mercoledì 25 novembre 2015

Il mago di Oz - L. Frank Baum (audiolibro)

La mia seconda esperienza con un audiolibro è stata piuttosto deludente per due motivi: il libro in sé e la lettrice. Non posso dirlo con certezza, ma forse questa seconda componente ha fortemente danneggiato la godibilità del testo in sé, unita alla scelta di una traduzione mediocre e antiquata.
Per farla molto breve, ho trovato il racconto noioso, piatto, ripetitivo e anche un po' sciocco.
Avevo tanta voglia di leggerlo e pensavo si prestasse bene all'ascolto per via del suo carattere favoleggiante, ma è stato un buco nell'acqua.
Lo spaventapasseri mi sembra che alla fine sia più stupido che all'inizio, così arrogante e pieno di sé che è diventato, il boscaiolo di latta non cambia di una virgola, il leone è l'unico che mi fa un po' di simpatia e di Dorothy non riesco ad accettare la totale mancanza di spirito d'avventura o semplice curiosità fanciullesca. Sembra che nulla la stupisca e le interessi, tutto quello che desidera è tornarsene nel grigio Kansas.
Non lo rimpiangerò.


venerdì 20 novembre 2015

Totto-chan. La bambina alla finestra - Tetsuko Kuroyanagi- Modelli di educazione possibili


 Questa è una delle numerose letture suggerite da Alessandra, la guida del gruppo di lettura virtuale al quale da un paio di mesi mi sono unita con entusiasmo. Il gruppo prevede un programma fisso e corposo incentrato quest'anno sulla figura del "monello" nella letteratura per l'infanzia declinata in modi diversi nei paesi del Nord e del Sud. Quindi si passa per Dickens, Twain, Astrid Lindgren, Karin Michaelis, il Vamba,...
Ma dato che i libri sono come le ciliegie, e Alessandra è una donna di cultura strordinaria, ne viene sempre fuori qualche nuovo spunto, qualche approfondimento, curiosità, confronto, divagazione. Insomma, per farla breve, questa è la situazione attuale sul mio comodino:

Un giorno Alessandra ci  mostra la foto della copertina di questo libro accompagnata da un commento entusiasta. Già la copertina è deliziosa, con quel ramo di ciliegio in fiore, quel rosa confetto della costa così lezioso e tenero, e la bimbetta col cappello, suggestiva immagine di Chihiro Iwasaki. Io, di mio, ci ho aggiunto quel segnalibro, che mi sembrava si intonasse alla perfezione con quel libro. Voi che dite? Ma quella dei segnalibri è un'altra mia "malattia"...
Durante un'insolita colazione solitaria - tutti e tre i bimbi ancora addormentati nei loro letti (la più piccola nel mio, a dir la verità, ma questa è un'altra storia) - il sole novembrino di questo caldo autunno che entrava dalla finestra, la mia tazza di caffelatte e la casa immersa nel silenzio, ho assaggiato Totto-chan e subito ho provato simpatia e tenerezza per questa bimbetta giapponese.
La incontriamo all'uscita della stazione dei treni mentre discute con il controllore perché vorrebbe tenere il suo biglietto, la seguiamo mentre saltella per la strada diretta, con la mamma, verso la sua nuova scuola. E alla terza pagina scopriamo che è stata espulsa dalla scuola precedente: espulsa in prima elementare!
Ma com'è possibile che questa adorabile bambina sia stata espulsa da scuola?!? Cosa avrà mai combinato?! Giocava con il ripiano apribile del suo nuovo bamco e guardava fuori dalla finestra.
Ecco, nel Giappone alle soglie della Seconda Guerra Mondiale si poteva essere espulsi da scuola per questo.
Quello che mi ha colpito è stata la reazione della mamma, prima con la maestra e poi con la bambina.
Con la maestra, non cerca di giustificare la figlia, non fa notare che quelli che vengono presentati non le sembrano argomenti sufficienti, si dimostra comprensiva e sottomessa e non esita nemmeno un istante a ritirare la bambina dalla scuola. 
Ma è davvero sottomissione o non sarà piuttosto che quella mamma lungimirante ha capito che in quella scuola sua figlia non potrà essere felice, non sarà apprezzata e valorizzata e quindi non imparerà, non crescerà?
La nuova scuola che la mamma troverà con fatica e sceglierà per Totto-chan mi fa propendere per questa seconda opzione.
E poi come reagisce con la bambina? Si arrabbia, sbraita, la punisce? Assolutamente no. Semplicemente le chiede se le piacerebbe andare in una nuova scuola perché "si rese conto che la bambina non avrebbe capito in cosa aveva sbagliato e lei non voleva che si facesse dei complessi, quindi decise di non dirle niente finché non fosse cresciuta."
Questa è la posizione della maestra:
"Ovviamente la Mamma doveva fare qualcosa. Non era giusto per gli altri bambini. Doveva trovare un'altra scuola, una scuola dove riuscissero a capire la sua bambina e a insegnarle come rapportarsi con gli altri".
E ovviamnente la mamma fa qualcosa: si mette alla ricerca di una scuola adatta per sua figlia.
Però, che forza questa mamma!
L'ho ammirata e invidiata tanto io che sono sempre alla ricerca del giusto compromesso per compiacere le insegnanti e non mortificare mio figlio. 
Al divaolo i compromessi! Come mamma ho il dovere di difendere la felicità di mio figlio e il suo diritto a un'istruzione adeguata.
La scuola che la mamma trova per Totto-chan, la Tomoe è davvero una scuola speciale. Tanto per incominciare le lezioni si svolgono in vagoni di treni dismessi, e le lezioni in se stesse sono molto diverse dalle lezioni frontali a cui noi siamo avvezzi. Ai bambini vengono dati una serie di compiti che sono liberi di svolgere nell'ordine che preferiscono durante la mattinata, poi ci sono i bagni (nudi) in piscina, le lezioni di euritmica, quelle di musica e le passeggiate nei boschi.
Alla Tomoe ogni bambino trova il suo posto, ognuno è non solo accettato, ma anche valorizzato per le sue capacità e caratteristiche. Ai bambini viene data piena fiducia e la risposta è stupefacente.
La terribile Totto-chan, espulsa in prima elementare, incoraggiata costantemente dal preside con la semplice frase "Sei davvero una brava bambina, sai?" avrà la possibilità di crescere confidando in se stessa e nelle sue capacità. In un'altra scuola sarebbe stata marchiata come "cattiva bambina" e uscire da quel ruolo sarebbe stato difficile.
Di questo l'autrice, Tetsuko Kuroyanagi, è grata al suo preside, il signor Kobayashi, perché, sì, la Tomoe è esistita davvero e tutto quello che viene raccontato nel libro è accaduto realmente a chi racconta.
Sono contenta di aver letto questo libro in un momento per me cruciale e critico nel quale devo prendere una decisione molto importante per il futuro dei miei bambini, e anche del mio, certo.
Il modello di educazione italiano non è l'unico possibile e probabilmente non è il migliore. Voglio cercare per i miei figli la scuola che possa offrire loro il tipo di educazione che meglio risponda ai loro bisogni.
Devo dire che dal punto di vista narrativo, dopo un po' il libro mi ha stufato. Non c'è una storia di cui seguire intreccio e sviluppo, ma una serire di episodi giustapposti. Se a questo si unisce il carattere prettamente informativo di alcuni capitoli, l'impressione di leggere un saggio prevale a tratti sull'atmosfera romanzesca. Del resto ho letto che il libro è stato premiato come "saggistica".
L'atmosfera incantata della prima parte del libro si perde troppo presto, a mio parere, ma rimane una bella testimonianza di una possibilità diversa di intendere l'educazione e di considerare l'infanzia.


Tetsuko Kuroyanagi, Totto-chan. La bambina alla finestra, Excelsior 1881, Milano 2008.

venerdì 13 novembre 2015

Una spola di filo blu - Anne Tyler

Questo romanzo fa parte del mio progetto "leggere autori contemporanei". Ho letto commenti entusiasti su questa scrittrice, a me finora sconosciuta, che ha anche vinto premi prestigiosi (il Pulitzer, per esempio), quindi mi sembrava promettere bene. Ho letto il libro velocemente, forse troppo, sono 390 pagine e la lettura non mi ha impegnato per più di una settimana, leggendo solo la sera. La mia sensazione è che tutto scorresse troppo in fretta, ed è la sensazione che ho in genere con i romanzi moderni, mi sembrano affrettati. Magari il romanzo si apre su due adolescenti ed in capo a due capitoli li troviamo nonni e bisnonni, senza che nessuno ci abbia raccontato cosa è successo in mezzo se non per vaghe allusioni, rapidi accenni. Mi sembra che gli autori contemporanei spesso non si prendano la briga di spiegare il perché e il per come di certi eventi, atteggiamenti, caratteri dei loro personaggi. Mi sembra che tutto rimanga in superficie e anche se nel momento della lettura riesco a lasciarmi coinvolgere è senza il minimo rimpianto, affetto o arricchimento che chiudo il libro, voltata l'ultima pagina. 
Poi ci sono i romanzi "introspettivi", che forse sono ancora peggio: uno sproloquio di pseudopsicologia che stringi stringi non ti dice poi un granché. Molto meglio la rappresentazione del visibile, che è diverso dalla descrizione della realtà. Ovviamente sto pensando a Jane Austen, che non descrive, rappresenta. Riporto le parole di Anna Luisa Zazo nella sua introduzione a Northanger Abbey:

"Interessandosi di quel che vede, parla, si muove, la narrativa della Austen raggiunge con straordinaria immediatezza quel che è nascosto: il cuore, i sentimenti umani. Pragmaticamene, Jane Austen non descrive la causa dei sentimenti, ma il loro effetto; non parla di amore o odio, invidia o generosità, colpa o innocenza, ma ci mostra come l'amore o l'odio, l'invidia o la generosità, la colpa o l'innocenza si manifestano e ci si rendono note."

Chiaro no? E, per quanto mi riguarda, perfetto. Ecco, a me piace questo tipo di narrazione, ma molto raramente lo trovo nei contemporanei. L'ho trovato nella Allende e in qualche romanzo di Marie-Aude Murail, seppur con declinazioni decisamente diverse.
Prendiamo questo romanzo: è la storia di una grande famiglia, tre generazioni; siamo negli Stati Uniti d'America, passiamo attraverso la guerra, la depressione e la ripresa, fino ai giorni nostri, si parla di conflitti tra figli e genitori, di speranze, di grandi sogni e ambizioni, delle gioie e delle fatiche di fare parte di una grande famiglia. Ma tutto viene toccato di sfuggita. Tanti rimangono gli interrogativi: perché quel tal personaggio ha reagito così? Cosa è successo a quell'altro? Che senso ha questo dettaglio? Perché la casa è così importante? E via dicendo. Le risposte però sono pochissime e la chiusa finale mi ha lasciato addosso un vago senso di disfatta:

"Fu quel pensiero a suggerirgli cosa fare con il suo vicino di posto: niente. Fingere di non notare, guardare oltre fuori dal finestrino schizzato di pioggia."

Che tristezza! Come a dire: "ognuno per sé e Dio per tutti" (forse).

Dopo aver scorrazzato nel presente e nel passato, con continui salti temporali, nelle vicende di questa famiglia, normalissima nella sua imperfezione, vien da chiedere: e allora? Qual è il senso di tutto ciò se non che nulla ha senso? Scopriamo che quello che una credeva essere un grande amore era per l'altro solo una menzogna, che chi credeva di aver dato felicità è stato causa di grande sofferenza e che alla fin fine tutto si disgrega. 
Comunque, anche senza considerare il fatto che questa visione e questi sentimenti mi sono totalmente estranei, è proprio il modo di procedere della narrazione che mi ha lasciato (e mi lascia sempre) delusa. Eppure so per certo che se dovessi mettermi io a scrivere un libro, assomiglierebbe tristemente a questi. Ed è per questo che me ne astengo.

lunedì 9 novembre 2015

L'isola sotto il mare - Isabelle Allende

Con L'isola sotto il mare ho fatto la mia prima esperienza di audiolibro e, seppur l'incontro sia stato casuale, non avrei potuto scegliere meglio. 
La narrazione dell'Allende, che procede quieta ma implacabile, ricca, ridondante, ritmata e insistente, ben si adatta al racconto orale. Me la vedo a raccontare davanti al focolare a nipoti e bisnipoti o a chiunque voglia ascoltare, ma considerando le latitudini a cui scrive e di cui scrive, forse sarebbe meglio piazzarla su un'amaca protetta dall'ombra di una lussureggiante vegetazione. 
Il racconto di Zarité mi ha accompagnato nei monotoni viaggi casa-scuola e quando sabato il cd è finito ricominciando dall'inizio come se niente fosse ci sono rimasta un po' male: "ma come mi lasci così? Senza darmi un preavviso? Senza dire niente?" Non sono proprio abituata a questo tipo di lettura, e non potendo vedere materialmente quante pagine mancano, a che punto della storia sono arrivata, non avendo la possibilità di andare a sbirciare avanti o a riguardare dietro, mi sembra che mi vengano sottratti dei riferimenti, delle possibilità. In realtà questa sottrazione è in se stessa una possibilità: ti mette nella condizione di ascolare con maggiore attenzione perché sai che non potrai tornare indietro e allo stesso tempo ti invita ad abbandonarti al racconto perché non importa se non hai colto esattamente il significato di quella data frase o il nome di quel tal personaggio. E' un lasciarsi trasportare dalla corrente delle parole che inevitabilmente da qualche parte ti faranno approdare. E' anche un esercizio di umiltà, e di fiducia.
Il testo in sé è bellissimo e già so che non resisterò alla tentazione di procurami il romanzo cartaceo per andare a rileggermelo. Ma questa è una mia deformazione e vi assicuro che anche solo ascoltato è godibilissimo.
Siamo alla fine del 1700 nella colonia francese di Santo Domingo. La voce narrante è quella di Zarité, o Tetè, una schiava che vive in una piantagione di canna da zuccherro alle dipendenze di Toulouse Valmorain. Tetè si può considerare una schiava fortunata perché a differenza di tanti suoi compagni non finisce a tagliare o triturare la dura canna da zuccherro, ma viene scelta per servire la sposa del padrone e vivrà sempre, o quasi, nella casa grande dove si mangia meglio, il lavoro è meno duro e si hanno maggiori probabilità di sopravvivenza. Quello a cui la sorte non la sottrae e che fa di lei comunque una schiava è la sottomissione incondizionata al padrone che dispone della sua vita e della sua persona a suo piacimento. Teté conoscerà la violenza, la paura, l'umiliazione e il dolore, ma sarà sempre una ragazza e poi una donna saggia e forte. Lotterà per i suoi figli, assaporerà la libertà e rimarrà sempre fedele a se stessa, seguendo la sua zetoile e confidando nella protezione di Erzulì.
La Allende non fa sconti a nessuno e mentre scorre la piccola storia di Zarité la grande storia del mondo galoppa, spietata, implacabile.
Ne L'isola sotto il mare  il crudo realismo si fonde alla spiritualità e alla magia creando quelle atmosfere rarefatte eppur fin troppo vere che sempre mi affascinano nella narrazione della Allende che penso che sia una delle poche romanziere contemporanee che esercitano su di me lo stesso fascino dei grandi classici.

mercoledì 4 novembre 2015

Storia della letteratura per l'infanzia - parte 1. Paul Hazard, Uomini, ragazzi e libri

"L'amore del libro presuppone un paragone tra piaceri facili e piaceri delicati, con una scelta decisa per i secondi, una certa personalità, un certo senso dello sforzo, il gusto del raccoglimento, della riflessione, la resistenza all'ansia che è divenuta oggi il ritmo della nostra vita, in poche parole una attitudine morale. Ed è per questo che il problema della difesa del libro è, in primo luogo, un problema di educazione."

Nelle ultime settimane un insieme di fattori mi hanno portato ad approfondire la storia della letteratura per l'infanzia. Dopo tanti libri letti da bambina e ragazzina, dopo ancor più libri letti ai miei figli, sentivo il bisogno di fare un po' di ordine e chiarezza. Ci si è poi messo l'incontro fatale con un gruppo di lettura su facebook (che, sì, non serve solo per i pettegolezzi spiccioli) che mi continua a dare spunti di ricerca e riflessione e da cui mi lascio condurre in questo percorso e l'opportunità di insegnare italiano in una scuola media con le sfide che questo comporta. 
E così da un po' di tempo a questa parte il mio comodino è molto affollato: c'è la pila dei miei romanzi da leggere, ci sono i saggi, ci sono i classici e non per i ragazzi, ci sono i libri per i bambini e varie ed eventuali che non sto qui ad elencare. In questo guazzabuglio ho pescato Uomini, ragazzi e libri di Paul Hazard, un libro vecchiotto, ma ancora interessante. 
Ad esempio voi riuscite ad immagine un tempo in cui i libri per bambini non esistevano? E la meraviglia che deve aver suscitato l'apertura della prima libreria per bambini a Londra verso il 1750?
Io spesso mi trovo a riflettere sulla differenza enorme tra i libri che io avevo a disposizione da bambina e quelli che hanno ora a disposizione i miei figli e mi sembra colossale, ma pensare proprio un mondo senza niente di tutto ciò proprio mi risulta difficile.
E allora, quando, come e perché è nata la letteratura per l'infanzia? Come è nata questa esigenza? 
Paul Hazard ripercorre la storia della letteratura cercando quelle avvisaglie che lasciavano intravedere l'insoddisfazione dei giovani lettori, il loro disagio di fronte a una letteratura pensata per gli uomini e non per i ragazzi. E ancora le prime rivendicazioni, l'appropriarsi dei fanciulli di testi che non erano stati pensati per loro, si vedano i romanzi di Dickens, Defoe e Stevenson.
Hazard procede nazione dopo nazione ed evidenzia una forte contrapposizione tra i nordici e i latini: mentre nei popoli latini il bambino è considerato semplicemente un piccolo adulto e l'infanzia di per sé non ha valore se non per quello che potrà sviluppare, nel mondo nordico c'è un profondo rispetto del bambino come individuo, la fanciullezza non è solo un'età di transizione da superare e di cui sfruttare le potenzialità, ma ha valore in se stessa. Questa diversa concezione si riflette alla perfezione nei libri prodotti dalle due culture e, senza entrare nel dettaglio dell'excursus storico, mi limito a riportare l'esempio della poesia e quello delle fate.
I bambini inglesi hanno le nursery rhymes, che sono la forma di poesia perfetta per l'infanzia, sono "immagini musicali", dove non c'è nulla da capire, ma puro suono, ritmo e fantasia. Per i francesi questo è inconcepibile, per loro la poesia è un bene di lusso, da maneggiare solo a partire da una certa età. Ancora più emblematico il caso delle fate:
"la fantasia asiatica non si rifiuta di far uscire da un ciottolo un palazzo incantato, o una principessa dalla piuma di un cigno volteggiante al vento di tramontana. Le nostre fate, al contrario, agiscono sullo stesso piano, ma come se fossero dirette da capricci ragionevoli; ed è una zucca ben rotonda e ben matura che viene trasformata, per il ballo di Cenerentola, in una bella carrozza dorata, e un grosso topo in un cocchiere baffuto. Timidezza e logica di fate razionali che si guarderebbero bene di confondere le apparenze e le analogie per il vano piacere di esibire il loro potere e che sacrificano, insomma, un po' della loro potenza al delicato piacere di rispettare la logica delle cose..." (Fernard Baldensperger).
I latini, quindi, a dispetto della loro leggendaria passionalità, paiono aver osato poco nella loro creazioni per la letteratura per l'infanzia, preoccupati sempre di veicolare un messaggio, di insegnare qualcosa, di travestire gli insegnamenti didattici sotto forma di evasione e sono invece i freddi e impassibili inglesi quelli che hanno regalato ai bambini di tutto il mondo i migliori viaggi nel regno della fantasia, per citarne giusto un paio tra i più famosi, Peter Pan e Alice nel paese delle meraviglie.

Tutte le citazioni sono tratte da Paul Hazard, Uomini, ragazzi e libri, Armando editore, Roma 1967.
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