mercoledì 21 ottobre 2015

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde - Robert Louis Stevenson

Penso che questo libro sia più popolare per tutto ciò che si è detto e si dice intorno ad esso che per se stesso. L'espressione "dottor Jekyll e mister Hyde" per indicare un apersona dalla doppia personalità, o comunque con comportamenti ambivalenti, è di uso comune e sicuramente molte delle persone che la usano non hanno mai letto il romanzo.
Altrettanto sicuramente se il libro è entrato a tal punto nella cultura popolare la causa va ricercata nel testo stesso.
Ho scoperto che l'opera ebbe una fortuna eccezionale. Pubblicato nel gennaio del 1886, il romanzo ebbe subito un successo straordinario, con quarantamila copie vendute in sei mesi. L'eco sulla stampa fu consistente e seguirono a breve le prime riduzioni teatrali. La popolarità fu tale che iniziarono a circolare anche numerose edizioni pirata. L'autore si vide recapitare valanghe di lettere di semplici lettori, di critici e di suoi colleghi scrittori.
Il fascino dell'opera sta nel suo tema, un tema che mi azzarderei a definire universale: la lotta del bene contro il male e l'intrecciarsi dei due opposti principi nell'animo umano.
Si parla solitamente di "doppio", ma a ben vedere Hyde non è il doppio di Jekyll perché mentre Hyde è presentato come il male assoluto, Jekyll non è tutto bene, in lui convivono istiniti buoni e istinti malvagi. Jekyll è umano, Hyde no.
E, pensandoci bene, Hyde è davvero tutto male? Perché allora torna sempre a ritrasformarsi nel retto Jekyll? Questo non vuol dire che in lui rimane comunque una qualche scintilla che lo riporta al bene? Anche la fine (che non svelo perché la suspence è parte importante del romanzo) mi lascia qualche dubbio in proposito.
Il romanzo è molto ben scritto e si legge piacevolmente - ma certo Stevenson non stava aspettando me per ricevere i complimenti! - ed è interessante, e anche un po' spaventoso, notare come il male continui ad esercitare il suo fascino. 
In una storia come questa sarebbe stato facile scivolare nel morboso e la bravura di Stevenson è stata, secondo me, anche quella di tenersi lontano da questo rischio.

mercoledì 14 ottobre 2015

Bibi. Una bambina del Nord - Karin Michaelis


Bibi. Una bambina del nord 

 "Si può misurare la libertà in chilometri" scriveva Karin Michaelis; "questa comincia col mettersi in movimento e coll'uscire dallo spazio geografico e sociale. In seguito si passerà dalla libertà di movimento alla libertà di fatto."

Chi meglio di Bibi incarna questo programma? Bibi, nata contessina Ulrikke Elisabeth, figlia del re delle ferrovie della Danimarca, o più banalmente di un capostazione, gode di una libertà inimmaginabile: scorrazza da nord a sud e da est a ovest per tutta la Danimarca saltando sul primo treno in partenza grazie alla sua tessera della ferrovia, una sorta di passaporto per il magico mondo dell'avventura. Bibi a undici anni è una ragazzina che definire autonoma e intraprendente è ancora poco. Scappa da scuola dove non riesce a stare attenta perché si annoia e parte per i suoi vagabondaggi che la portano a scoprire tutte le isole e le diverse zone del suo freddo paese, conosce le abitudini di vita peculiari ad ogni zona e le racconta nelle lettere lunghissime, vivide e sgrammaticate che scrive al suo amato papà.
A proposito degli errori di ortografia, il narratore ci dice: "Non perché non sappia fare meglio: sa come si scrivono quasi tutte quante le parole, quando si dà il tempo di pensarci su. Ma c'è forse qualcosa di più difficile che pensarci su prima di commettere qualche sciocchezza?"
Bibi è un'entusiasta: una bambina che trova del bello e del buono in tutte quante le situazioni. Trabocca di energia, è in continuo movimento, vede, impara e vuole raccontare talmente tante cose che quando si mette a scriverle pare vogliano uscire tutte insieme, si accalcano una sull'altra, creando il racconto confuso, eccitato e gioioso tipico di un bambino felice. "... mi sento come un cassetto che non si chiude tanto è pieno" scrive Bibi; ed è proprio questa l'impressione che si ha e che l'autrice riesce a rendere benissimo nelle lettere di Bibi al padre. 
Il padre di Bibi senz'ombra di dubbio non è un padre tradizionale. Nelle mie letture di libri per ragazzi non ne avevo ancora incontrato uno così: è un padre amorevole, per nulla apprensivo, ha una fiducia cieca nella sua unica figlia a cui concede il massimo della libertà e non chiede nulla in cambio del suo affetto. Bibi non ha obblighi o doveri. Nemmeno la necessità di frequentare la scuola pare intaccare il suo spirito libero e anche quando il padre, dopo l'espulsione dalla seconda scuola, la mette di fronte alla necessità di scegliere tra un collegio in Svizzera o il soggiorno presso i conti suoi nonni che si propongono di occuparsi dell'educazione di quella bambina che ai loro occhi pare una selvaggia, lo fa senza pressione alcuna. Si deve sforzare di apparire severo e determinato, e sembra che in realtà per lui la questione non sia affatto importante. L'unica cosa che gli sta a cuore è la felicità della bambina.
I nonni-conti di Bibi, sono i "signori grigi" che Bibi incontrerà più volte nel corso delle sue scorribande non riconoscendoli, non potendo riconoscerli in quanto mai visti prima. Infatti i conti decisero di troncare ogni relazione con la figlia (la madre defunta di Bibi) in seguito alla sua decisione di contrarre un matrimonio per loro degradante. Gli incontri con questi signori grigi sono molto divertenti ed è piacevole notare come i conti si "coloreranno" e animeranno in seguito alla frequentazione con la nipotina ribelle. 
Come nella più classica delle tradizioni Bibi è orfana di madre. Ma in questo caso la condizione di orfana non dà il via a un ricordo lacrimevole che muove a compassione. La mamma di Bibi non è percepita nel romanzo come un'assenza pesante, ma come una presenza. Bibi dialoga spesso con sua mamma, non ne parla con tristezza, la va a trovare regolarmente nel cimitero personale che ha costruito per lei, organizza festicciole sulla sua tomba, che non è una tomba vera e propria perché nella tomba non c'è nessuno. "Ma Bibi fa finta che ci sia sepolta la sua adorata Mamma...allora, ecco che è sepolta là per davvero: si può immaginare qualcosa talmente a lungo e con tanta forza da farla diventare quasi reale."
Questa è Bibi. 
Ah, dimenticavo... se vi dovesse capitare di essere tirati per le gambe da un'idea, non cercate di resistere, ma seguitela!

Tutte le citazioni sono tratte da: Karin Michaelis, Bibi. Una bambina del Nord, Salani, Milano 2005.

sabato 10 ottobre 2015

Northanger Abbey - Jane Austen

Si avvicina la conclusione del mio percorso annuale con Jane Austen e so già che mi mancherà. Questa è la penultima tappa: insolitamente breve e insolita anche per altri aspetti.
Northanger Abbey si discosta un po' dagli altri romanzi di Jane Auten, pur mantenendo le caratteristiche che rendono unica questa autrice. Il tono fresco, brioso e ironico, la struttura perfetta e il linguaggio cristallino. Cos'ha di diverso?
In qualche modo è un metaromanzo, nel senso che parodiando i romanzi gotici, e dicendo al lettore come una certa vicenda sarebbe narrata o un certo personaggio sarebbe descitto in un romanzo gotico, Jane Austen ci mostra esattamente cosa non bisogna fare per non cadere nel ridicolo e come invece procedere per ottenere una narrazione realistica. Considerando quanto poco sappiamo della vita dell'autrice e del suo lavoro "dietro le quinte" è anche da considerarsi una preziosa testimonianza. I tempi dei diari delle scrittrici (mi vengono in mente la Plath o la mia cara Virginia Woolf) dai quali possiamo spiare il loro modo di procedere, le loro riflessioni sulla lingua, la lettura e la scrittura sono ancora lontani da venire!
Nel romanzo l'autrice si lancia anche nella difesa appassionata del romanzo come genere, lascio a lei la parola:

"Sebbene la nostra produzione abbia offerto autentico piacere più della produzione di ogni altra corporazione letteraria, nessun'altra opera letteraria è stata tanto maltrattata. Per orgoglio, ignoranza o rispetto della moda i nostri nemici sono tanti quanti i nostri lettori. (...) sembra vi sia il desiderio quasi generale di denigrare l'abilità e sottovalutare il lavoro del romanziere, e di trattare come cosa dappoco quelle opere che a ben riflettere hanno dalla loro soltanto il genio, lo spirito e il buon gusto. (...) un'opera nella quale si dispiegano i maggiori poteri della mente, nella quale la più profonda conoscenza della natura umana, la più felice descrizione delle sue varietà, il più vivo effondersi di spirito e umorismo vengono espressi nel linguaggio migliore."
Si poteva dirlo meglio?!

E ora la storia: Catherine Morland sembra essere l'antieroina per eccellenza. Provvista dalla natura di una comune bellezza e di una ancor più comune intelligenza, è una ragazza di campagna, con solide radici e pochi grilli per la testa. Il suo viaggio a Bath e l'incontro con Isabella la introdurranno ad un mondo di più raffinati, o piuttosto artificiosi, usi e costumi e alla passione per i romanzi gotici. A controbilanciare il negativo influsso di Isabella sulla giovane, sarà l'amicizia di una coppia di fratelli, Henry e Eleanor Tilney che invitandola a soggiornare nella loro tenuta, l'Abbazia di Northanger, appunto, metteranno alla prova dapprima la sua impressionabilità e in seguito la sua forza di carattere. Chaterine uscirà da questa avventura più consapevole di sé e del mondo. In questo romanzo della Austen troviamo un'eroina diversa dalle altre: un personaggio lineare, un animo semplice. In Chaterine non c'è nulla del carattere anticonformista di Elizabeth Bennet, nulla del tormento di Marianne Dashwood o del rigore severo della sorella Eleanor, nulla della complessità di Emma. Chaterine è così come si presenta e come tutti possono vederla. Questo romanzo della Austen, forse più vicino ai romanzi giovanili che alle opere più mature, è un romanzo felice e fresco. Sempre godibile e perfetto (sono di parte, lo so), anche se forse meno raffinato degli altri. E questo è il massimo della critica che mi sento di muovere a Jane!

Jane Austen, Northanger Abbey, Oscar Mondadori, Milano 1982.

venerdì 9 ottobre 2015

Breaktime - Aidan Chambers

Poche righe veloci per commentare questo libro di Aidan Chambers che ho letto sulla scia del suo saggio Siamo quello che leggiamo di cui ho già parlato qui

Se già il saggio mi era parso cervellotico, la stessa impressione è stata ancora più forte leggendo questo romanzo, costruito a tavolino sulla base delle teorie sopra esposte. Non che io creda ciecamente nell'ispirazione divina dello scrittore; so bene che dietro ogni grande romanzo c'è un lavoro di studio, progettazione, ricerche, ma si parla appunto di grande romanzo quando tutto questo lavoro sotterraneo non si vede, quando tutto sembra scorrere liscio e sorgare limpido e puro dalla penna dello scrittore ispirato. 
Ecco, qui accade l'opposto: è come osservare il cervello dell'autore al lavoro, come leggere i suoi appunti e le sue bozze. Il risultato è che il libro rimane distante, un mero esercizio di scrittura, per quanto mi riguarda. Se l'intento di Chambers era quello di avvicinare i ragazzi alla letteratura non penso che sia questo il modo per riuscire nel suo intento.
Questo è il primo di sei romanzi, se non sbaglio. L'inizio non è incoraggiante, ma forse ne proverò qualche altro.

Anche la trama la trovo improbabile e "scolastica": tutto parte dalla discussione di due adolescenti, in pieno subbuglio ormonale, sulla letteratura (tze!). Uno sostiene che "La letteratura è una stronzata" (cito) e l'altro ne difende invece la causa. Nel mezzo ci stanno i conflitti generazionali e i primi amori.

Per me: bocciato.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...