lo sono le copertine di Neri Pozza. Poi apritelo e godetevi quella carta color avorio, bella spessa, consistente, i caratteri chiari, della giusta dimensione, che non fanno male agli occhi. Neri Pozza si distingue sempre per il suo garbo e la sua eleganze editoriale, e anche se acquistare un loro libro è sempre un salasso, finora non me ne sono mai pentita. Dopo mesi di ebook, poi, l'ho apprezzato ancora di più.
Quando il vostro senso estetico sarà appagato e vi sentirete pronti, date un morso alla mela e iniziate a leggere:

                                                          "Palude Nera, Ohio
                                                           Primavera 1838

Stavano di nuovo litigando per colpa delle mele. Lui voleva piantare quelle dolci, buone da mangiare, lei le asprigne per farci il sidro. Erano così abituati ai litigi che ciascuno dei due recitava la parte a memoria, senza neppure badare alle parole dell'altro: le avevano sentite fin troppe volte."

Loro sono James e Sadie Goodenough (già il nome lo trovo geniale!), marito e moglie, partiti dal Connecticut e approdati in Ohio dove il governo concede ai coloni di diventari proprietari della terra sulla quale saranno riusciti a coltivare almeno cinquanta alberi. Peccato che il terreno melmoso della Palude Nera e il clima della regione non siano affatto propizi alla coltivazione degli alberi da frutto o di qualsivoglia tipo di vegetale commestibile. Ma James Goodenough ha portato con sé dei ramoscelli di melo, delle buone mele della fattoria di suo padre in Connecticut ed è assolutamente deciso a riuscire nel suo intento, innestare quei ramoscelli sui suoi alberi per riuscire a coltivare le mele Golden nella Palude Nera. James è un grande lavoratore e un uomo molto ostinato e ce la farà a gustare le sue adorate Golden, dal sapore di miele e noci, con un retrogusto di ananas, anche in quella desolata regione. Il prezzo da pagare sarà spropositato.
Se James è un grande lavoratore, la sua consorte Sadie, è una gran scansafatiche. Imbruttita dalla vita dura e triste nella palude che si porta via i suoi figli, la sua giovinezza e la sua avvenenza, si attaccherà alla bottiglia di acquavite e si lascerà trascinare sempre più a fondo diventando una madre orribile, una moglie tremenda e una donna cattiva, triste e tremendamente sola.
Dei dieci figli dei Goodenough seguiamo le vicende di Robert, che riesce a salvarsi dal fango della palude scappando verso ovest, a soli nove anni, senza mai voltarsi indietro.
Gli alberi dovevano essere nel sangue dei Goodenough perché anche Robert finisce per farne la sua professione, mettendosi al servizio di un botanico inglese che raccoglie semi e pianticelle da spedire in Inghilterra ai gentiluomini desiderosi di abbellire i loro giardini con novità botaniche provenienti dal nuovo continente.
Avevo già fatto la conoscenza di Tracy Chevalier e avevo già avuto modo di apprezzarne le doti di romanziera storica. Anche qui si rivela molto accurata nella ricostruzione, precisa nel dettaglio, prodiga di informazioni, senza appesantire o annoiare il lettore. Il linguaggio è crudo, a tratti spietato. Non si indugia in psicologismi o abbandoni lirici, ma si sta sui fatti che si susseguono inevitabili uno dopo l'altro. Forse è per questo che sono rimasta basita di fronte a un finale che ho trovato un po' troppo melenso come conclusione di un romanzo così schietto.
L'altro elemento che non ho amato molto è stato lo scambio epistolare trai due fratelli: soluzione un po' banale. E uno scivolone secondo me c'è anche nell'uscita di scena di Sadie.
Ho amato moltissimo invece le descrizioni degli alberi, sia del frutteto che dei boschi di sequoie, e degli uomini tra gli alberi; e vi lascio in loro compagnia:
"Gli era difficile spiegare ciò che provava al cospetto delle sequoie. All'inizio anche in lui era prevalso un senso di meraviglia per quegli antichi giganti, testimoni silenziosi della storia dell'uomo. Ma poi aveva capito che gli alberi non avevano niente a che fare con l'umanità, era come se abitassero in un mondo diverso. Potevi tagliarne le fronde, raccoglierne i frutti, estirpare i virgulti, ma le sequoie non reagivano."

Tracy Chevalier, I frutti del vento, Neri Pozza Editore, Vicenza 2016.


lunedì 30 gennaio 2017

I think I can! - The Little Engine that Could, Watty Piper

Complice un'indigestione che mi ha tenuta sveglia questa notte e a casa stamattina, provo a presentarvi il primo libro della serie "classici per bambini della letteratura inglese e americana".
Questo primo libro mi sta particolarmente a cuore. È uno dei primi libri che abbiamo letto ai nostri figli e abbiamo ancora la copia, ben consunta e bistrattata, di mio marito. Tutti e tre i nostri bambini lo hanno amato ed è ancora tra le letture predilette della piccola di casa, che va per i quattro.
A tal punto amato che ho dovuto comprarne un'altra copia per salvaguardare questo reperto di storia familiare.
Preparandomi per voi, ho scoperto che la paternità del libro è controversa quasi quanto quella dell'Odissea. C'è chi sostiene che Watty Piper non sia mai esistito e sia uno pseudonimo dell'editore Platt & Munk che per primo lo pubblicò nel 1930. Ma nel 1949 una donna rivendicò la paternità del libro per un suo cugino e ci fu anche chi lo pubblicò assegnandogli questo nuovo autore. Esistono diverse versioni del libro che si differenziano per lo più per le illustrazioni. Io ho sempre visto l'edizione del 1954 che è quella più largamente conosciuta e che qui vi presento.
I disegni sono semplici, quasi naïf, molto lontani dalle tavole d'artista di oggi. Parlano il linguaggio dei bambini, ricalcandone il tratto grafico: contorni ben dileneati, colori pieni, frutti e oggetti antropomorfizzati. Immagini di semplice e immediata lettura che mi hanno richiamato alla memoria i miei libri di infanzia.

I personaggi di questo libro sono i giocattoli (bambole, pupazzi di stoffa, clown) che costituiscono il carico di un treno che deve arrivare dall'altra parte della collina per consegnare doni ai "good little boys and girls", non sappiamo quale sia l'occasione, se una ce ne deve essere. Non si allude al Natale, né nel testo né nelle immagini. Ho visto però che nell'edizione del 1930 il paesaggio è innevato, quindi, forse...
Il treno improvvisamente si ferma, non riesce più a proseguire ed è qui che entrano in azione i giocattoli chiedendo a tutti gli altri treni di passaggio di trainarli dall'altra parte della montagna.
Ma c'è chi rifiuta perché troppo importante o elegante, chi rifiuta perché troppo vecchio e stanco, fino a che "a little blue engine" decide di provarci perché non vuole deludere i bravi bambini che aspettano i loro doni al di là della montagna. Il piccolo trenino blu non è affatto sicuro di riuscire nell'impresa, ma "she tugged and pulled and pulled and tugged and slowly, slowly, slowly they started off". E al ritmo di "I think I can - I think I can - I think I can..." il trenino prende velocità, sale sulla montagna, la supera e scende trionfante a valle.
La storia è semplice e gli insegnamenti che vuole passare molto evidenti: credete in voi stessi, non arrendetevi, metteteci tutto l'impegno possibile e sarete premiati. Volere è potere!
Molto americano come concetto, no? Ma se preso nella giusta misura può essere un buon incoraggiamento. Una sorta di mantra.
E poi c'è l'altruismo, ovviamente.
La storia è molto old fashioned e il linguaggio anche, ma il libro continua ad esercitare il suo fascino su grandi e piccini.
Io lo adoro, ma mi rendo conto parlandone ora che sono più ragioni di cuore che di mente.



domenica 29 gennaio 2017

Longbourn House - Jo Baker

Posate lucidate con lo sputo, pavimenti lavati con foglie di tè, sottogonne infangate messe in ammollo  in acqua bollente, pezzuole sporche di sangue mestruale spinte sotto acqua e lisciva con un bastone, stoviglie da lavare, vasi da notte da svuotare, geloni alle mani e vecchi abiti sporchi di sterco.
Questo è quello che vedresti entrando dalla porta di servizio di Longbourn House.
Mentre le signorine al piano di sopra dormono "sognando sogni da signorine, quali che siano", Sarah la giovane domestica,  coetanea di Elizabeth, è sveglia da un pezzo perché oggi è giorno di bucato, bisogna andare ad attingere acqua dal pozzo, accendere la caldaia e rimboccarsi le maniche. Quando la giornata sarà finita le domestiche sfinite si ritroveranno davanti al focolare della cucina a passarsi un vaso pieno di grasso d'oca da spalmarsi sulle mani bruciate dai geloni, dal sapone e dall'acqua bollente.
Sarah è fortunata. Mrs Hill l'ha tirata fuori da un ospizio per poveri che era ridotta un cencio, l'ha nutrita, le ha insegnato un mestiere, le ha dato una casa, a suo modo l'ha amata. Sarah ha di che rallegrarsi, un triste destino l'attendeva; ma Sarah si ricorda cos'è la felicità, l'ha provata in passato, e non riesce a farsi bastare il letto condiviso con la piccola Polly, la sua scatola di legno, sua unica proprietà privata, i pasti serviti nella cucina, dove bisogna cercare di far finta di niente con Mr Hill che mangia rumorosamente facendo oscillare la mandibola per sfruttare al meglio i pochi denti rimastigli. È per questo senso di insoddisfazione e incompiutezza, più che per amore, che decide di andarsene per seguire un uomo, un domestico come lei, che non ha nulla da offrirle se non vaghe illusioni e un bacio che sa di tabacco e cipolla. Sarà l'amore, quello vero, invece, a farla rimanere e a trasfigurare Longbourn in un angolo di paradiso, nel luogo della felicità. Svuotare vasi da notte, grattar padelle e lucidare stivaletti non sembrerà più così insopportabile.
L'amore arriva nelle vesti di un valletto, spuntato dal nulla e piuttosto misterioso, forse troppo.
Di James, il valletto, non mi è piaciuta tanto la storia personale, troppo romantica e idealizzata per i miei gusti, quanto piuttosto quello che riesce a mostrarci in termini di dietro le quinte del mondo austeniano. Quello che per le signorine Bennet è un ballo a Netherfield, dalla parte di James è un viaggio a cassetta in una notte gelida, una lunga attesa nel cortile tra cocchieri avvinazzati, assonati o chiassosi, una privazione di ore di sonno di cui nessuno terrà conto aspettando di vederti servire la colazione come di consueto, l'esposizione a incontri indesiderati. Mi è piaciuta di questo romanzo la parte più documentaria, più cruda e realistica, tra l'altro raccontata con grande maestria. S'intona alla perfezione con il mondo e lo stile della Austen. Da cui invece si allontana costruendo la storia parallela di James e Sarah e di Mr e Mrs Hill: troppo romanzo d'appendice, troppo poco dialogo.
E poi Mr Bennet seduttore io proprio non ce lo vedo.
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