venerdì 13 novembre 2015

Una spola di filo blu - Anne Tyler

Questo romanzo fa parte del mio progetto "leggere autori contemporanei". Ho letto commenti entusiasti su questa scrittrice, a me finora sconosciuta, che ha anche vinto premi prestigiosi (il Pulitzer, per esempio), quindi mi sembrava promettere bene. Ho letto il libro velocemente, forse troppo, sono 390 pagine e la lettura non mi ha impegnato per più di una settimana, leggendo solo la sera. La mia sensazione è che tutto scorresse troppo in fretta, ed è la sensazione che ho in genere con i romanzi moderni, mi sembrano affrettati. Magari il romanzo si apre su due adolescenti ed in capo a due capitoli li troviamo nonni e bisnonni, senza che nessuno ci abbia raccontato cosa è successo in mezzo se non per vaghe allusioni, rapidi accenni. Mi sembra che gli autori contemporanei spesso non si prendano la briga di spiegare il perché e il per come di certi eventi, atteggiamenti, caratteri dei loro personaggi. Mi sembra che tutto rimanga in superficie e anche se nel momento della lettura riesco a lasciarmi coinvolgere è senza il minimo rimpianto, affetto o arricchimento che chiudo il libro, voltata l'ultima pagina. 
Poi ci sono i romanzi "introspettivi", che forse sono ancora peggio: uno sproloquio di pseudopsicologia che stringi stringi non ti dice poi un granché. Molto meglio la rappresentazione del visibile, che è diverso dalla descrizione della realtà. Ovviamente sto pensando a Jane Austen, che non descrive, rappresenta. Riporto le parole di Anna Luisa Zazo nella sua introduzione a Northanger Abbey:

"Interessandosi di quel che vede, parla, si muove, la narrativa della Austen raggiunge con straordinaria immediatezza quel che è nascosto: il cuore, i sentimenti umani. Pragmaticamene, Jane Austen non descrive la causa dei sentimenti, ma il loro effetto; non parla di amore o odio, invidia o generosità, colpa o innocenza, ma ci mostra come l'amore o l'odio, l'invidia o la generosità, la colpa o l'innocenza si manifestano e ci si rendono note."

Chiaro no? E, per quanto mi riguarda, perfetto. Ecco, a me piace questo tipo di narrazione, ma molto raramente lo trovo nei contemporanei. L'ho trovato nella Allende e in qualche romanzo di Marie-Aude Murail, seppur con declinazioni decisamente diverse.
Prendiamo questo romanzo: è la storia di una grande famiglia, tre generazioni; siamo negli Stati Uniti d'America, passiamo attraverso la guerra, la depressione e la ripresa, fino ai giorni nostri, si parla di conflitti tra figli e genitori, di speranze, di grandi sogni e ambizioni, delle gioie e delle fatiche di fare parte di una grande famiglia. Ma tutto viene toccato di sfuggita. Tanti rimangono gli interrogativi: perché quel tal personaggio ha reagito così? Cosa è successo a quell'altro? Che senso ha questo dettaglio? Perché la casa è così importante? E via dicendo. Le risposte però sono pochissime e la chiusa finale mi ha lasciato addosso un vago senso di disfatta:

"Fu quel pensiero a suggerirgli cosa fare con il suo vicino di posto: niente. Fingere di non notare, guardare oltre fuori dal finestrino schizzato di pioggia."

Che tristezza! Come a dire: "ognuno per sé e Dio per tutti" (forse).

Dopo aver scorrazzato nel presente e nel passato, con continui salti temporali, nelle vicende di questa famiglia, normalissima nella sua imperfezione, vien da chiedere: e allora? Qual è il senso di tutto ciò se non che nulla ha senso? Scopriamo che quello che una credeva essere un grande amore era per l'altro solo una menzogna, che chi credeva di aver dato felicità è stato causa di grande sofferenza e che alla fin fine tutto si disgrega. 
Comunque, anche senza considerare il fatto che questa visione e questi sentimenti mi sono totalmente estranei, è proprio il modo di procedere della narrazione che mi ha lasciato (e mi lascia sempre) delusa. Eppure so per certo che se dovessi mettermi io a scrivere un libro, assomiglierebbe tristemente a questi. Ed è per questo che me ne astengo.

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