sabato 26 dicembre 2015

Canto di Natale: il mio e quello di Dickens

Il nostro tempo dell'attesa non è stato bello. Sarà stata la brutta notizia che la mia famiglia ha ricevuto una settimana esatta prima di Natale, sarà stato il fatto di non essere in forma, sarà stata la stanchezza, sarà che i bambini non sono stati affatto più buoni, sarà che i due giorni precedenti non sono uscita di casa e mi sono persa gli scambi di auguri con negozianti e passanti, sarà che non fa freddo e la neve non si è fatta vedere, sarà la tredicesima di un euro ricevuta dalla scuola, sarà la delusione per non essere riuscita ad incontrarmi con alcuni cari amici, sarà il sentirmi messa da parte, il rendersi conto di non rientrare nei piani di nessuno, sarà che sono data sempre per scontata, sarà che mi accorgo che spesso il bene (o almeno la dimostrazione del bene) è unilaterale, sarà che dopo aver pensato ai regali per tutti, averli scelti e confezionati con cura, l'unico pacchetto per me sotto l'albero me lo sono fatta da sola, sarà che i miei genitori hanno lavorato anche la mattina di Natale, sarà che mio marito ultimamente è nervoso e irritabile (e pure irritante, a dirla tutta), sarà che in questo momento  siamo più proiettati al futuro che concentrati sul presente, sarà la nottataccia che mi ha fatto passare la piccola, sarà che fare colazione con la tachipirina la mattina di Natale non è una buona partenza.
Al ritorno dal mio viaggio a Parigi ero partita con mille buoni propositi per vivere bene questo tempo di attesa, ma nessuno mi ha seguito.
Nonostante l'albero, le luci, il calendario dell'avvento, i biscotti, le storie e i canti di Natale, non sono riuscita a creare quell'atmosfera magica di festa, gioia e attesa.
Quando uno era felice, un altro era arrabbiato, quando recuperavo quello arrabbiato, una era stanca e noiosa, e via così. Un rincorrersi e un rincorrere la felicità.
Abbiamo fatto tutte le cose che fanno Natale senza riuscire a sentirlo veramente, e mi dispiace.
Mi ero anche "preparata" rileggendo, dopo tanti anni, Canto di Natale di Dickens in una bella edizione illustrata che ho deciso di regalarmi per l'occasione.
Come mai questo libro ha avuto una fortuna così straordinaria? La storia in sé è molto semplice, a tratti grottesca (ne è una prova il film di Zemeckis: ne ho fatto vedere una parte in classe e me ne sono pentita), una fiaba moderna con il cattivissimo Ebenezer Scrooge, che però capitola un po' troppo facilmente, il buon nipote, il povero Tiny Tim e il florido spirito del Natale presente, ricco, gioioso, maestoso e invincibile.
La trama da sola non fa il libro, quello che lo rende speciale è l'atmosfera che si respira, le descrizioni di Dickens sono magistrali: la nebbia di Londra, il freddo e il buio gelido della casa di Scrooge e poi l'allegria delle botteghe in festa.

Forse non è troppo tardi per raddrizzare almeno un po' questa giornata. Del resto è la mattina di Natale, qui tutti dormono ancora. Abbiamo perso l'attesa, cerchiamo di goderci alemeno il giorno.
Buon Natale!

P.S. Il Natale deve essere davvero magico: alla fine, nonostante molti di noi non fossero al massimo della forma, abbiamo trascorso un sereno Natale. Tutta la famiglia riunita con affetto e sei bambini gioiosi!


giovedì 24 dicembre 2015

Persuasione - Jane Austen

Vedere i nomi di due tra le mie scrittrici preferite insieme sulla stessa copertina è stato un colpo al cuore e devo dire di aver letto con uguale piacere il romanzo e il suo commento ad opera di Virginia Woolf.
Anche le introduzioni di Anna Luisa Zazo sono sempre interessanti, ed io le leggo alla fine del libro, come a voler intavolare una discussione sul romanzo letto.
Persuasione è il romanzo più atipico tra quelli di Jane Austen. Se già Mansfield Park si era distinto per ambientazione, personaggi e sviluppo del racconto, e Northanger Abbey si era fatto notare per il suo stile più acerbo e meno raffinato, Persuasione si distingue sia per trama che per stile e caratterizzazione dei personaggi, pur conservando l'impronta dell'autrice.
Già la frase iniziale, insolitamente lunga rispetto agli altri incipit austeniani, dà qualche indizio. Il linguaggio chiaro, cristallino, preciso ed equilibrato che scorre fluido e che si legge senza difficoltà lascia il posto a "un linguaggio impreciso, a volte affannoso, fortemente ritmato, che sembra cercare se stesso, invischiarsi in frasi complesse nelle quali l'autrice pare a volte perdere o voler nascondere, oscurare, il proprio pensiero, un linguaggio che richiede a tratti di venire non compreso, ma decifrato" e Maria Luisa Zazo ci testimonia anche la difficoltà e lo spiazzamento del traduttore abituato a confrontarsi con un altro tipo di difficoltà sui testi della Austen.
Quali sono le altre grandi novità di Persuasione?
Innanzitutto l'irruzione del tempo e della realtà storica nella vicenda narrativa: frequenti sono i riferimenti al trascorrere del tempo, precisi i riferimenti cronologici sia della finzione (ad esempio l'età dei personaggi è indicata con precisione) che della realtà con chiari e inequivocabili riferimenti alla realtà storica contemporanea dell'autrice.
Prima d'ora la Austen aveva sempre tenuto la realtà storica fuori dai suoi romanzi e vien da chiedersi come mai ora senta l'esigenza di accoglierla nel suo mondo fantastico.
Ma l'elemento di novità più spiazzante per il lettore seriale della Austen è il modo in cui vengono presentati i personaggi e i mezzi stilistici che vengono scelti per far procedere la narrazione: il procedimento scelto appare inconsueto per l'autrice che "forse più di ogni altro romanziere e più programmaticamente di ogni altro, aveva sempre costruito i propri personaggi partendo dall'esterno: dal dialogo, dai gesti, i movimenti, gli atteggiamenti che testimoniano pensieri e sensazioni e non dall'analisi di pensieri e sensazioni che non siano resi in qualche modo visibili, constatabili".
Meno dialoghi, quindi, meno descrizioni di "cose" e più riflessioni, pensieri, commenti; siamo pericolosamente vicini allo stream of consciousness e al romanzo moderno.
Il romanzo, sebbene scritto in terza persona, è, in definitiva, tutto visto attraverso gli occhi di Anne Elliott, è la sua autoanalisi che si compie attraverso il vissuto presente e la rievocazione del passato.
Largo spazio è lasciato al romanticismo, quasi che l'autrice fino ad ora vissuta nel pieno Settecento avesse deciso di cedere allle lusinghiere inquietudini dell'Ottocento.
"Nella giovinezza era stata costretta alla prudenza, nell'età matura imparò a essere romantica; era la naturale conseguenza di un innaturale inizio."
Qui l'autrice parla di Anne Elliott, ma, chissà, forse anche di se stessa.
Alla luce di tutte queste novità, vien da chiedersi come sarebbe stato il romanzo successivo. 
Virginia Woolf risponde così: "Nella descrizione dei suoi personaggi si sarebbe fidata meno (e questo è già visibile in Persuasione) del dialogo, e più delle proprie riflessioni. Quei meravigliosi discorsetti, che in una chiacchierata di pochi minuti riassumono tutto ciò che dobbiamo sapere di un ammiraglio Croft o di una signora Musgrove, quel metodo tachigrafico, un po' casuale, che però racchiude capitoli interi di analisi e psicologia, le sarebbe sembrato troppo semplice per esprimere tutto ciò che lei adesso vedeva nella complessità della natura umana. Ella avrebbe inventato un nuovo metodo, chiaro e misurato come sempre, ma più profondo e più suggestivo, per esprimere non soltanto ciò che la gente dice, ma anche ciò che non dice".
Quindi, in conclusione, mi è piaciuto questo romanzo così poco austeniano, o no?
Non me la sento proprio di dare un giudizio negativo su un'autrice che considero un'amica in spirito, ma diciamo che se avessi letto questo romanzo per primo, forse non mi sarei affezionata a lei così prontamente e così appasionatamente. Per dirla ancora con la Woolf: 
"C'è in Persuasione una bellezza tutta sua, e un tedio tutto suo. Il tedio è appunto quello che segna il periodo di transizione fra due stili diversi. La scrittrice si annoia un poco. Il mondo le è diventato troppo familiare".
Ma di cosa parla Persuasione? Di un amore perso e ritrovato, anzi di un amore accantonato e riconquistato. La protagonista è Anne Elliott, secondogenita di Sir Walter Elliott, un gentiluomo vanesio e pieno di sé, una caricatura, un "mostro", lui sì tipicamente austeniano, insieme alla figlia maggiore. Anne in gioventù è stata innamorata e fidanzata con un ufficiale di marina, giudicato indegno di aspirare alla sua mano dalla famiglia di lei. Anne si lascerà convincere a rinunciare al suo amore, ma quando l'ormai capitano Wentworth si ripresenterà nella sua vita, pieno di rancore per l'abbandono subito, entrambi si renderanno conto che il loro sentimento è ancora vivo e ardente. Intorno a questa romantica coppia dall'amore contrastato girano numerosi personaggi, dall'intrigante arrivista alla sciocca sorella minore, dall'amica disinteressata al gaudente dall'animo semplice; insomma, il genere di personaggi che sempre ritroviamo nei romanzi di Jane Austen.
Con Persuasione si conclude il ciclo annuale di letture dedicato a Jane Austen. In compagnia di un gruppo virtuale ho riletto i sei principali romanzi dell'autrice, uno ogni due mesi: è stato bello avere questo appuntamento, farsi scandire il tempo da questi capolavori. Ora spero di essere coinvolta in qualche altra iniziativa analoga per il prossimo anno.

E con questo vi auguro un Sereno Natale e un Felice Anno Nuovo! 

Jane Austen, Persuasione, Oscar Mondadori, Milano 2002.

mercoledì 16 dicembre 2015

La ragazza con l'orecchino di perla - Tracy Chevalier (audiolibro)

Anche qui la lettrice lasciava alquanto a desiderare, ma il romanzo mi è piaciuto. 
La voce narrante di Griet, una ragazzina di sedici anni "a servizio" nella casa del pittore Vermeer, ci trasporta nella Delft del XVII secolo, nelle stanze della servitù tra biancheria in ammollo in acqua bollente e mattonelle di cucine da sgrassare, al mercato della carne e del pesce, nella modesta casa dei genitori nel quartiere protestante, nei vicoli miseri e buii, per poi salire nel luminoso atelier del pittore in cui tutto è ordine, precisione, colore e bellezza.
La narrazione è molto realistica con gran profusione di dettagli e accuratezza storica. Pare proprio di seguirla la piccola Griet, la ragazza dagli occhi grandi che nasconde i suoi capelli sotto una cuffia da domestica, la piccola Griet tutta decoro, compostezza e rigore per tenere a bada l'ardore di un cuore giovane e appassionato.
Costretta a fare la domestica a causa della perdita della vista (e del lavoro) del padre decoratore di piastrelle, si piegherà docilmente a questa necessità, ma non riuscirà a salvaguardarsi dall'attrazione verso il bello (a doppio senso).
La sua naturale inclinazione all'armonia e all'accostamento artistico dei colori sarà accentuata dal contatto diretto con il grande pittore. Ma queste non sono cose da fantesca, e chi gli sta intorno non tarderà a ricordarglielo e a rimetterla al suo posto. 
Ho trovato commovente il contrasto tra il duro lavoro della domestica e l'animo delicato della ragazza e ho apprezzato il modo in cui è stato raccontato, attraverso dettagli concreti, fatti e non quel moderno arrovellarsi della coscienza che tanto mi infastidisce in un romanzo, pur appartenendomi, o forse proprio perché mi appartiene.
 

Gesù come un romanzo - Marie-Aude Murail

Ho scoperto questo libro per caso e ho deciso di leggerlo per via dell'autrice che, come ho già detto altrove, è tra le viventi una delle mie (poche) preferite; anche se anche lei mi ha riservato qualche delusione.
Di Gesù come un romanzo non ho molto da dire, se non che, riprendendo i Vangeli racconta in modo semplice e veloce gli ultimi anni di vita di Gesù.
Il romanzo in sé non si distingue né per bontà né per malvagità; porebbe essere uno strumento per presentare la figura di Gesù ai ragazzi, ma non gli riconosco pregi straordinari, oltre l'estrema chiarezza.

"Gesù ci aveva avvertiti: non si accende una luce per nasconderla sotto il letto. La si mette sul lampadario, perché illumini il mondo..."

A breve due super classici e due autori amatissimi: Austen e Dickens. E uno speciale post dedicato agli albi illustrati di Komako Sakai.

Marie-Aude Murail, Gesù come un romanzo, Bompiani, Milano 1999.


mercoledì 25 novembre 2015

Il mago di Oz - L. Frank Baum (audiolibro)

La mia seconda esperienza con un audiolibro è stata piuttosto deludente per due motivi: il libro in sé e la lettrice. Non posso dirlo con certezza, ma forse questa seconda componente ha fortemente danneggiato la godibilità del testo in sé, unita alla scelta di una traduzione mediocre e antiquata.
Per farla molto breve, ho trovato il racconto noioso, piatto, ripetitivo e anche un po' sciocco.
Avevo tanta voglia di leggerlo e pensavo si prestasse bene all'ascolto per via del suo carattere favoleggiante, ma è stato un buco nell'acqua.
Lo spaventapasseri mi sembra che alla fine sia più stupido che all'inizio, così arrogante e pieno di sé che è diventato, il boscaiolo di latta non cambia di una virgola, il leone è l'unico che mi fa un po' di simpatia e di Dorothy non riesco ad accettare la totale mancanza di spirito d'avventura o semplice curiosità fanciullesca. Sembra che nulla la stupisca e le interessi, tutto quello che desidera è tornarsene nel grigio Kansas.
Non lo rimpiangerò.


venerdì 20 novembre 2015

Totto-chan. La bambina alla finestra - Tetsuko Kuroyanagi- Modelli di educazione possibili


 Questa è una delle numerose letture suggerite da Alessandra, la guida del gruppo di lettura virtuale al quale da un paio di mesi mi sono unita con entusiasmo. Il gruppo prevede un programma fisso e corposo incentrato quest'anno sulla figura del "monello" nella letteratura per l'infanzia declinata in modi diversi nei paesi del Nord e del Sud. Quindi si passa per Dickens, Twain, Astrid Lindgren, Karin Michaelis, il Vamba,...
Ma dato che i libri sono come le ciliegie, e Alessandra è una donna di cultura strordinaria, ne viene sempre fuori qualche nuovo spunto, qualche approfondimento, curiosità, confronto, divagazione. Insomma, per farla breve, questa è la situazione attuale sul mio comodino:

Un giorno Alessandra ci  mostra la foto della copertina di questo libro accompagnata da un commento entusiasta. Già la copertina è deliziosa, con quel ramo di ciliegio in fiore, quel rosa confetto della costa così lezioso e tenero, e la bimbetta col cappello, suggestiva immagine di Chihiro Iwasaki. Io, di mio, ci ho aggiunto quel segnalibro, che mi sembrava si intonasse alla perfezione con quel libro. Voi che dite? Ma quella dei segnalibri è un'altra mia "malattia"...
Durante un'insolita colazione solitaria - tutti e tre i bimbi ancora addormentati nei loro letti (la più piccola nel mio, a dir la verità, ma questa è un'altra storia) - il sole novembrino di questo caldo autunno che entrava dalla finestra, la mia tazza di caffelatte e la casa immersa nel silenzio, ho assaggiato Totto-chan e subito ho provato simpatia e tenerezza per questa bimbetta giapponese.
La incontriamo all'uscita della stazione dei treni mentre discute con il controllore perché vorrebbe tenere il suo biglietto, la seguiamo mentre saltella per la strada diretta, con la mamma, verso la sua nuova scuola. E alla terza pagina scopriamo che è stata espulsa dalla scuola precedente: espulsa in prima elementare!
Ma com'è possibile che questa adorabile bambina sia stata espulsa da scuola?!? Cosa avrà mai combinato?! Giocava con il ripiano apribile del suo nuovo bamco e guardava fuori dalla finestra.
Ecco, nel Giappone alle soglie della Seconda Guerra Mondiale si poteva essere espulsi da scuola per questo.
Quello che mi ha colpito è stata la reazione della mamma, prima con la maestra e poi con la bambina.
Con la maestra, non cerca di giustificare la figlia, non fa notare che quelli che vengono presentati non le sembrano argomenti sufficienti, si dimostra comprensiva e sottomessa e non esita nemmeno un istante a ritirare la bambina dalla scuola. 
Ma è davvero sottomissione o non sarà piuttosto che quella mamma lungimirante ha capito che in quella scuola sua figlia non potrà essere felice, non sarà apprezzata e valorizzata e quindi non imparerà, non crescerà?
La nuova scuola che la mamma troverà con fatica e sceglierà per Totto-chan mi fa propendere per questa seconda opzione.
E poi come reagisce con la bambina? Si arrabbia, sbraita, la punisce? Assolutamente no. Semplicemente le chiede se le piacerebbe andare in una nuova scuola perché "si rese conto che la bambina non avrebbe capito in cosa aveva sbagliato e lei non voleva che si facesse dei complessi, quindi decise di non dirle niente finché non fosse cresciuta."
Questa è la posizione della maestra:
"Ovviamente la Mamma doveva fare qualcosa. Non era giusto per gli altri bambini. Doveva trovare un'altra scuola, una scuola dove riuscissero a capire la sua bambina e a insegnarle come rapportarsi con gli altri".
E ovviamnente la mamma fa qualcosa: si mette alla ricerca di una scuola adatta per sua figlia.
Però, che forza questa mamma!
L'ho ammirata e invidiata tanto io che sono sempre alla ricerca del giusto compromesso per compiacere le insegnanti e non mortificare mio figlio. 
Al divaolo i compromessi! Come mamma ho il dovere di difendere la felicità di mio figlio e il suo diritto a un'istruzione adeguata.
La scuola che la mamma trova per Totto-chan, la Tomoe è davvero una scuola speciale. Tanto per incominciare le lezioni si svolgono in vagoni di treni dismessi, e le lezioni in se stesse sono molto diverse dalle lezioni frontali a cui noi siamo avvezzi. Ai bambini vengono dati una serie di compiti che sono liberi di svolgere nell'ordine che preferiscono durante la mattinata, poi ci sono i bagni (nudi) in piscina, le lezioni di euritmica, quelle di musica e le passeggiate nei boschi.
Alla Tomoe ogni bambino trova il suo posto, ognuno è non solo accettato, ma anche valorizzato per le sue capacità e caratteristiche. Ai bambini viene data piena fiducia e la risposta è stupefacente.
La terribile Totto-chan, espulsa in prima elementare, incoraggiata costantemente dal preside con la semplice frase "Sei davvero una brava bambina, sai?" avrà la possibilità di crescere confidando in se stessa e nelle sue capacità. In un'altra scuola sarebbe stata marchiata come "cattiva bambina" e uscire da quel ruolo sarebbe stato difficile.
Di questo l'autrice, Tetsuko Kuroyanagi, è grata al suo preside, il signor Kobayashi, perché, sì, la Tomoe è esistita davvero e tutto quello che viene raccontato nel libro è accaduto realmente a chi racconta.
Sono contenta di aver letto questo libro in un momento per me cruciale e critico nel quale devo prendere una decisione molto importante per il futuro dei miei bambini, e anche del mio, certo.
Il modello di educazione italiano non è l'unico possibile e probabilmente non è il migliore. Voglio cercare per i miei figli la scuola che possa offrire loro il tipo di educazione che meglio risponda ai loro bisogni.
Devo dire che dal punto di vista narrativo, dopo un po' il libro mi ha stufato. Non c'è una storia di cui seguire intreccio e sviluppo, ma una serire di episodi giustapposti. Se a questo si unisce il carattere prettamente informativo di alcuni capitoli, l'impressione di leggere un saggio prevale a tratti sull'atmosfera romanzesca. Del resto ho letto che il libro è stato premiato come "saggistica".
L'atmosfera incantata della prima parte del libro si perde troppo presto, a mio parere, ma rimane una bella testimonianza di una possibilità diversa di intendere l'educazione e di considerare l'infanzia.


Tetsuko Kuroyanagi, Totto-chan. La bambina alla finestra, Excelsior 1881, Milano 2008.

venerdì 13 novembre 2015

Una spola di filo blu - Anne Tyler

Questo romanzo fa parte del mio progetto "leggere autori contemporanei". Ho letto commenti entusiasti su questa scrittrice, a me finora sconosciuta, che ha anche vinto premi prestigiosi (il Pulitzer, per esempio), quindi mi sembrava promettere bene. Ho letto il libro velocemente, forse troppo, sono 390 pagine e la lettura non mi ha impegnato per più di una settimana, leggendo solo la sera. La mia sensazione è che tutto scorresse troppo in fretta, ed è la sensazione che ho in genere con i romanzi moderni, mi sembrano affrettati. Magari il romanzo si apre su due adolescenti ed in capo a due capitoli li troviamo nonni e bisnonni, senza che nessuno ci abbia raccontato cosa è successo in mezzo se non per vaghe allusioni, rapidi accenni. Mi sembra che gli autori contemporanei spesso non si prendano la briga di spiegare il perché e il per come di certi eventi, atteggiamenti, caratteri dei loro personaggi. Mi sembra che tutto rimanga in superficie e anche se nel momento della lettura riesco a lasciarmi coinvolgere è senza il minimo rimpianto, affetto o arricchimento che chiudo il libro, voltata l'ultima pagina. 
Poi ci sono i romanzi "introspettivi", che forse sono ancora peggio: uno sproloquio di pseudopsicologia che stringi stringi non ti dice poi un granché. Molto meglio la rappresentazione del visibile, che è diverso dalla descrizione della realtà. Ovviamente sto pensando a Jane Austen, che non descrive, rappresenta. Riporto le parole di Anna Luisa Zazo nella sua introduzione a Northanger Abbey:

"Interessandosi di quel che vede, parla, si muove, la narrativa della Austen raggiunge con straordinaria immediatezza quel che è nascosto: il cuore, i sentimenti umani. Pragmaticamene, Jane Austen non descrive la causa dei sentimenti, ma il loro effetto; non parla di amore o odio, invidia o generosità, colpa o innocenza, ma ci mostra come l'amore o l'odio, l'invidia o la generosità, la colpa o l'innocenza si manifestano e ci si rendono note."

Chiaro no? E, per quanto mi riguarda, perfetto. Ecco, a me piace questo tipo di narrazione, ma molto raramente lo trovo nei contemporanei. L'ho trovato nella Allende e in qualche romanzo di Marie-Aude Murail, seppur con declinazioni decisamente diverse.
Prendiamo questo romanzo: è la storia di una grande famiglia, tre generazioni; siamo negli Stati Uniti d'America, passiamo attraverso la guerra, la depressione e la ripresa, fino ai giorni nostri, si parla di conflitti tra figli e genitori, di speranze, di grandi sogni e ambizioni, delle gioie e delle fatiche di fare parte di una grande famiglia. Ma tutto viene toccato di sfuggita. Tanti rimangono gli interrogativi: perché quel tal personaggio ha reagito così? Cosa è successo a quell'altro? Che senso ha questo dettaglio? Perché la casa è così importante? E via dicendo. Le risposte però sono pochissime e la chiusa finale mi ha lasciato addosso un vago senso di disfatta:

"Fu quel pensiero a suggerirgli cosa fare con il suo vicino di posto: niente. Fingere di non notare, guardare oltre fuori dal finestrino schizzato di pioggia."

Che tristezza! Come a dire: "ognuno per sé e Dio per tutti" (forse).

Dopo aver scorrazzato nel presente e nel passato, con continui salti temporali, nelle vicende di questa famiglia, normalissima nella sua imperfezione, vien da chiedere: e allora? Qual è il senso di tutto ciò se non che nulla ha senso? Scopriamo che quello che una credeva essere un grande amore era per l'altro solo una menzogna, che chi credeva di aver dato felicità è stato causa di grande sofferenza e che alla fin fine tutto si disgrega. 
Comunque, anche senza considerare il fatto che questa visione e questi sentimenti mi sono totalmente estranei, è proprio il modo di procedere della narrazione che mi ha lasciato (e mi lascia sempre) delusa. Eppure so per certo che se dovessi mettermi io a scrivere un libro, assomiglierebbe tristemente a questi. Ed è per questo che me ne astengo.

lunedì 9 novembre 2015

L'isola sotto il mare - Isabelle Allende

Con L'isola sotto il mare ho fatto la mia prima esperienza di audiolibro e, seppur l'incontro sia stato casuale, non avrei potuto scegliere meglio. 
La narrazione dell'Allende, che procede quieta ma implacabile, ricca, ridondante, ritmata e insistente, ben si adatta al racconto orale. Me la vedo a raccontare davanti al focolare a nipoti e bisnipoti o a chiunque voglia ascoltare, ma considerando le latitudini a cui scrive e di cui scrive, forse sarebbe meglio piazzarla su un'amaca protetta dall'ombra di una lussureggiante vegetazione. 
Il racconto di Zarité mi ha accompagnato nei monotoni viaggi casa-scuola e quando sabato il cd è finito ricominciando dall'inizio come se niente fosse ci sono rimasta un po' male: "ma come mi lasci così? Senza darmi un preavviso? Senza dire niente?" Non sono proprio abituata a questo tipo di lettura, e non potendo vedere materialmente quante pagine mancano, a che punto della storia sono arrivata, non avendo la possibilità di andare a sbirciare avanti o a riguardare dietro, mi sembra che mi vengano sottratti dei riferimenti, delle possibilità. In realtà questa sottrazione è in se stessa una possibilità: ti mette nella condizione di ascolare con maggiore attenzione perché sai che non potrai tornare indietro e allo stesso tempo ti invita ad abbandonarti al racconto perché non importa se non hai colto esattamente il significato di quella data frase o il nome di quel tal personaggio. E' un lasciarsi trasportare dalla corrente delle parole che inevitabilmente da qualche parte ti faranno approdare. E' anche un esercizio di umiltà, e di fiducia.
Il testo in sé è bellissimo e già so che non resisterò alla tentazione di procurami il romanzo cartaceo per andare a rileggermelo. Ma questa è una mia deformazione e vi assicuro che anche solo ascoltato è godibilissimo.
Siamo alla fine del 1700 nella colonia francese di Santo Domingo. La voce narrante è quella di Zarité, o Tetè, una schiava che vive in una piantagione di canna da zuccherro alle dipendenze di Toulouse Valmorain. Tetè si può considerare una schiava fortunata perché a differenza di tanti suoi compagni non finisce a tagliare o triturare la dura canna da zuccherro, ma viene scelta per servire la sposa del padrone e vivrà sempre, o quasi, nella casa grande dove si mangia meglio, il lavoro è meno duro e si hanno maggiori probabilità di sopravvivenza. Quello a cui la sorte non la sottrae e che fa di lei comunque una schiava è la sottomissione incondizionata al padrone che dispone della sua vita e della sua persona a suo piacimento. Teté conoscerà la violenza, la paura, l'umiliazione e il dolore, ma sarà sempre una ragazza e poi una donna saggia e forte. Lotterà per i suoi figli, assaporerà la libertà e rimarrà sempre fedele a se stessa, seguendo la sua zetoile e confidando nella protezione di Erzulì.
La Allende non fa sconti a nessuno e mentre scorre la piccola storia di Zarité la grande storia del mondo galoppa, spietata, implacabile.
Ne L'isola sotto il mare  il crudo realismo si fonde alla spiritualità e alla magia creando quelle atmosfere rarefatte eppur fin troppo vere che sempre mi affascinano nella narrazione della Allende che penso che sia una delle poche romanziere contemporanee che esercitano su di me lo stesso fascino dei grandi classici.

mercoledì 4 novembre 2015

Storia della letteratura per l'infanzia - parte 1. Paul Hazard, Uomini, ragazzi e libri

"L'amore del libro presuppone un paragone tra piaceri facili e piaceri delicati, con una scelta decisa per i secondi, una certa personalità, un certo senso dello sforzo, il gusto del raccoglimento, della riflessione, la resistenza all'ansia che è divenuta oggi il ritmo della nostra vita, in poche parole una attitudine morale. Ed è per questo che il problema della difesa del libro è, in primo luogo, un problema di educazione."

Nelle ultime settimane un insieme di fattori mi hanno portato ad approfondire la storia della letteratura per l'infanzia. Dopo tanti libri letti da bambina e ragazzina, dopo ancor più libri letti ai miei figli, sentivo il bisogno di fare un po' di ordine e chiarezza. Ci si è poi messo l'incontro fatale con un gruppo di lettura su facebook (che, sì, non serve solo per i pettegolezzi spiccioli) che mi continua a dare spunti di ricerca e riflessione e da cui mi lascio condurre in questo percorso e l'opportunità di insegnare italiano in una scuola media con le sfide che questo comporta. 
E così da un po' di tempo a questa parte il mio comodino è molto affollato: c'è la pila dei miei romanzi da leggere, ci sono i saggi, ci sono i classici e non per i ragazzi, ci sono i libri per i bambini e varie ed eventuali che non sto qui ad elencare. In questo guazzabuglio ho pescato Uomini, ragazzi e libri di Paul Hazard, un libro vecchiotto, ma ancora interessante. 
Ad esempio voi riuscite ad immagine un tempo in cui i libri per bambini non esistevano? E la meraviglia che deve aver suscitato l'apertura della prima libreria per bambini a Londra verso il 1750?
Io spesso mi trovo a riflettere sulla differenza enorme tra i libri che io avevo a disposizione da bambina e quelli che hanno ora a disposizione i miei figli e mi sembra colossale, ma pensare proprio un mondo senza niente di tutto ciò proprio mi risulta difficile.
E allora, quando, come e perché è nata la letteratura per l'infanzia? Come è nata questa esigenza? 
Paul Hazard ripercorre la storia della letteratura cercando quelle avvisaglie che lasciavano intravedere l'insoddisfazione dei giovani lettori, il loro disagio di fronte a una letteratura pensata per gli uomini e non per i ragazzi. E ancora le prime rivendicazioni, l'appropriarsi dei fanciulli di testi che non erano stati pensati per loro, si vedano i romanzi di Dickens, Defoe e Stevenson.
Hazard procede nazione dopo nazione ed evidenzia una forte contrapposizione tra i nordici e i latini: mentre nei popoli latini il bambino è considerato semplicemente un piccolo adulto e l'infanzia di per sé non ha valore se non per quello che potrà sviluppare, nel mondo nordico c'è un profondo rispetto del bambino come individuo, la fanciullezza non è solo un'età di transizione da superare e di cui sfruttare le potenzialità, ma ha valore in se stessa. Questa diversa concezione si riflette alla perfezione nei libri prodotti dalle due culture e, senza entrare nel dettaglio dell'excursus storico, mi limito a riportare l'esempio della poesia e quello delle fate.
I bambini inglesi hanno le nursery rhymes, che sono la forma di poesia perfetta per l'infanzia, sono "immagini musicali", dove non c'è nulla da capire, ma puro suono, ritmo e fantasia. Per i francesi questo è inconcepibile, per loro la poesia è un bene di lusso, da maneggiare solo a partire da una certa età. Ancora più emblematico il caso delle fate:
"la fantasia asiatica non si rifiuta di far uscire da un ciottolo un palazzo incantato, o una principessa dalla piuma di un cigno volteggiante al vento di tramontana. Le nostre fate, al contrario, agiscono sullo stesso piano, ma come se fossero dirette da capricci ragionevoli; ed è una zucca ben rotonda e ben matura che viene trasformata, per il ballo di Cenerentola, in una bella carrozza dorata, e un grosso topo in un cocchiere baffuto. Timidezza e logica di fate razionali che si guarderebbero bene di confondere le apparenze e le analogie per il vano piacere di esibire il loro potere e che sacrificano, insomma, un po' della loro potenza al delicato piacere di rispettare la logica delle cose..." (Fernard Baldensperger).
I latini, quindi, a dispetto della loro leggendaria passionalità, paiono aver osato poco nella loro creazioni per la letteratura per l'infanzia, preoccupati sempre di veicolare un messaggio, di insegnare qualcosa, di travestire gli insegnamenti didattici sotto forma di evasione e sono invece i freddi e impassibili inglesi quelli che hanno regalato ai bambini di tutto il mondo i migliori viaggi nel regno della fantasia, per citarne giusto un paio tra i più famosi, Peter Pan e Alice nel paese delle meraviglie.

Tutte le citazioni sono tratte da Paul Hazard, Uomini, ragazzi e libri, Armando editore, Roma 1967.

mercoledì 21 ottobre 2015

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde - Robert Louis Stevenson

Penso che questo libro sia più popolare per tutto ciò che si è detto e si dice intorno ad esso che per se stesso. L'espressione "dottor Jekyll e mister Hyde" per indicare un apersona dalla doppia personalità, o comunque con comportamenti ambivalenti, è di uso comune e sicuramente molte delle persone che la usano non hanno mai letto il romanzo.
Altrettanto sicuramente se il libro è entrato a tal punto nella cultura popolare la causa va ricercata nel testo stesso.
Ho scoperto che l'opera ebbe una fortuna eccezionale. Pubblicato nel gennaio del 1886, il romanzo ebbe subito un successo straordinario, con quarantamila copie vendute in sei mesi. L'eco sulla stampa fu consistente e seguirono a breve le prime riduzioni teatrali. La popolarità fu tale che iniziarono a circolare anche numerose edizioni pirata. L'autore si vide recapitare valanghe di lettere di semplici lettori, di critici e di suoi colleghi scrittori.
Il fascino dell'opera sta nel suo tema, un tema che mi azzarderei a definire universale: la lotta del bene contro il male e l'intrecciarsi dei due opposti principi nell'animo umano.
Si parla solitamente di "doppio", ma a ben vedere Hyde non è il doppio di Jekyll perché mentre Hyde è presentato come il male assoluto, Jekyll non è tutto bene, in lui convivono istiniti buoni e istinti malvagi. Jekyll è umano, Hyde no.
E, pensandoci bene, Hyde è davvero tutto male? Perché allora torna sempre a ritrasformarsi nel retto Jekyll? Questo non vuol dire che in lui rimane comunque una qualche scintilla che lo riporta al bene? Anche la fine (che non svelo perché la suspence è parte importante del romanzo) mi lascia qualche dubbio in proposito.
Il romanzo è molto ben scritto e si legge piacevolmente - ma certo Stevenson non stava aspettando me per ricevere i complimenti! - ed è interessante, e anche un po' spaventoso, notare come il male continui ad esercitare il suo fascino. 
In una storia come questa sarebbe stato facile scivolare nel morboso e la bravura di Stevenson è stata, secondo me, anche quella di tenersi lontano da questo rischio.

mercoledì 14 ottobre 2015

Bibi. Una bambina del Nord - Karin Michaelis


Bibi. Una bambina del nord 

 "Si può misurare la libertà in chilometri" scriveva Karin Michaelis; "questa comincia col mettersi in movimento e coll'uscire dallo spazio geografico e sociale. In seguito si passerà dalla libertà di movimento alla libertà di fatto."

Chi meglio di Bibi incarna questo programma? Bibi, nata contessina Ulrikke Elisabeth, figlia del re delle ferrovie della Danimarca, o più banalmente di un capostazione, gode di una libertà inimmaginabile: scorrazza da nord a sud e da est a ovest per tutta la Danimarca saltando sul primo treno in partenza grazie alla sua tessera della ferrovia, una sorta di passaporto per il magico mondo dell'avventura. Bibi a undici anni è una ragazzina che definire autonoma e intraprendente è ancora poco. Scappa da scuola dove non riesce a stare attenta perché si annoia e parte per i suoi vagabondaggi che la portano a scoprire tutte le isole e le diverse zone del suo freddo paese, conosce le abitudini di vita peculiari ad ogni zona e le racconta nelle lettere lunghissime, vivide e sgrammaticate che scrive al suo amato papà.
A proposito degli errori di ortografia, il narratore ci dice: "Non perché non sappia fare meglio: sa come si scrivono quasi tutte quante le parole, quando si dà il tempo di pensarci su. Ma c'è forse qualcosa di più difficile che pensarci su prima di commettere qualche sciocchezza?"
Bibi è un'entusiasta: una bambina che trova del bello e del buono in tutte quante le situazioni. Trabocca di energia, è in continuo movimento, vede, impara e vuole raccontare talmente tante cose che quando si mette a scriverle pare vogliano uscire tutte insieme, si accalcano una sull'altra, creando il racconto confuso, eccitato e gioioso tipico di un bambino felice. "... mi sento come un cassetto che non si chiude tanto è pieno" scrive Bibi; ed è proprio questa l'impressione che si ha e che l'autrice riesce a rendere benissimo nelle lettere di Bibi al padre. 
Il padre di Bibi senz'ombra di dubbio non è un padre tradizionale. Nelle mie letture di libri per ragazzi non ne avevo ancora incontrato uno così: è un padre amorevole, per nulla apprensivo, ha una fiducia cieca nella sua unica figlia a cui concede il massimo della libertà e non chiede nulla in cambio del suo affetto. Bibi non ha obblighi o doveri. Nemmeno la necessità di frequentare la scuola pare intaccare il suo spirito libero e anche quando il padre, dopo l'espulsione dalla seconda scuola, la mette di fronte alla necessità di scegliere tra un collegio in Svizzera o il soggiorno presso i conti suoi nonni che si propongono di occuparsi dell'educazione di quella bambina che ai loro occhi pare una selvaggia, lo fa senza pressione alcuna. Si deve sforzare di apparire severo e determinato, e sembra che in realtà per lui la questione non sia affatto importante. L'unica cosa che gli sta a cuore è la felicità della bambina.
I nonni-conti di Bibi, sono i "signori grigi" che Bibi incontrerà più volte nel corso delle sue scorribande non riconoscendoli, non potendo riconoscerli in quanto mai visti prima. Infatti i conti decisero di troncare ogni relazione con la figlia (la madre defunta di Bibi) in seguito alla sua decisione di contrarre un matrimonio per loro degradante. Gli incontri con questi signori grigi sono molto divertenti ed è piacevole notare come i conti si "coloreranno" e animeranno in seguito alla frequentazione con la nipotina ribelle. 
Come nella più classica delle tradizioni Bibi è orfana di madre. Ma in questo caso la condizione di orfana non dà il via a un ricordo lacrimevole che muove a compassione. La mamma di Bibi non è percepita nel romanzo come un'assenza pesante, ma come una presenza. Bibi dialoga spesso con sua mamma, non ne parla con tristezza, la va a trovare regolarmente nel cimitero personale che ha costruito per lei, organizza festicciole sulla sua tomba, che non è una tomba vera e propria perché nella tomba non c'è nessuno. "Ma Bibi fa finta che ci sia sepolta la sua adorata Mamma...allora, ecco che è sepolta là per davvero: si può immaginare qualcosa talmente a lungo e con tanta forza da farla diventare quasi reale."
Questa è Bibi. 
Ah, dimenticavo... se vi dovesse capitare di essere tirati per le gambe da un'idea, non cercate di resistere, ma seguitela!

Tutte le citazioni sono tratte da: Karin Michaelis, Bibi. Una bambina del Nord, Salani, Milano 2005.

sabato 10 ottobre 2015

Northanger Abbey - Jane Austen

Si avvicina la conclusione del mio percorso annuale con Jane Austen e so già che mi mancherà. Questa è la penultima tappa: insolitamente breve e insolita anche per altri aspetti.
Northanger Abbey si discosta un po' dagli altri romanzi di Jane Auten, pur mantenendo le caratteristiche che rendono unica questa autrice. Il tono fresco, brioso e ironico, la struttura perfetta e il linguaggio cristallino. Cos'ha di diverso?
In qualche modo è un metaromanzo, nel senso che parodiando i romanzi gotici, e dicendo al lettore come una certa vicenda sarebbe narrata o un certo personaggio sarebbe descitto in un romanzo gotico, Jane Austen ci mostra esattamente cosa non bisogna fare per non cadere nel ridicolo e come invece procedere per ottenere una narrazione realistica. Considerando quanto poco sappiamo della vita dell'autrice e del suo lavoro "dietro le quinte" è anche da considerarsi una preziosa testimonianza. I tempi dei diari delle scrittrici (mi vengono in mente la Plath o la mia cara Virginia Woolf) dai quali possiamo spiare il loro modo di procedere, le loro riflessioni sulla lingua, la lettura e la scrittura sono ancora lontani da venire!
Nel romanzo l'autrice si lancia anche nella difesa appassionata del romanzo come genere, lascio a lei la parola:

"Sebbene la nostra produzione abbia offerto autentico piacere più della produzione di ogni altra corporazione letteraria, nessun'altra opera letteraria è stata tanto maltrattata. Per orgoglio, ignoranza o rispetto della moda i nostri nemici sono tanti quanti i nostri lettori. (...) sembra vi sia il desiderio quasi generale di denigrare l'abilità e sottovalutare il lavoro del romanziere, e di trattare come cosa dappoco quelle opere che a ben riflettere hanno dalla loro soltanto il genio, lo spirito e il buon gusto. (...) un'opera nella quale si dispiegano i maggiori poteri della mente, nella quale la più profonda conoscenza della natura umana, la più felice descrizione delle sue varietà, il più vivo effondersi di spirito e umorismo vengono espressi nel linguaggio migliore."
Si poteva dirlo meglio?!

E ora la storia: Catherine Morland sembra essere l'antieroina per eccellenza. Provvista dalla natura di una comune bellezza e di una ancor più comune intelligenza, è una ragazza di campagna, con solide radici e pochi grilli per la testa. Il suo viaggio a Bath e l'incontro con Isabella la introdurranno ad un mondo di più raffinati, o piuttosto artificiosi, usi e costumi e alla passione per i romanzi gotici. A controbilanciare il negativo influsso di Isabella sulla giovane, sarà l'amicizia di una coppia di fratelli, Henry e Eleanor Tilney che invitandola a soggiornare nella loro tenuta, l'Abbazia di Northanger, appunto, metteranno alla prova dapprima la sua impressionabilità e in seguito la sua forza di carattere. Chaterine uscirà da questa avventura più consapevole di sé e del mondo. In questo romanzo della Austen troviamo un'eroina diversa dalle altre: un personaggio lineare, un animo semplice. In Chaterine non c'è nulla del carattere anticonformista di Elizabeth Bennet, nulla del tormento di Marianne Dashwood o del rigore severo della sorella Eleanor, nulla della complessità di Emma. Chaterine è così come si presenta e come tutti possono vederla. Questo romanzo della Austen, forse più vicino ai romanzi giovanili che alle opere più mature, è un romanzo felice e fresco. Sempre godibile e perfetto (sono di parte, lo so), anche se forse meno raffinato degli altri. E questo è il massimo della critica che mi sento di muovere a Jane!

Jane Austen, Northanger Abbey, Oscar Mondadori, Milano 1982.

venerdì 9 ottobre 2015

Breaktime - Aidan Chambers

Poche righe veloci per commentare questo libro di Aidan Chambers che ho letto sulla scia del suo saggio Siamo quello che leggiamo di cui ho già parlato qui

Se già il saggio mi era parso cervellotico, la stessa impressione è stata ancora più forte leggendo questo romanzo, costruito a tavolino sulla base delle teorie sopra esposte. Non che io creda ciecamente nell'ispirazione divina dello scrittore; so bene che dietro ogni grande romanzo c'è un lavoro di studio, progettazione, ricerche, ma si parla appunto di grande romanzo quando tutto questo lavoro sotterraneo non si vede, quando tutto sembra scorrere liscio e sorgare limpido e puro dalla penna dello scrittore ispirato. 
Ecco, qui accade l'opposto: è come osservare il cervello dell'autore al lavoro, come leggere i suoi appunti e le sue bozze. Il risultato è che il libro rimane distante, un mero esercizio di scrittura, per quanto mi riguarda. Se l'intento di Chambers era quello di avvicinare i ragazzi alla letteratura non penso che sia questo il modo per riuscire nel suo intento.
Questo è il primo di sei romanzi, se non sbaglio. L'inizio non è incoraggiante, ma forse ne proverò qualche altro.

Anche la trama la trovo improbabile e "scolastica": tutto parte dalla discussione di due adolescenti, in pieno subbuglio ormonale, sulla letteratura (tze!). Uno sostiene che "La letteratura è una stronzata" (cito) e l'altro ne difende invece la causa. Nel mezzo ci stanno i conflitti generazionali e i primi amori.

Per me: bocciato.

giovedì 24 settembre 2015

Molto forte, incredibilmente vicino - Jonathan Safran Foer

Questo di Jonathan Safran Foer è il romanzo più spiazzante che io abbia letto negli ultimi anni (anche il suo nome non scherza, eh!). Mi è stato suggerito da un'amica, l'ho preso in biblioteca e dopo aver superato lo scoramento iniziale di fronte alla mole, l'ho iniziato con distacco e ci sono stata a poco a poco trascinata dentro. 
Mi è piaciuto? Non mi è piaciuto? Non so ancora dare un giudizio definitivo, ma quel che è certo è che mi ha coinvolto con tutta la sua assurdità.
La struttura è pazzesca e molto complicata: si alternano le voci di tre persone, Oskar, un bambino di otto anni con tratti autistici, forse Asperger, la sua nonna paterna, un personaggio eccentrico e fondamentale nella vita del nipote (e viceversa) e il nonno paterno, allontanatosi da casa all'annuncio della nascita del proprio figlio e ritornato alla sua morte.
Thomas Schell, il padre di Oskar, è morto nel crollo delle Torri Gemelle l'11 settembre 2003, e da allora Oskar è alla ricerca della verità. Vuole sapere come è morto suo padre pensando di riuscire a superare il dolore una volta arrivato a conoscere i fatti. La bara vuota di suo padre lo tormenta, così come i messaggi da lui lasciati sulla segreteria telefonica di casa. Per caso scopre tra gli oggetti del padre una chiave in una busta contrassegnata con il nome Black. Da lì il suo strampalato e ambizioso progetto: andare a trovare tutti i Black di New York per scoprire se sanno qualcosa di quella chiave che forse lo riavvicinerà al padre. A questo si intreccia la storia della triste vita-non vita dei nonni, scampati al bombardamento di Dresda durante la guerra e ritrovatisi a New York, profondamente mutati e invischiati in una relazione squilibrata. Il nonno non parla e si esprime scrivendo brevi frasi su un quaderno che porta sempre con sé e che l'autore rende graficamente facendo stampare una sola frase al centro della pagina bianca. Numerosi sono gli espedienti di questo tipo: pagine bianche, pagine piene di numeri, pagine in cui i caratteri sono ribattuti gli uni su gli altri molte volte fino a cancellarli, fotografie di dettagli.
Non ho amato molto il racconto dei nonni: morboso, inquietante, di una tristezza nera, ma mi è piaciuto seguire Oskar. Oskar che non riesce a dormire e che fa continue invenzioni nella sua testa, Oskar che non si ferma mai, Oskar che cerca, cerca, cerca, che si fa dei lividi, che si crede imbattibile, che guarda e racconta il mondo senza filtri, che con il suo eccesso di razionalità cerca di compensare quel suo sentire troppo:

"Cosa credi che ti stia succedendo?"
"Che sento troppo. Ecco che succede."
"Ma tu credi possibile che una persona senta troppo? Non è che sente solo nel modo sbagliato?"
"Il mio dentro non corrisponde al mio fuori."
"Credi esista qualcuno con il dentro che corrisponde al fuori?"
"Non lo so. Sono solo io."
"Forse la personalità è proprio questo:la differenza fra il dentro e il fuori."
"Ma per me è peggio."
"Temo che tutti credano che per loro sia peggio."
"Probabile. Ma per me è peggio davvero."

Oskar è un bambino di otto anni che ha perso il suo papà e che vede distrutto il suo già fragile equilibrio. Oskar potrebbe essere mio figlio.


Citazione tratta da Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda, Parma 2005.

lunedì 21 settembre 2015

Siamo quello che leggiamo: crescere tra lettura e letteratura - Aidan Chambers

"(...) la letteratura è un diritto di nascita. Per rendere effettivo questo diritto è necessario che ogni bambino cresca in un ambiente che lo renda accessibile, un dono da desiderare."

Da questa constatazione derivano due questioni: in che modo garantire questo diritto? E perché? Perché leggere è così fondamentale?
In questo saggio Chambers inizia raccontandoci la sua esperienza di lettore: cresciuto in una casa in cui i libri si potevano contare sulle dita di una mano, lettore "lento" che dichiara di non essere riuscito a leggere fluentemente e comprendendo il testo fino ai nove anni, causando ansie a genitori e insegnanti, ad un certo punto, magicamente, legge:
"Fino a che, una sera, poco dopo il mio nono compleanno, mentre stavo guardando le illustrazioni di un libro della biblioteca scolastica, improvvisamente iniziai a sentire una molteplicità di voci nella testa. Ne rimasi quasi spaventato, fu come sentirmi inaspettatamente invadere la mente da una folla di personaggi sconosciuti. Ricordo vivamente quel momento, con la stessa eccitazione e immediatezza di allora. I miei genitori erano nella mia stanza, e mia madre percepì immediatamente la portata di quello che stava accadendo. Ricordo ancora la voce di mio padre che chiedeva: 'Che ci fai ancora in piedi a quest'ora?', e mia madre che rispondeva: 'Taci, sciocco! Non vedi quel che sta facendo?'".
Ma sarà una lunga malattia che lo costringe all'isolamento per diverso tempo a fare di lui un lettore, grazie all'incontro con un libro regalato dalla nonna.
Ma questo ancora non basta. E' l'amicizia con un coetaneo, lettore accanito, che farà di lui un lettore forte, iniziandolo al "piacere della condivisione di un testo".
Dopo aver superato le resitenze paterne, al giovane Aidan vengono aperte le porte della biblioteca pubblica, che significherà per lui, di famiglia povera, l'accesso a un mondo di libri che gli sarebbe stato altrimenti precluso.
L'insistenza sul diritto d'accesso alla letteratura per tutti deriva sicuramente dalla storia personale dell'autore, ed è facilmente e pienamente condivisibile. Il punto di partenza per creare dei lettori è mettere a disposizione dei libri, la più grande varietà possibile di libri per essere sicuri di incontrare i gusti e i bisogni dei bambini.
Ma anche questo non basta. E' necessario che genitori, insegnanti e bibliotecari siano preparati a fornire a bambini e ragazzi il libro che fa per loro in quel momento, quel libro che potrebbe diventare un incontro tra lettore e autore. Per far questo è necessario conoscere i libri e i ragazzi, ascoltarli, parlare con loro e non sottovalutare il loro senso critico.
"I bambini, se viene data loro questa possibilità, sanno riconoscerne l'importanza (della letteratura). Sono felici di ascoltare storie e di familiarizzare con i libri, senza alcuna difficoltà. Ma devono incontrare sul loro cammino persone in grado di favorire questo incontro e di incoraggiare la loro curiosità."
Ora veniamo alla seconda questione: perché leggere letteratura è così importante?
Be', secondo Chambers, è importante per vivere, perché solo nel momento in cui raccontiamo, scriviamo o leggiamo le nostre esperienze riusciamo a dare ad esse un ordine e un senso.
"La maggior parte di noi non riesce a dare un senso, o un ordine, alla propria vita, talvolta nemmeno a riconoscere la propria esistenza, finché non ha tradotto in parole la propria esperienza o finché non ha trovato la propria esperienza riflessa nelle parole di qualcun altro." 
Mi viene da pensare che la popolarità dei social network derivi anche da qui: le esperienze hanno bisogno di essere riconosciute come tali.
E Chambers continua: "Se questo vale per gli adulti, è ancor più vero per i bambini, che non sono ancora in grado di comprendere in termini astratti. I bambini infatti vivono ogni giorno una quantità incredibile di esperienze nuove e sconosciute, assorbono infiniti stimoli sensoriali, emozioni, eventi, idee e informazioni. Il cuore dell'istruzione consiste proprio in questo: nel tentativo di aiutarli a decifrare e affrontare questo insieme caotico di esperienze".
Ma leggere è fondamentale anche per fare nuove esperienze o esplorare nuove possibilità in tutta sicurezza, senza i rischi che comporterebbe viverle sulla propria pelle.
Ho trovato questo saggio interessante, a tratti faticoso, troppo cervellotico per me che sono una lettrice disordinata, che passa da un classico a un giallo, da un saggio a un albo per bambini seguendo solo l'estro del momento. Ma penso che sia importante ogni tanto fermarsi a riflettere sul perché di questa che più che una passione è un'esigenza.

"I'm a reader first, a writer second. Reading makes me. Writing remakes me. I'd be lost if I didn't read, wouldn't know myself. By reading what I've written I find out what I've become."

Tutte le citazioni sono tratte da Aidan Chambers, Siamo quello che leggiamo, Equilibri, Modena 2011.

venerdì 4 settembre 2015

Tre camere a Manhattan - Simenon

Avevo portato questo romanzo con me in Provenza, ma  lì non sono nemmeno riuscita ad aprirlo. Poco male, non mi è piaciuto per niente. 
Era da tanto tempo che non leggevo un libro così vago: trama (?) fragilissima, linguaggio astratto, fiumi di parole che non vanno da nessuna parte, personaggi così sfumati da essere spazzati via al girar di una pagina. 
Ma... io dico che se non fosse stato Simenon non glielo avrebbero nemmeno pubblicato. Ho letto che l'autore ha dichiarato che questo era il primo romanzo che scriveva di getto e ne era spaventato - forse aveva ragione ad esserlo.
Un uomo e una donna, uno più disperato dell'altra, si incontrano per caso e si invischiano reciprocamente in una relazione assurda, soffocante e poco chiara. Lui è un attore francese emigrato negli Stati Uniti in seguito all'abbandono della moglie che gli preferisce un giovane gigolò, lei è la ex moglie di un diplomatico ungherese (se non sbaglio), un conte, che vive in Messico, ha una storia travagliatissima fin dall'infanzia e non sembra avviata sulla via di una risoluzione.
Questo romanzo non mi ha lasciato nulla, se non un vago senso di malessere e tristezza, un po' come era stato per Il grande Gatsby, che per lo meno era scritto bene.
Ho una cara amica che ama molto Simenon, i suoi gialli, però; forse è su quelli che mi devo buttare.

lunedì 24 agosto 2015

Emma - Jane Austen

La prima volta che ho letto Emma avevo maturato una così profonda antipatia nei confronti della protagonista da rinunciare a quel nome che avevo scelto per la bambina che portavo in grembo. Mi era sembrata una donnetta viziata, con la puzza sotto il naso e un'idea della divisione di classi e della ricchezza davvero poco condivisibile.
Rileggendolo ora non ho avuto la stessa sensazione. Non si può certo dire che la signorina Woodhouse sia una persona simpatica o amabile, ma questa volta è prevalso un senso di compassione, quasi di tenerezza - quasi!- per questa ragazza costretta in un ruolo cucitole addosso dall'ambiente sociale in cui vive.
E' sul finire che ci rendiamo conto della sua fatica, delle sue rinunce e delle sue sofferenza. Pare una privilegiata, "Bella, ricca e intelligente", padrona di una grande e nobile casa, regina incontrastata del villaggio. Ma, leggendo, la sua spocchia e la sua superbia ci fanno dimenticare che è orfana di madre fin da tenerissima età e che vive sotto la tutela tiranna di un padre vecchissimo e ipocondriaco che soffoca la sua giovinezza con un amore egoista.
E' pur vero che Emma non è stata concepita dalla sua autrice per essere amata, dato che scrivendo del suo personaggio disse che "non sarà molto gradito a nessuno se non a lei". E' un personaggio controverso, soprattutto se si pensa che parte della critica lo ha indicato come il personaggio in cui l'autrice ha maggiormente ritratto se stessa. E' noto che nella famiglia Austen i frizzi fossero una consuetudine e forse Emma potebbe rientrare in questo gioco, anche se non pare possibile ridurlo a questo.
Mi fa tenerezza pensare come lei, che sembrerebbe il personaggio più forte, sia in realtà quella che più viene ingannata e più si autoinganna. Delle sue congetture non una si rivelerà esatta a quale sarà la sua sorpresa e la sua incredulità nel finale a lei riservato! 
E qui finalmente la Austen ci regala una dichiarazione d'amore esplicita e non solo raccontata: un grande privilegio per un personaggio tanto bistrattato, ma secondo me molto amato.
Che dire della perfettissima Jane Fairfax? Semplicemente insopportabile! Quasi quanto la Fanny Price di Mansfield Park.
E Frank Churchill? Un bell'imbusto, punto e basta.
Ma concludiamo con il mio personaggio preferito: il signor Knightley. In due parole, il mio uomo ideale. Altro che la vanagloria di Frank Churchill, il mistero di Darcy o il fascino del boscaiolo di Willoughby! Ecco qui un uomo solido, concreto, leale, saggio, signorile, nobile d'animo. Il perfetto gentleman inglese. Bellissimo e innamoratissimo.
Su questo romanzo mi sono dovuta ricredere e, non ne sono ancora sicura, ma potrebbe diventare il mio preferito tra quelli della Austen.
Ancora una volta, grazie Jane!

Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra - Roald Dahl

Due racconti che ruotano intorno ai libri: il primo, Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra, ha come protagonista un libraio, il secondo, Lo scrittore aautomatico, vede in azione un aspirante scrittore.
Entrambe le categorie ne escono piuttosto maluccio. Mi chiedo che cosa fosse successo a Dahl, che pare proprio di umore nero anche se non perde il suo stile frizzante e sferzante.
Non vengono fatte concessioni alla speranza e all'ottimismo e pare proprio che Dahl sia sulla strada di una riflessione sulla fine dei libri. Considerando che questi racconti sono stati scritti nel 1946 viene da pensare che questo discorso tanto attuale oggi sia in realtà nato parecchio tempo fa e questo è a ben vedere positivo perché vuol dire che la tanto temuta fine è stata finora scongiurata.
Meno incoraggiante è pensare che chi ha a che fare con i libri - scrittori, editori, librai - debba sempre lottare per la sopravvivenza.
In breve queste sono le trame:
1. Un libraio di volumi rari ed antichi cela dietro a questa attività poco redditizia un altro giro di affari, sporco e poco nobile, ma decisamente più lucroso. Per la serie: con i libri non si campa,... o forse sì...
2. Un triste e geniale nerd si sente frustrato nelle sue ambizioni di scrittore e decide di mettere a punto una speciale macchina in grado di comporre automaticamente racconti e romanzi di sicuro successo. I risultati sono strabilianti e inquietanti.
"In questo preciso momento, mentre sto qui seduto ad ascoltare il rantolo dei miei nove figli affamati nella stanza attigua, sento la mia mano strisciare sempre più vicino a quel contratto dorato che mi aspetta all'altra estremità della scrivania.
Oh, Signore, dacci la forza di far morire di fame i nostri figli."

Roald Dahl, Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra, Tea, Milano 1999.

giovedì 13 agosto 2015

Nodi al pettine - Marie-Aude Murail

Alla fine doveva succedere che mi deludesse anche lei. Considero Marie-Aude Murail una delle mie preferite scrittrici contemporanee - o forse l'unica che potrei definire tale - e fino a qualche giorno fa deteneva per me un altro primato: tra i suoi libri tutti quelli che avevo letto mi erano piaciuti molto. Fino a Nodi al pettine. Avevo grandi aspettative su questo libro, pensavo di ricavarne qualche ora di genuino divertimento e spunti  per riflessioni più serie; mi aspettavo di ritrovarci lo stile pulito, arguto e curato dell'autrice e invece per me non va al di là della "piacevole lettura da ombrellone"... e per di più non l'ho letto sotto l'ombrellone, ma in due afose serate milanesi.
Racconta la storia di Louis, un ragazzino quattordicenne rampollo di un'agiata famiglia parigina, figlio di un rinomato chirurgo, allievo svogliato di un prestigioso liceo.
Tutto inizia quando la scuola impone agli studenti di trovarsi uno stage di una settimana. Il padre si attiva per trovare al figlio uno stage che sia conforme ai suoi desideri, dove "i suoi" sono quelli del padre e non del figlio, però, che infatti finirà per accettare lo stage trovato dalla nonna presso Maité Coiffure, un salone da parrucchiera. Come si può facilemente immaginare il padre non è affatto contento, ma pensa che servirà al figlio, se non altro per fargli capire quanto è duro e disprezzabile il lavoro manuale e quanto gli convenga mettersi sotto a studiare per ottenere un impiego " di più alto livello". Ma le cose prendono tutta un'altra piega... per non uscire dalla metafora coiffeurista.
Louis si appassiona al mestiere e scopre di avere un innato talento. Ad accorgersente è Fifi, il parrucchiere gay dalla punta delle scarpe alla radice dei capelli, una macchietta! Che si accompagna ad altri personaggi parimenti stereotipati: l'apprendista svogliata, la bellissima perseguitata da un amore canaglia - o piuttosto delinquente - e la proprietaria avida, grassissima, truccatissima e appariscente.
Tant'é: in questa banda sgangherata Louis trova una nuova famiglia, trova l'apprezzamento e l'affetto che a casa non riceve.
In capo a una settimana capisce che il parrucchiere è il lavoro della sua vita ed è pronto a tutto per realizzare il suo sogno, subito, senza esitazioni.
Come pensate che la prenderà il padre?
Il finale è quello che più mi ha deluso. Mi dispiace anticipare e rivelare la trama, quindi chi ha intenzione di leggerlo e non vuole rovinarsi la sorpresa, non legga oltre. Anche se non penso che sia la suspence o l'effetto sorpresa il punto di forza di questo romanzo.
Ovviamente Louis diventerà un parrucchiere, ma non si accontenterà di essere un qualuque parrucchiere, no. Dopo aver rilevato il salone della sua vecchia datrice di lavoro, lo rinnoverà completamente, lo amplierà e ne farà il salone più all'avanguardia di tutta Parigi. Ma ancora non basta, aprirà una serie di saloni, una catena, la catena più chic di tutta la Francia.
Perché riesce a fare tutto questo?
Perché ha talento, ha lavorato tanto, si è impegnato, ha creduto e ha seguito i suoi sogni?
Questa dovrebbe essere la morale.
Ma a mio parere c'è un'altra componente fondamentale: è ricco. Se non lo fosse stato non avrebbe nemmeno potuto cominciare e si sarebbe dovuto accontentare di essere un semplice parrucchiere, come tanti altri ragazzi pieni di talento. E penso che mi sarebbe piaciuto di più così.
Ma può il rampollo di una famiglia ricca fare questa fine?
Certo che no!
E il padre?
Ovviamente è orgogliosissimo.

sabato 11 luglio 2015

Wonder - R. J. Palacio

In un mondo in cui si cerca l'originalità ad ogni costo, c'è chi desidera passare inosservato; mentre la maggior parte degli adolescenti desidera essere notata, ce n'è almeno uno che aspira all'anonimato. E' August Pullman, che si presenta così:
"So di non essere un normale ragazzino di dieci anni. Sì, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l'Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale. Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro.
Ma so anche che i ragazzini normali non fanno scappare via gli altri ragazzini normali fra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano.
Se trovassi una lampada magica e potessi esprimere un desiderio, vorrei avere una faccia così normale da passare inosservato. Vorrei camminare per strada senza che la gente, subito dopo avermi visto, si volti dall'altra parte. E sono arrivato a questa conclusione: l'unica ragione per cui non sono normale è perché nessuno mi considera normale."
Dopo una gravidanza tranquilla, i medici annunciano alla mamma che il bambino che porta in grembo ha una palatoschiasi  e altre piccole anomalie. Al momento della nascita le anomalie si rivelano essere molto più serie, tanto che alla mamma non viene permesso di vedere subito il bambino della cui capacità di sopravvivenza si dubita.
Ma August sopravvive e quando la mamma è pronta per incontrarlo tutto ciò  che riesce a vedere è quanto siano meravigliosi i suoi occhi. Non vede la sua "minuscola faccia spappolata tipo poltiglia" che i medici temevano di mostrarle, non vede il mostro deforme che vedono gli altri, vede suo figlio. Ed ecco così presentata anche la stupenda famiglia di questo bambino. Una famiglia che lo ha sempre amato, sostenuto e protetto. Una famiglia unita da un forte amore perché forse è proprio vero che i bambini speciali arrivano alle persone speciali.
Quando lo conosciamo noi August ha dieci anni e si prepara ad affrontare un grande passo: l'ingresso alla scuola media. L'evento, già di per sé ansiogeno per ogni adolescente - e per ogni famiglia di adolescenti - lo è ancor più in questo caso perché August non ha mai prima d'ora frequentato una scuola a causa dei frequenti interventi chirurgici a cui ha dovuto sottoporsi nel corso dei primi anni di vita e ci entra ora "come un agnello al macello".
Le preoccupazioni sue e della famiglia sono numerose, e giustificate; ma Auggie è un ragazzino in gamba e se la caverà alla grande.
Il romanzo è costruito come una sorta di diario in cui la voce del protagonista, Auggie, si alterna a quella della sorella Via e degli amici.
In particolare mi ha colpita Via, la sorella maggiore, forse perché ci ho proiettato mia figlia. Via ama suo fratello di un amore forte e sincero, ma inutile negare che è un fratello ingombrante, soprattutto quando vorresti costruirti una tua vita indipendente, quando hai amici o fidanzati da invitare a casa, quando devi rinunciare alla presenza dei tuoi genitori alla recita scolastica o al saggio di danza perché tuo fratello ha subito l'ennesima operazione e deve essere assistito.
"August è il sole. Io, mamma e papà siamo i pianeti che ruotano intorno al sole. (...) Sono abituata al modo in cui funziona questo universo. Non me ne sono mai fatta un cruccio, perché è ciò che conosco da sempre. Ho sempre saputo che August è speciale e che ha bisogni speciali."
August è speciale, ma Via è straordinaria.
Questo libro mi ha ricordato che quando in famiglia c'è un bambino con bisogni speciali tutti ne rimangono coinvolti, è l'intera famiglia a diventare speciale.
Si fa un gran parlare di diversità, accettazione, integrazione; purtroppo siamo ancora molto indietro e quella di Wonder temo che sia solo una favola. Ma è bello pensare che la gentilezza vinca sulla superbia, che la sincerità riesca a conquistare dei cuori.
L'autrice racconta una bella storia, ma da quello che lei stessa ha raccontato in un'intervista sembra che nasca da un senso di colpa: "Un giorno ero seduta su una panchina con i miei due figli e ho visto passare un bambina che aveva evidentemente la sindrome di Treacher-Collins, una rara malattia ereditaria che colpisce le fattezze di una persona lasciando inalterato tutto il resto. Ciò che mi ha colpito non è stata la ragazzina, ma la mia reazione: sono stata presa dal panico, temevo che mio figlio di tre anni vedendola avrebbe reagito urlando, come aveva fatto alla festa di Halloween. Mi sono alzata di scatto, come punta da una vespa, ho chiamato l'altro figlio e mi sono allontanata di corsa. Alle mie spalle ho sentito la madre della ragazzina che, con voce calma, diceva: 'Forse è ora di tornare a casa.' Mi sono sentita un verme e non sono riuscita a dimenticare questa esperienza."
Trovo che Wonder sia un libro adatto agli adolescenti perché parla di loro, del loro mondo, delle sfide che dovranno affrontare. Parla anche con il loro linguaggio: non nel senso di "bella zio" o roba del genere, ma nel tono del racconto che non si dilunga in analisi approfondite o considerazioni generali, ma si attiene ai fatti, che ripete così come si sono presentati, con brevi commenti e riflessioni, proprio come in un diario intimo.
E devo dire  - anche se so che attirerò molte critiche - che questo linguaggio a me, adulta e amante dei classici, dopo un po' ha stufato,
Bella la storia, migliorabile la forma.
Comunque un libro consigliabile, anche se tutto il clamore che ha suscitato mi fa un po' arricciare il naso. Con il buonismo si attira sempre un grande pubblico.
Io, mamma di un bambino con bisogni speciali, dubito fortemente che un bambino come August possa riuscire a vivere serenamente nella scuola pubblica italiana, per non dire nella società.
E lo dico con la tristezza nel cuore.

Tutte le citazioni sono tratte da R.J. Palacio, Wonder, Giunti, Firenze 2013.

mercoledì 8 luglio 2015

Nel mare ci sono i coccodrilli... e non solo...

Una biografia-romanzo-storia vera, raccontata come una lunghissima conversazione tra l'autore del libro e il suo protagonista che racconta la sua storia di emigrante dall'Afghanistan all'Italia, e un albo illustrato con bellissimi disegni in seppia a matita che racconta le due giornate parallele di due bambini che possiamo immaginare coetanei. Uno aspetta con impazienza l'indomani per poter andare a giocare al mare, come promesso dalla mamma che ha voluto premiarlo per aver riordinato la sua stanza e aver lavato il cane; l'altro vede per la prima volta il mare dalla barca di un terribile scafista che urla minaccioso nel mare nero.
Quanto può essere diverso il mare: giochi in spiaggia e tuffi a bomba per uno; onde nere,buio pesto e bracciate disperate per la sopravvivenza per l'altro.
Eppure che cosa sognano i due bambini nella loro notte diversamente agitata? La stessa cosa.
Un libro quanto mai attuale in questi tempi e utile per avvicinare i bambini a un argomento tanto delicato di cui probabilmente hanno sentito o sentiranno parlare.

"Il fatto, ecco, il fatto è che non me l'aspettavo che lei andasse via davvero. Non è che a dieci anni, addormentandoti la sera, una sera come tante, né più oscura, né più stellata, né più silenziosa o puzzolente di altre, con i canti dei muezzin, gli stessi di sempre, gli stessi ovunque a chiamare la preghiera dalla punta dei minareti, non è che a dieci anni - e dico dieci tanto per dire, perché non so con certezza quando sono nato, non c'è anagrafe o altro nella provincia di Ghazni - dicevo, non è che a dieci anni, anche se tua madre, prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l'è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito e ha detto: Tre cose non devi mai fare nella vita,...."

non è che ti aspetti di dover imparare a cavartela da solo, in una vita molto dura, tra l'altro, una vita da clandestino.

Noi oggigiorno un bambino di dieci anni non lo mandiamo nemmeno a scuola da solo; anche se andare a scuola vuol dire, magari, attraversare un paio di strade in un paese tranquillo. Un bambino di dieci anni è ancora accudito dai genitori: si cucina per lui, lo si lava, lo si veste, si fanno i compiti insieme. Non gli si chiede molto di più che un po' di educazione e forse - spesso, a dire la verità - un buon rendimento scolastico. Generlamente un bambino di dieci anni non ha grandi preoccupazioni materiali. Non è andata così per Enaiatollah Akbari che a dieci anni - più o meno - si è svegliato un mattino, in un paese straniero e ostile, completamente solo e ha dovuto pensare ad assicurarsi un pranzo e/o una cena e un tetto sopra la testa. E questo è stato solo l'inizio perché poi nel suo lungo viaggio ha dovuto imparare sulla propria pelle a capire di chi fidarsi e di chi no, ha dovuto trattare con trafficanti d'uomini da cui dipendeva la sua salvezza, ha avuto a che fare con forze di polizia non proprio tenere, è passato da un paese all'altro - Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e Italia - a piedi, nascosto in un camion o su un gommone sgangherato.
Lui ce l'ha fatta. Ma per uno che ce la fa quanti rimangono indietro?
Un libro commovonte, ma non lacrimevole. Non c'è autocommiserazione, né denuncia o recriminazioni, la storia pura e semplice di un bambino coraggioso.

Alfredo Stoppa e Sonia M. L. Possentini, Quanto mare..., Falzea Editore.
Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli, BCDe, Milano 2012.

domenica 21 giugno 2015

Ragione e sentimento - Jane Austen: rilettura

A sei mesi di distanza ho riletto Ragione e Sentimento per seguire il gruppo di lettura online a cui mi sono unita nel progetto di leggere l'intera opera della Austen durante questo anno.
Questa volta parto dalla fine per una breve considerazione: può una donna, una ragazza, essere considerata la ricompensa per la gentilezza e la bontà di un'altra persona? 
Certo, rispondere oggi, con i criteri della nostra epoca e dalla nostra cultura è fin troppo semplice. 
Ma anche cercando di calarmi nei panni della Austen, nel suo mondo e nella sua epoca faccio troppa fatica ad accettare una cosa del genere e ad accettare che una donna come lei, un'intellettuale, un'artista che ammiro possa averci pensato. Sempre che quella non sia in realtà una "denuncia" e non il lieto fine, come parrebbe di primo acchito e come sembra volerci fare credere. Non so se questa mia tesi abbia un qualche fondamento, ma mi piace credere che sia così. Farò delle ricerche.
Come è possibile che una donna che ha potuto creare un personaggio come Elizabeth Bennet, vincitrice sotto tutti gli apetti, spudoratamente moderna, indipendente e tenace, e anche un personaggio come Fanny Price, una ragazza umile, dimessa, timorosa e sottomessa, ma che alla fine riesce a coronare il suo sogno, abbia poi fatto fare una fine così a Marianne Dashwood? Davvero ci voleva dire che vengono premiate la misura nei sentimenti e nelle loro manifestazioni, la correttezza e il rispetto delle regole sociali? Davvero ci voleva dire che il primo innamoramento di Marianne, il suo originario sentire e comportarsi era sbagliato e che attraverso il dolore la ragazza si è "redenta" e ha intrapreso il giusto cammino verso la felicità? A me viene da storcere il naso. Non può essere così! Deve esserci dell'altro. Devo indagare...

mercoledì 10 giugno 2015

Ne ho vedute tante da raccontar - Grazia Gotti

Difficilmente resisto ai libri che parlano di libri, che siano saggi, romanzi o cataloghi... eh, sì, anche quelli... Quando poi trovo libri che parlano di letteratura per l'infanzia, la conclusione può essere solo una: devo leggerlo. Così è stato per questo saggio di Grazia Gotti. Lo avevo ordinato da un po' in biblioteca, ma era in prestito e avrei dovuto aspettare pazientemente il mio turno; è capitato che dovessi andare in libreria per cercare un regalo per una bimba e vedendolo in bella mostra tra gli scaffali non ho potuto resistere. Non me ne sono pentita, ma diciamo che ne avrei potuto fare a meno. Una lettura della copia presa in prestito dalla biblioteca e qualche appunto sarebbero stati sufficienti, non è un libro che avrei poi bramato di avere nella mia biblioteca personale. 
Il saggio non è affatto malvagio, intendiamoci. Dà molti e ottimi spunti, ma a mio parere è troppo frettoloso. Sembra più che altro una raccolta di note, articoli, piccole recensioni che suggeriscono, stuzzicano, richiamano, ma non vanno mai a fondo. Le 175 pagine complessive sono divise in 45 capitoli, della lunghezza media di tre pagine ciascuno, la maggior parte sono dedicati a un autore o una casa editrice, poi ne troviamo alcuni tematici e nella parte finale quelli più tecnici, per gli addetti ai lavori o per chi vorrebbe diventarlo.
Il libro è fortemente autoreferenziale e la continua allusione al figlio dell'autrice come "cucciolo" mi ha molto infastidita. L'autrice era conscia di questo "pericolo" e dà una spiegazione della sua scelta che non mi ha convinto completamente: "La discedenza animale mi è servita per avere sempre presente che ciò che andavo tentando, l'umanizzazione della scimmietta, richiedeva impegno costante, tempo, disponibilità, amore e rispetto per i ritmi di crescita".
Comunque, l'idea di base mi piace ed è lodevole. Si cerca di creare un canone della letteratura per l'infanzia, di trovare dei classici, insomma di costruire una storia della letteratura per l'infanzia. Bellissimo!
Nel corso della lettura, di capitolo in capitolo, ho incontrato autori e libri noti, e il piacere del riconoscimento è sempre grande! E ho scoperto curiosità e novità che hanno stuzzicato la mia fantasia e hanno dato il via a nuove ricerche bibliografiche... per la disperazione della mia bibliotecaria!
Per esempio, voi lo sapete come è nata la Pimpa? Io l'ho sempre snobbata, ma la presentazione di Grazia Gotti mi ha incuriosito.
E che dire della vita di Leo Lionni? Io ora ho la sua autobiografia sul comodino.
Se siete in cerca di spunti per le vostre letture con i bimbi potrebbe essere una lettura interessante.

Citazione tratta da Grazia Gotti, Ne ho vedute tante da raccontar, Giunti, Firenze 2015.

giovedì 28 maggio 2015

Pronti a fare la valigia?

Le scuole stanno per chiudere i loro cancelli, le mamme lavoratrici stanno organizzando centri estivi, grest, vacanze con i nonni e chi più ne ha più ne metta, cercando un nuovo equilibrio familiare per riorganizzare le giornate senza scuola; le mamme non lavoratrici si dividono in due fronti: quelle sull'orlo di una crisi di nervi al solo pensiero di avere per casa uno, due, tre... bambini scatenanti da contenere per tutto il giorno, e quelle che hanno deciso di vedere le vacanze come un'opportunità di godersi i propri figli - o almeno di provarci -, fare qualcosa di bello con loro, dedicarsi un po' di tempo insieme. Io quest'anno rientro in questa categoria.
Non vi nascondo che in anni passati ho vissuto l'imminente fine della scuola come una spada di Damocle sulla mia testa, davanti a me si profilavano scenari catastrofici e fatiche insormontabili, avrei voluto un lavoro solo per poterli piazzare senza sensi di colpa in qualche centro estivo; quest'anno invece sono ben intenzionata a divertirmi insieme a loro. Sarà che è stato un anno molto faticoso, in cui la scuola ci ha portato più problemi che altro, sarà che loro sono anche un po' più grandini e quindi più facilmente gestibili. Certo mi mancheranno le ore di solitudine, avrò meno tempo per dedicarmi alle mie cose, ai miei libri, ai miei giri, ci sarà anche da arrabbiarsi e da gridare, lo metto in conto, ci sarà da chiudere un occhio - magari anche due - sul disordine in casa, ma consideriamola una vacanza per tutti.
Detto questo, vi rendo partecipi del mio primo spunto per attività con i pargoli, in età scolare, direi: avete in programma un viaggio per queste vacanze oppure starete a casa? Procuratevi questi due libroni: Mappe e Grande atlante delle avventure, entrambi editi da ElectaKids.
Sono costosi (22 Euro ognuno), ma comunque meno di un centro estivo, oppure potete prenderli in biblioteca, come abbiamo fatto noi. Del resto la biblioteca è una meta perfetta per le ore più calde della giornata, ce ne sono di bellissime, immerse nel verde dei parchi e unire un pic-nic nel verde alla lettura di un bel libro per me è sempre un grande piacere.
Non sono libri da leggere, ma da sfogliare, osservare, commentare. Io li ho già sperimentati con il mio figlio maggiore e siamo stati più di un'ora davanti alla pagina della Hawaii a programmare una vacanza che probabilmente non faremo mai! Ma intanto che gioia sognarla fin nei minimi dettagli!
Il formato è grande, le immagini molto belle; vagamente retrò quelle di Mappe, con quel fascino dell'antico che piacerà anche a mamme, nonne e nonni, molto dettagliate e con mille spunti per iniziare un racconto o una spiegazione, per suscitare un ricordo o far nascere un sogno. Più moderne e colorate quelle delle avventure, divertenti anche per bambini più piccoli perché non così legate alla geografia, ma più orientate a far conoscere cultura, feste, curiosità dei diversi paesi, sempre però con esattezza e precisione.
Per viaggiatori e sognatori.


Grande atlante delle avventure

Grande atlante delle avventure

Mappe

Mappe

Mappe



giovedì 14 maggio 2015

Ritorno a Pennac

E' stato un periodo piuttosto impegnativo, soprattutto dal punto di vista emotivo, tanti eventi si sono succeduti senza tregua e ho fatto un po' fatica a trovare la concentrazione necessaria per leggere. Tanti, tantissimi, invece, i libri per bambini che ho avuto tra le mani ultimamente, vuoi perché una volta che inizio faccio fatica a fermarmi, vuoi perché è anche un mezzo comodo e rilassante per stare con i miei figli e quindi nei momenti di stanchezza ne abuso... grandi e belle scoperte di cui vi parlerò a breve.
Per quanto mi riguarda, dopo aver iniziato la rilettura di Cent'anni di solitudine - e aver perso il filo dopo tre pagine - mi sono buttata su Pennac, nella fattispecie, La fata carabina e L'occhio del lupo.

Iniziamo dall'ultimo: L'occhio del lupo è un libro per ragazzi, età medie, direi, molto bello a mio parere, e del resto pare che l'autore stesso in un'intervista lo abbia nominato come il suo libro preferito tra quelli scritti da lui. Io, per ora, preferisco la sua produzione saggistica e tra la narrativa il mio preferito rimane Il paradiso degli orchi.
Mette a confronto un vecchio lupo chiuso nella gabbia di uno zoo e un ragazzo che lo osserva insistentemente. Occhi negli occhi, anzi occhio nell'occhio, i due si scruteranno e, superata la diffidenza iniziale, si racconteranno le loro storie parallele, una più avventurosa dell'altra, in cui trionfano l'altruismo e l'amicizia. Una favola moderna.
La fata carabina è il secondo romanzo del ciclo malaussenniano. Ho rimediato al mio errore, ho fatto un passo indietro, e l'ho letto. Che paura! Leggo per lo più la sera e devo confessare che questo romanzo non mi ha proprio conciliato il sonno... Un noir in piena regola con tanto di sgozzamenti, rivoltellate, sangue in abbondanza e brividi di paura. Ci ho trovato molto poco del Pennac che avevo adorato nel Paradiso degli orchi, ancora meno che ne La Prosivendola, che erroneamente avevo letto prima. A posteriori mi viene da pensare che l'autore nel terzo romanzo abbia voluto rimediare a questa mancanza, bilanciando le due componenti, quella noir e quella più proprimente descrittiva, narrativa caratteriale che era ben più presente nel primo romanzo della serie.
La storia ruota intorno al traffico di droga nella Belville che già conosciamo, la novità stupefacente è che i loschi individui sono dei vecchietti. Non vi racconto altro perché se amate il genere vale la pena leggere il romanzo.
A me leggendolo è venuto in mente il lieve moto di insofferenza che mi è parso di percepire sul volto dell'autore quando alla conferenza in Feltrinelli alla quale ho avuto la fortuna di partecipare, gli è stato chiesto come mai avesse smesso di scrivere di Malaussène e se si poteva sperare in un suo ritorno. Pennac, secondo me un po' seccato, ma forse mi sbaglio, ha risposto che non si può mica sempre scrivere dei Malaussène, che ogni tanto si ha voglia di scrivere altro. Comunque, per gli affezionati alla tribù, non ha escluso la possibilità di un ritorno.

... ed eccomi qui in sua compagnia

 

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