mercoledì 25 giugno 2014

Madame Bovary - Flaubert

"Quando ebbe battutto così per un poco l'acciarino sul proprio cuore senza farne sprizzare una sola scintilla, incapace, del resto, di comprendere quanto non provava come di credere a quanto non si manifestava in forme convenzionali, si persuase facilmente che nella passione di Charles per lei non vi era nulla di eccessivo."

Ho letto, o meglio riletto, Madame Bovary ed è stata una grande sorpresa: non me lo ricordavo proprio così, tanto che mi è venuto il dubbio se l'avessi già letto o no. Ora, non posso averne l'assoluta certezza, ma sono abbastanza sicura di averlo letto negli anni del liceo, con un'altra disposizione d'animo probabilmente.
Penso che sia proprio questa la forza dei classici - e in genere dei libri scritti bene: ci parlano sempre, o raccontandoci qualcosa di nuovo o riconfermando verità già acquisite. Sono davvero sempreverdi - "evergreen", secondo la perfetta espressione anglosassone.
Non voglio addentrarmi in disquisizioni scolastiche e di critica letteraria - ché là fuori ci sono fior fior di professoresse pronte a bacchettarmi - ma solo fare una breve riflessione su questo romanzo che costò ben cinque anni di lavoro, oltre che problemi con la censura, a Flaubert che lo visse come un estenuante esercizio di stile perché "Non è una cosa da poco essere semplici", come scrive alla sua amante Colet.
La lettura è avvolgente, piena, ricca, ma non ridondante, per quanto mi riguarda perfetta e molto rilassante. La storia è nota: le vicende di Emma Bovary, inguaribile sognatrice, ambiziosa, adultera e amante dell'amore o dell'idea romantica dell'amore che ha ricavato dalle letture di diversi romanzi, e che per inseguire le sue chimere porta la sua famiglia alla rovina.
Nella mia testa avevo idealizzato questo personaggio, ora rileggendo, orrore! E' una donna tremenda: matta da legare, pessima moglie e madre, avida di soldi e sentimenti, superficiale ed egoista.
Accanto a lei il buon Charles, semplice, innamorato, devoto, certo anche un po' noioso e piuttosto mediocre, per rendere giustizia alla sua consorte. 
La perfetta coppia borghese di provincia, il peggio del peggio per quanto riguarda Flaubert.
E perfetta è  la descrizione che l'autore fa della provincia francese di metà Ottocento e della vita di provincia, che per certi versi non è cambiata molto: troviamo il farmacista progressista e anticlericale che non perde occasione per beccare il parroco del villaggio - Don Camillo e Peppone, per intenderci - il merciaio intrallazzone e usuraio, la locandiera affacendata, lo storpio, il giovane intellettuale romantico, le beghine, la servetta non troppo onesta, la balia arraffona e lo scapolo impenitente.
In questo quadro il buon medico di campagna Charles si inserisce a meraviglia, la sua bella e ambiziosa moglie, invece, soffoca e inizia a cercare nuovi spazi. Peccato che nulla riesca a acquietare e tanto meno appagare la sua sete di felicità.

"Di dove le veniva, dunque, quell'insufficienza della vita, quella putrefazione istantanea di tutte le cose su cui s'appoggiava?"

Che tristezza! E io che me la ricordavo come un personaggio forte, ma come l'ho letto questo romanzo? Viva la rilettura!

Tutte le citazioni sono tratte da Madame Bovary, Flaubert, Garzanti, Milano 2005.

domenica 1 giugno 2014

Di tutte le ricchezze - Stefano Benni

Di tutte le ricchezze è uno dei romanzi più moderni che io abbia letto ultimamente. Quello che più mi ha colpito nella sua struttura è la frammentarietà: brevi capitoli, a loro volta spezzettati in brevi parti, fatte di brevi frasi. Siamo ben lontani dalla narrazione lenta, distesa e ricca dei romanzi di impronta ottocentesca. Personalmente mi sento più vicina a quest'ultimo tipo di racconto che a quello più moderno. Mi piace perdermi nelle parole, affondare in trame complicate e inseguire i personaggi nel loro sviluppo.
Questione di gusti.
La trama non è male e, una volta entrata nello stile particolare dell'autore, risulta anche coinvolgente. Ma, come mi succede spesso con questi romanzi "leggeri", non mi ha lasciato nulla. Così fuggevoli...
Ho apprezzato la commistione di prosa e versi, mi hanno invece un po' infastidito la ricerca dell'orginalità a tutti i costi e la critica della modernità a oltranza.
Cara Silvana, se ti piace Benni, leggi Pennac: è la sua bella copia, con l'aggiunta dell'elemento "giallo".
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