mercoledì 10 dicembre 2014

Ragione e sentimento - Jane Austen

"Aveva cuore eccellente, indole affettuosa e sentimenti vivi e profondi, ma sapeva dominarli: scienza che sua madre non aveva ancora imparato e che una delle sue sorelle aveva deciso di non imparare mai."

Eccoci qui presentate Elionor, Marianne e la signora Dashwood, loro madre.
Il canovaccio è sempre il solito di Jane Austen: una famiglia con diverse figlie da maritare nella campagna inglese, due caratteri contrapposti, una sorella impulsiva e una super razionale, due uomini che sono uno il contrario dell'altro, il bello, brillante e rubacuori, e il posato, intellettuale e discreto, una madre premurosa, un paio di rivali acide e intriganti, una sconvenientissima anziana signora dal cuore d'oro, una coppia di parenti avidi, un colonnello innamorato e sfortunato. 
Ma se il canovaccio è sempre il solito le modulazioni sono molteplici e qui viene fuori la bellezza e la bravura della Austen che ci tiene incollati alle pagine raccontandoci piccoli pettegolezzi e grandi verità universali. I grandi classici dell'amore, dell'onestà, della probità... e potrei continuare su questa scia, sotto la sua penna assumono sempre nuove forme, sfumature delicate, guizzi d'ironia illuminano il quadro che ben lungi dall'essere statico è in continua, seppur lenta, trasformazione.
Quando leggo Jane Austen ho sempre l'impressione di essere nata nell'epoca sbagliata tanto ci sto bene in questi tempi dilatati, sospesi tra un thé e un ballo, tra un libro da leggere e un dipinto o un ricamo da abbozzare. E sicuramente anche la mia figura sarebbe più valorizzata dagli abiti dell'epoca piuttosto che da quelli moderni. Va be', mi rimane sempre il carnevale e i sogni, ovviamente.
Trovo sempre difficile parlare o scrivere di questi grandi classici, temo sempre di dire delle banalità, di ripetere cose già dette e per di più con la Austen faccio fatica a mettere a fuoco cosa esattamente  mi piace, diciamo che semplicemente ne subisco il fascino.
Sono appena tornata da un fine settimana a Londra, per il prossimo viaggio in Inghilterra prevedo una tappa nello Hampshire, a respirare la sua aria.

Jane Austen, Ragione e Sentimento, Rizzoli, Milano 1996.

lunedì 24 novembre 2014

Mio fratello Simple - Marie-Aude Murail

Il mio entusiasmo per Marie-Aude Murail continua ed è stato rafforzato dalla lettura di Mio fratello Simple: un romanzo ironico, divertente, delicato e frizzante, come gli altri due dell'autrice che ho già avuto il piacere di leggere. 
Come in Oh, boy!, il tema è sensibile: Simple è un ragazzo con un grave ritardo mentale, anagraficamente ha ventitré anni, ma mentalmente soltanto tre. A complicare le cose c'è - o meglio, non c'è -  una madre morta quando i figli erano ancora piccoli, un padre che si vuole scrollare di dosso ogni problema e ogni responsabilità affidando il figlio a un istituto specializzato, e un fratello, minore e minorenne, che decide di prendersi cura del fratello maggiore personalmente togliendolo dall'istituto che Simple odia e paventa.
Peccato che occuparsi di Simple non sia cosa da poco, soprattuto quando hai diciasette anni e devi andare a scuola, studiare, cercarti una fidanzata, farti accettare dai tuoi nuovi coinquilini, insomma, vivere la tua adolescenza. E quando Simple ama scorrazzare per l'appartamento con i suoi Playmobil e il suo inseparabile e malridotto coniglio di pezza, il signor Migliotiglio, rispondendo al telefono e al citofono generando equivoci a non finire, fingendosi il signor Mutchbinguen quando piomba nell'appartamento la signora Seziali (= dei Servizi Sociali), puntando contro gli sconosciuti la sua stopila, la sua pistola giocattolo. 
Attorno a questa straordinaria coppia di fratelli ruotano i coinquilini: la bella Aria e il suo fidanzato altezzoso Emmanuel, il fratello di lei, Corentin in piena crisi esistenziale e il suo amico Enzo. E ancora l'anziano e litigioso vicino di casa e una coppia di ragazze, Béatrice e Zahara, una l'opposto dell'altra, entrambe compagne di scuola di Kléber, il fratello di Simple.
A trascinare gli eventi è Simple che con la sua pura semplicità, il suo sguardo senza filtri, le sue domande ingenue e dirette darà una svolta alla vita di tutti... e forse anche alla sua.
Tutto questo raccontato con il brio e il tocco lieve (ma non leggero) che contraddistingue l'autrice.

mercoledì 19 novembre 2014

Lezioni americane - Italo Calvino

Questo libro mi gira per casa e tra le mani a intervalli regolari dal 1994. 
Lo so perché in gioventù usavo annotare sul frontespizio dei libri che acquistavo il mio nome e la data di acquisizione. 
Dal 1994: confesso che mi fa un po' impressione. Nel '94 avevo... be' vent'anni in meno di oggi, ero proprio una ragazzina e a questo pensiero mi impressiono di nuovo se penso che io a quell'età leggevo (o per lo meno provavo a leggere) le Lezioni americane di Calvino e i ragazzini a cui insegno oggi, che sono di poco più giovani, leggono Geronimo Stilton, come mio figlio di seconda elementare. Nessuna offesa per Geronimo Stilton, che anzi apprezzo, e nemmeno per i ragazzini, poveri loro, ma semplicemente una cosiderazione su quanto è cambiata, e senza dubbio peggiorata, la situazione scolastica e culturale.
Altro dato che mi fa sentire un po' vecchia e un po' fantascientifica è che nel saggio si allude al 2000 come a una data ancora lontana da venire, simbolica e portatrice di chi sa quali traformazioni. Se penso poi che mio figlio ultimamente chiede alle persone che incontra:"Tu quando sei nato? Nel duemila..." Dando per scontato che più indietro non si possa risalire, be' ho chiara davanti agli occhi la mia età anagrafica e mi sembra pure più "importante" di quanto realmente sia.
Ora, sicuramente quello non era un libro adatto a me nel 1994 se ancora oggi, quando finalmente sono riusciata a leggerlo completamente, ho fatto fatica. E' un libro densissimo: sono solo 135 pagine, ma così piene di idee, nozioni, suggerimenti, citazioni, riferimenti letterari e culturali, da richiedere un impegno di lettura considerevole. Ho già ammesso di aver fatto fatica, confesso ora di non averlo capito completamente, alcune parti, proprio per il loro sottobosco culturale mi rimangono oscure.
Una immagine mi ha sempre accompagnato quando ripensavo, e ripescavo, questo libro durante questi vent'anni: l'immagine del poeta Cavalcanti che spicca un agile salto aldilà delle pietre tombali, un'immagine così perfetta, lieve e incisiva che non l'ho mai dimenticata.
Normalmente andavo poco oltre la rilettura di questo mirabile paragrafo.
Imponendomi la lettura completa del saggio, ho scoperto altre chicche e avuto l'opportunità di approfondire alcuni temi. Vorrei lasciarvi una riflessione dell'autore sulla capacità di fantasticare o di "evocare immagini", secondo l'espressione di Calvino:

"Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un'umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva di un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d'immagini riflesse dalla cultura, la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. (...)
Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall'allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini."

Citazioni tratte da Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano 1993.

martedì 11 novembre 2014

Tre racconti - Gustave Flaubert

Dopo aver letto e apprezzato Madame Bovary, avevo voglia di leggere un altro Flaubert. L'unico che avevo in casa era questo volumetto che racchiude tre racconti dell'autore: Un cuore semplice, La leggenda di san Giuliano l'Ospitaliere e Erodiade
L'introduzione di Alessandro Baricco ne cantava le lodi, soprattutto del primo di questi racconti del quale scrive: "... le poche pagine di Un cuore semplice rappresentano una sorta di manualetto dove imparare, velocemente, tutti i trucchi del mestiere: sono, per lo scrivere letterario, quel che certe fughe di Bach sono per il linguaggio musicale: la fondazione di un codice, disciolto nella bellezza".
Forte della precedente esperienza di lettura dell'autore e fiduciosa nel giudizio di Baricco, che trovo piuttosto antipatico, ma di cui riconosco l'intelligenza, mi sono avvicinata a questi racconti pronta a gustarne la bellezza e a trarne qualche insegnamento letterario.
Risultato: niente. 
Partiamo dalla fine. Erodiade: non l'ho proprio capito e non ci ho visto niente di bello.
La leggenda di san Giuliano l'Ospitaliere: una bella storia classica sulle orme di Edipo, ... ma che noia questa narrazione!
Un cuore semplice: senza dubbio il migliore dei tre, questo Baricco te lo concedo, ma che questo sia una Madame Bovary  in scala ridotta, no, no, e poi no! Un buon esercizio di scrittura per l'autore e di letteura per noi, ma assolutamente non sostituibile con il romanzo giustamente più rinomato di Flaubert.

giovedì 6 novembre 2014

Asperger: un romanzo e un'autobiografia

Continua la mia ricerca sulla sindrome di Asperger, che questa volta mi ha portato verso il romanzo di Mark Haddon, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, e verso un'autobiografia, quella di Daniel Tammet, Nato in un giorno azzurro.  
E' ormai trascorso un po' di tempo da quando ho finito di leggere questi due libri ma non ne ho scritto subito per due motivi: entrambi mi hanno lasciata perplessa e un po' delusa, avevo grandi aspettative, forse troppe, e mi hanno lasciato un senso di insoddisfazione. Non che non siano interessanti, ma non mi hanno coinvolto o emozionato, insomma, non posso dire che siano brutti, ma non mi sono piaciuti. "Interessante" è l'unico aggettivo che userei per definirli, soprattutto quello di Tammet, e forse potrei aggiungere "consolatori",  nel senso che ti fanno vedere come un ragazzo con sindrome di Asperger può comunque farcela. Il secondo motivo, molto banalmente, è che non ho avuto il tempo perché una grande novità è entrata nella mia vita: l'insegnamento.

Il ragazzino protagonista del romanzo di Haddon è probabilmente troppo diverso da quello che conosco io e mi ha quindi reso difficile e "fastidiosa" l'immedesimazione. Non è quello l'Asperger che io conosco, non è quello che cercavo. Questo non è certo un buon motivo per giudicare un libro, ma su questo argomento che mi tocca così da vicino non riesco a scindere la mia esperienza personale dal giudizio più obiettivo. Sicuramente per altri il romanzo potrà essere istruttivo e anche piacevole.
Come nel caso del Il mistero del London Eye, anche qui il protagonista è un ragazzino con sindrome di Asperger che si trova a risolvere un giallo. A mio avviso il romanzo di Siobhan Dowd è molto meglio riuscito, e il suo aspie molto più simpatico.

L'autobiografia di Tammet, francamente, l'ho trovata un po' noiosa, a parte alcuni capitoli, quello ad esempio del suo soggiorno in Lituania o quello della sua infanzia. Senz'altro è molto rassicurante per un genitore che può leggere la storia di qualcuno che ce la fa nonostante le difficoltà che la sua sindrome comporta. Ciò che più mi è rimasto impresso è la tenacia dell'amore dei genitori di Tammet che hanno sempre creduto in lui, lo hanno sempre rispettato per quello che è, hanno cercato di andare incontro alle sue esigenze senza tuttavia "viziarlo" o commiserarlo, ma semplicemente concedendogli la stanza più silenziosa della casa, ed esempio, o permettendogli i suoi momenti di solitudine, i suoi giochi per altri incomprensibili, senza mai giudicare, senza farlo sentire sbagliato, amandolo così come tutti gli altri figli della loro numerosa famiglia.
Concludo con le parole di Daniel Tammet, che si riferisce qui al suo rappoto con Neil, ma che valgono secondo me per qualsiasi tipo di relazione (amorosa, di amicizia, familiare):

"Nessun rapporto di coppia è privo di difficoltà, soprattutto quando uno dei due ha un disturbo di tipo autistico. Comunque sia, credo che l'elemento davvero essenziale alla durata di un rapporto non sia tanto la compatibilità, quanto l'amore. Quando ami qualcuno, tutto è possibile."

Citazioni tratte da Daniel Tammet, Nato in un giorno azzurro, Rizzoli, Milano 2008.

giovedì 25 settembre 2014

Special children come to special people

"Special children come to special people.
Or is it that the special task can help us see our specialness?"

Lo traduco per i non anglofoni:

"I bambini speciali arrivano alle persone speciali.
O non è piuttosto che è il compito speciale che ci aiuta a vedere il nostro essere speciali?"

E Brenda Boyd continua dicendo di aver imparato a vedere la vita in modo diverso, di aver imparato a pensare più attentamente a quello che dice e a come si comporta. Di aver imparato ad essere più paziente e a capire ciò che è veramente importante nella vita.
Grazie a chi e a che cosa Brenda ha imparato tutte queste cose? E, soprattutto, vi chiederete, chi è questa Brenda Boyd?
Brenda Boyd è una mamma, irlandese, ed è autrice del libro più utile sulla sindrome di Asperger che io abbia letto fino ad ora, Parenting a child with Asperger syndrome. Il child in questione è Kenneth, suo figlio, diagnosticato asperger all'età di otto anni. E' grazie a Kenneth e alla sua "aspergherità" che Brenda ha imparato tutte queste cose; ed è grazie a mio figlio che io le sto imparando.
Leggendo il libro di Brenda - mi viene proprio da chiamarla così, come se fosse un'amica - ho trovato tutti i dubbi, le domande, le ansie le rabbie, gli stati d'animo, le difficoltà, le gioie che io ho sperimentato e continuo a provare quotidianamente. Ho trovato piena comprensione e tante risposte, tantissimi suggerimenti, tante possibilità per aiutare al meglio i bambini asperger a convivere con la loro sindrome, a vivere in questo strano mondo, per aiutarli a essere felici, in poche parole, e anche per  agevolare la vita quotidiana delle famiglie in cui si trova a vivere un bambino asperger, che può rendere la vita davvero difficile se non è preso per il verso giusto.
Brenda Boyd affronta tutti i problemi che i genitori di un bambino asperger potrebbero incontrare: dalle difficoltà scolastiche, al rapporto con il cibo, all'inflessibilità, la rabbia e la violenza, la scarsa autostima e la depressione, le difficoltà motorie, il perfezionismo, le ossessioni, la conversazione e soprattutto, base di tutto, la necessità di insegnare a questi bambini le regole del vivere sociale, quelle regole non scritte, ma fondamentali che tutti generalmente conoscono in modo innato o che apprendono per osservazione fin dalla primissima infanzia e che devono invece essere insegnate ai bambini asperger così come gli si insegna la matematica o l'alfabeto.

Scrive Brenda:
"When we have children, we expect to have to teach them many things: how to dress themselves, cross the road safely, feed themselves and so on. We don't normally expect to have to "teach" them emtional and social skills."

Quello che più mi è piaciuto di questo libro è l'approccio amorevole, sincero e pragmatico, e rispettoso, vorrei aggiungere. Non discorsi generici, ma consigli pratici, piccoli accorgimenti che possono fare la differenza.
Ad esempio: non ditegli "Se fai questo potrai avere questo", ma piuttosto "Quando farai questo potrai avere quello" o non "Vuoi fare i compiti o no?" ma " Vuoi fare i compiti adesso o tra cinque minuti?" o ancora, aggiungo di mio, non ditegli "Vestiti" ma "Togliti il pigiama, poi metti la maglietta e i pantaloni." se non volete che si infili i vestiti sopra il pigiama e poi vi dica: "Ma tu non mi hai detto di togliere il pigiama?". 
Non sa giocare a palla o non sa andare in bicicletta? Fatelo esercitare, ma in un luogo dove si senta al sicuro, quindi meglio il giardino di casa che il parco.
Lasciatelo parlare del suo interesse particolare, della sua ossessione del momento, ma quando non ne potete più ditegli francamente e senza giri di parole, che comunque non capirebbe, che non lo potete più ascoltare per il momento perché avete un'altra cosa da fare.
Affronta anche lo spinoso problema del rapporto con gli altri fratelli, se ce ne sono in famiglia, che potrebbero facilmente sentirsi messi da parte, se non addirittura penalizzati avendo un fratello che richiede così tante attenzioni.
E poi il grande amore che solo una mamma può dare. Ho visto in questa donna tanta dedizione, tanta pazienza, tanto amore e tanta energia positiva.
Voglio concludere con le sue parole, così come ho iniziato:

"It is easier put our effort into doing something the world recognises and rewards. And yet what is there more worthwhile and fulfilling than helping another person to become truly happy and free?
Every AS parent has a unique and worthwhile task, the chance to make a difference and the chance to learn so much".

Tutte le citazioni sono tratte da Brenda Boyd, Parenting a child with Asperger syndrome, Jessica Kingsley Publisher, 2003.

martedì 26 agosto 2014

Tutt'altro che tipico - Nora Releigh Baskin

"Mia madre vuole aiutarmi. Vuole che io sia felice. E io credo che mia madre voglia aggiustarmi. Vuole che sia più simile a lei, anche se lei non sembra poi tanto felice per la maggior parte del tempo.
E se non può aggiustarmi, vuole almeno potersi spiegare perché sono così.
Allora sta cercando un motivo. Un motivo che possa spiegare quello che sono.
Potrebbe essere:
Il mercurio nel vaccino trivalente
Un cromosoma capriccioso
Un gene mutante
Troppo burro di arachidi mangiato durante il primo trimeste
Insufficiente ossigeno durante il parto
Insufficiente burro di arachidi (esiste una cosa simile?)
Fumare durante la gravidanza (ma mia madre non fuma)
Forse è l'inquinamento dell'aria, o i fertilizzanti nelle verdure, o gli ormoni nel latte, le piogge acide, il riscaldamento globale. Forse sono le radiazioni emesse dalla televisione. O il microonde.
O forse sono soltanto io."

Io la capisco questa madre che vuole aiutare, aggiustare, o perlomeno, capire, trovare un motivo, una spiegazione. Una spiegazione per cosa poi? Per un figlio speciale, per un figlio così diverso dagli altri bambini, così diverso da quello che lei si era immaginato nei nove mesi di gravidanza, che fu davvero una dolce attesa, tutta pancia e poesia, a differenza delle successive, così faticose e pesanti. Un motivo per quei comportamenti così bizzarri, che aveva considerato buffi e così caratteristici finché era stato piccino e che ora, improvvisamente, erano diventati un problema, per lei.
La vedo chiaramente questa madre sempre intenta a rimuginare, a osservare, a dare spiegazioni, a scusarsi, a studiare, a parlare, a piangere.
La conosco bene questa madre, perché questa amdre sono io, sono anch'io.
Tu lo hai sempre saputo che tuo figlio era un tipo originale, fuori dagli schemi, un po' difficile da gestire, ma era tuo figlio ed ovviamente era la creatura più meravigliosa che tu avessi mai incontrato. Poi un medico butta lì due paroline, come se niente fosse, e quello che era caratteristico e originale diventa stereotipico.
Di fronte alla diagnosi la sensazione iniziale è di sollievo: hai un nome, è una sindrome, non è colpa tua, non hai sbagliato tu, non hai responsabilità, non lo hai viziato, non sei stata troppo assente né troppo presente, non potevi farci niente. 
Poi arriva la tristezza, la paura, la preoccupazione, il "perché proprio a me", la depressione, la furia inquisitrice, la smania di aggiustare, rimediare, raddrizzare, rattoppare.
Finché ti stanchi di tutto questo e torni a guardare tuo figlio con gli occhi dell'amore e ti accorgi che è sempre il tuo bambino speciale che ti vuole un mondo di bene - anche se non te lo dice - e che vuole solo essere amato per quello che è, con i suoi pregi e i suoi difetti, come tutti.
Jason Blake è un ragazzino autistico con la passione e il talento per la scrittura; decide di raccontare la sua storia nella nostra lingua, quella dei neurotipici. Ci racconta delle sue difficoltà scolastiche, dei suoi amici virtuali e della sua famiglia, mamma, papà e il fratellino Jeremy. Lo fa in modo diretto e sincero, e attraverso i suoi occhi vediamo le nostre reazioni di neurotipici e impariamo a conoscerci meglio.

Tutte le citazioni sono tratte da Nora Releigh Baskin, Tutt'altro che tipico, Uovonero, Crema 2013.

lunedì 25 agosto 2014

Saltatempo - Stefano Benni

"Vede" disse Testuggine "suo figlio è un ragazzino intelligente, ma è distratto. Sogna, si incanta, in storia confonde le date, fa i compiti del giorno dopo, si mette a parlare del futuro come se lo conoscesse e dei babilonesi come se li avesse visti. Mescola i romanzi, la geografia, gli animali. E soprattutto quando parla salta da una cosa all'altra, da un argomento all'altro, divaga, e non sa mai che ora è che giorno è, gli compri almeno un orologio."

Saltatempo è un ragazzo di paese, un ragazzo dei boschi, un ragazzo del fiume. Vive in un villaggio di poche anime, dove tutti conoscono tutti, in più lui conosce dei e gnomi che popolano il bosco e gli appaiono mentre scarpagna lungo la via per la scuola. E' figlio di un falegname comunista e orfano di madre. E' un ragazzino speciale dotato di un orobilogio che lo fa viaggiare nel futuro e così vede la trasformazione del suo paesello dove man mano tratti di bosco vengono abbattuti per far spazio a casette di villeggiatura sulla cresta del monte, a un tratto di autostrada, a nuovi commerci, non sempre leciti. 
Tutta questa innovazione mette in pericolo la vita degli abitanti del paese: frane, droga, corruzione.
Insieme al paese si trasforma la popolazione: tra i compagni di scuola di Saltatempo c'è chi farà strada onestamente, chi cavalcherà l'onda, tradendo gli amici, chi resterà e chi partirà, chi non ce la farà.
Saltatempo è un romanzo di formazione, molto intenso e anche molto divertente.
Seguiamo la voce narrante dai primi anni di scuola fino alle soglie dell'età adulta attraverso le sue esperienze che sfociano nella grande storia: lo studio, gli amici, l'amore, la contestazione studentesca e operaia.
Forte è la contrapposizione città-campagna, uomo-natura, bene-male.
L'anello di congiunzione è, a mio avviso, Selene: il grande amore. La ragazzina ghiotta di fragoline di bosco e amante dei giochi al fiume che viene portata a vivere in città dai genitori, borghesi arricchiti e ormai estranei al paese. Lei, dopo aver attraversato una fase di "inurbamento", riscopre la bellezza dei boschi e la genuinità del suo amore di infanzia, Saltatempo.
Ho avuto la fortuna di leggere questo romanzo di Benni in montanga in un paesino che sembra assomigliare molto a quello descritto dall'autore. Anche qui si vogliono abbattere pini secolari e espropriare orti per costruire una strada, anche qui i ragazzini girano in moto o su auto di lusso, quando sarebbe più comodo e più bello andare a piedi o in bicicletta. Vedo gli indigeni fumare e buttare le cicche negli orti, bere una bibita e lanciare la lattina nel prato. Mentre i villeggianti sono super attenti e rispettosi. E' come se non si rendessero conto che quanto hanno intorno è un bene da salvaguardare. C'è tanta abbondanza di natura e bellezza che è data per scontata. Anche qui c'è qualche Saltatempo che cerca di dare l'allarme: speriamo che venga ascoltato.

Le citazioni sono tratte da Stefano Benni, Saltatempo, Feltrinelli 2002.

lunedì 4 agosto 2014

Il mistero del London Eye - Siobhan Dowd

"I ragazzi non svaniscono nell'aria."
Anche se ogni tanto, forse, vorrebbero farlo; o almeno vorrebbero librarsi in volo e nascondersi dietro a una nuvola, giusto il tempo necessario per riprendere fiato.
I ragazzi non svaniscono nell'aria, ma è vero che sono molti i casi di persone scomparse che rimangono irrisolti; e quello di Salim sembra destinato proprio a questa sorte. 
Salito a bordo di una capsula del London Eye per un giro sulla più grande ruota panoramica del mondo e, apparentemente, mai più sceso. La polizia è sulle sue tracce, e i suoi cugini, Kat e Ted, anche.
Ted è un ragazzino speciale, il cui cervello, per dirla con le parole dell'autrice, "gira su un sistema operativo diverso da quello degli altri". E' affetto da una sindrome che gli rende molto difficile leggere il linguaggio del corpo, parlare al telefono, avere amici, sostenere una conversazione convenzionale, capire le emozioni altrui, vivere situazioni sociali, capire le matafore e i modi di dire, intuire il non detto. 
D'altra parte è dotato di un'intelligenza eccezionale, di una capacità di osservazione acuta, di un'ottima memoria e di una logica ferrea. 
Questa sindrome, che nel romanzo non viene mai nominata - non so per quale motivo -, è chiaramente la sindrome di Asperger. E Ted è un "aspie" con i fiocchi, con tanto di mano sfarfallante, repulsione per il contatto fisico, ossessione, per la meteorologia, nel suo caso, bisogno di spazi personali e necessità, quasi vitale, direi, di saltare, perché saltare svuota la mente e aiuta a pensare, come spiega lui stesso.
Mentre la polizia brancola nel buio e gli adulti si lasciano andare alla disperazione, saranno Kat e Ted a dare una svolta alle indagini.
Ted elabora nove teorie e, coadiuvato dalla sorella - il braccio - le verifica, eliminandole una ad una, fino a restare con quella vincente.
Il mistero del London Eye è un giallo avvincente, un romanzo che sta dalla parte degli aspie e ci racconta il mondo dal loro punto di vista, senza drammi, ma anche senza ironia - come hanno scelto di fare altri autori - semplicemente per quello che è: un modo diverso di vedere le cose. Né giusto né sbagliato, né migliore né peggiore.
Perché in fondo questo è la sindrome di Asperger: non una malattia, ma un diverso modo di essere.

giovedì 24 luglio 2014

Il labirinto dei dettagli - Hilde De Clercq

"Io dovevo portare sempre lo stesso maglione, i capelli a coda di cavallo, annodati con un nastro rosso, e gli stessi orecchini (quando si tiene un neonato tra le braccia e lui ti appoggia la testa sulla spalla, la prima cosa che vede sono il nastro e gli orecchini). Anni dopo, quando già sapeva parlare, ripeteva spesso: "Fatti la coda". (...) Per lui la mamma era una combinazione di dettagli e niente poteva essere modificato."

Hilde De Clercq ci racconta la vita quotidiana con un figlio autistico e lo fa attraverso episodi dell'infanzia di suo figlio Thomas e insistendo sul "pensare in dettagli", una delle caratteristiche del modo di pensare delle persone autistiche che si riflette sulla triade delle loro maggiori difficoltà: la comunicazione, verbale e non; l'interazione sociale e i suoi codici; il gioco e l'immaginazione.
Come faccio ad apprendere nuove parole e a legarle a un oggetto se per me uno spazzolino rosso e uno verde sono due oggetti completamente diversi? Come faccio a sapere che la parola "bicchiere" vale per un bicchiere da acqua e per un calice? Come posso dare lo stesso nome a un'automobile vera e a una giocattolo? Ogni volta, quando cambia anche un solo dettaglio, devo ricominciare la mia analisi da capo.
E spostandosi dal concreto all'astratto, dal piano degli oggetti a quello delle emozioni o delle relazioni, le cose ovviamente si complicano sempre più: cosa vuole dire essere tristi o felici, cos'è il matrimonio, cosa vuol dire essere maltrattati, e maleducati? E così nascono i cataloghi di parole, i dizionari speciali per aiutare il figlio Thomas a orientarsi nel mondo. 
Un esempio:

"Mi maltrattano quando:
mi danno dei calci
mi tirano il berretto
mi tirano il cappotto
mi picchiano
mi graffiano
mi insultano"

Questi cataloghi vanno continuamente ampliati e aggiornati perché per un bambino autistico non è affatto scontato, anzi è molto difficile, e per alcuni impossibile, fare generalizzazioni. Viene a mancare il meccanismo che è alla base dell'apprendimento per tutti i bambini non autistici.
Questa particolare modalità di pensiero implica uno sforzo enorme per le persone autistiche per capire ed elaborare ogni cosa, implica anche il bisogno di più tempo per rispondere ad una domanda, per esempio, o per eseguire un compito perché richiede diversi passaggi addizionali.
Fondamentale è quindi la pazienza, l'osservazione e la chiarezza quando ci si trova ad interagire con un bambino autistico. Di mio aggiungerei che è necessario il rispetto per la loro individualità e l'amore a loro come persone.

"Essere autistici non significa non essere umani, ma essere diversi. Quello che è normale per altre persone non è normale per me e quello che io ritengo normale non lo è per gli altri.In un certo senso sono mal "equipaggiato" per sopravvivere in questo mondo... Ma la mia personalità è rimasta intatta. La mia individualità non è danneggiata. Ritrovo un grande valore e significato nella vita e non ho desiderio di essere guarito da me stesso. (...)
Riconoscete che siamo diversi l'uno dall'altro, che il mio modo di essere non è soltanto una versione guasta del vostro. Interrogatevi sulle vostre convinzioni, definite le vostre posizioni. Lavorate con me per costruire ponti tra noi (Sinclair, in Peeters, 1999, p.5)."

Tutte le citazioni sono tratte da Hilde De Clercq, Il labirinto dei dettagli, Erickson, 2006.

mercoledì 25 giugno 2014

Madame Bovary - Flaubert

"Quando ebbe battutto così per un poco l'acciarino sul proprio cuore senza farne sprizzare una sola scintilla, incapace, del resto, di comprendere quanto non provava come di credere a quanto non si manifestava in forme convenzionali, si persuase facilmente che nella passione di Charles per lei non vi era nulla di eccessivo."

Ho letto, o meglio riletto, Madame Bovary ed è stata una grande sorpresa: non me lo ricordavo proprio così, tanto che mi è venuto il dubbio se l'avessi già letto o no. Ora, non posso averne l'assoluta certezza, ma sono abbastanza sicura di averlo letto negli anni del liceo, con un'altra disposizione d'animo probabilmente.
Penso che sia proprio questa la forza dei classici - e in genere dei libri scritti bene: ci parlano sempre, o raccontandoci qualcosa di nuovo o riconfermando verità già acquisite. Sono davvero sempreverdi - "evergreen", secondo la perfetta espressione anglosassone.
Non voglio addentrarmi in disquisizioni scolastiche e di critica letteraria - ché là fuori ci sono fior fior di professoresse pronte a bacchettarmi - ma solo fare una breve riflessione su questo romanzo che costò ben cinque anni di lavoro, oltre che problemi con la censura, a Flaubert che lo visse come un estenuante esercizio di stile perché "Non è una cosa da poco essere semplici", come scrive alla sua amante Colet.
La lettura è avvolgente, piena, ricca, ma non ridondante, per quanto mi riguarda perfetta e molto rilassante. La storia è nota: le vicende di Emma Bovary, inguaribile sognatrice, ambiziosa, adultera e amante dell'amore o dell'idea romantica dell'amore che ha ricavato dalle letture di diversi romanzi, e che per inseguire le sue chimere porta la sua famiglia alla rovina.
Nella mia testa avevo idealizzato questo personaggio, ora rileggendo, orrore! E' una donna tremenda: matta da legare, pessima moglie e madre, avida di soldi e sentimenti, superficiale ed egoista.
Accanto a lei il buon Charles, semplice, innamorato, devoto, certo anche un po' noioso e piuttosto mediocre, per rendere giustizia alla sua consorte. 
La perfetta coppia borghese di provincia, il peggio del peggio per quanto riguarda Flaubert.
E perfetta è  la descrizione che l'autore fa della provincia francese di metà Ottocento e della vita di provincia, che per certi versi non è cambiata molto: troviamo il farmacista progressista e anticlericale che non perde occasione per beccare il parroco del villaggio - Don Camillo e Peppone, per intenderci - il merciaio intrallazzone e usuraio, la locandiera affacendata, lo storpio, il giovane intellettuale romantico, le beghine, la servetta non troppo onesta, la balia arraffona e lo scapolo impenitente.
In questo quadro il buon medico di campagna Charles si inserisce a meraviglia, la sua bella e ambiziosa moglie, invece, soffoca e inizia a cercare nuovi spazi. Peccato che nulla riesca a acquietare e tanto meno appagare la sua sete di felicità.

"Di dove le veniva, dunque, quell'insufficienza della vita, quella putrefazione istantanea di tutte le cose su cui s'appoggiava?"

Che tristezza! E io che me la ricordavo come un personaggio forte, ma come l'ho letto questo romanzo? Viva la rilettura!

Tutte le citazioni sono tratte da Madame Bovary, Flaubert, Garzanti, Milano 2005.

domenica 1 giugno 2014

Di tutte le ricchezze - Stefano Benni

Di tutte le ricchezze è uno dei romanzi più moderni che io abbia letto ultimamente. Quello che più mi ha colpito nella sua struttura è la frammentarietà: brevi capitoli, a loro volta spezzettati in brevi parti, fatte di brevi frasi. Siamo ben lontani dalla narrazione lenta, distesa e ricca dei romanzi di impronta ottocentesca. Personalmente mi sento più vicina a quest'ultimo tipo di racconto che a quello più moderno. Mi piace perdermi nelle parole, affondare in trame complicate e inseguire i personaggi nel loro sviluppo.
Questione di gusti.
La trama non è male e, una volta entrata nello stile particolare dell'autore, risulta anche coinvolgente. Ma, come mi succede spesso con questi romanzi "leggeri", non mi ha lasciato nulla. Così fuggevoli...
Ho apprezzato la commistione di prosa e versi, mi hanno invece un po' infastidito la ricerca dell'orginalità a tutti i costi e la critica della modernità a oltranza.
Cara Silvana, se ti piace Benni, leggi Pennac: è la sua bella copia, con l'aggiunta dell'elemento "giallo".

lunedì 19 maggio 2014

Asperger: un libro / un film

Il libro ha un titolo terribile, L'amore è un difetto meraviglioso, uno di quei titoli che te lo fanno subito relegare nello scaffale rosa e che ti fanno anche un po' vergognare di portartelo in giro. La copertina non aiuta, anzi, rincara la dose... un e-reader in questo caso sarebbe stato gradito.
Il suo autore è uno sceneggiatore australiano, Graeme Simsion, altrimenti a me sconosciuto. Questo è il suo primo romanzo e, a giudicare da quanto leggo nel risvolto di copertina potrebbe anche essere l'ultimo, visti i soldi che sarà riuscito a guadagnare, oppure il primo di una lunga serie, se l'autore ambisce alla gloria. Un vero caso letterario, preceduto dalla sua fama tra gli editori, una sorta di Harry Potter.
Tradotto in ventisette lingue e ambitissimo dalle case editrici di tutto il mondo ancora prima della sua prima pubblicazione.
Questo e poco altro si riesce a sapere dalle recensioni, che ci parlano fondamentalmente di una storia d'amore, di un libro leggero e divertente, "spassosissimo" addirittura.
Don Tillman, professore di genetica, ha deciso di dare avvio al "Progetto Moglie" e per farlo ha elaborato un questionario che gli farà evitare di perdere tempo selezionando tra tutte le candidate solo quelle che risponderanno ai suoi criteri. Che idea balzana!
"Cose da uomini" sembrano dire ammiccando alcune recensioni. Cito, a mo' di esempio il commento di una tal Francesca (libraia) riportato nell'edizione italiana Longanesi:
"Finalmente un libro sereno, che fa sorridere e riflettere sulle piccole manie maschili, come quella di voler programmare e organizzare tutto, anche l'improgrammabile come i sentimenti..."
Cose da asperger, dico io. Come da asperger sono le abitudini, le fobie, le difficoltà e il tono della narrazione. Ecco, il tono forse è la cosa che mi ha colpito di più: quel modo pedante, ridondante, artificioso e sillogistico di parlare e di procedere nel discorso che sto imparando a conoscere e riconoscere.
La sindrome di Asperger è menzionata esplicitamente nel romanzo solo di sfuggita all'inizio, ma il protagonista non ammette di esserne affetto. Potrebbe essere semplicemente un "orso", o uno un po' tanto strano. Per questo forse le recensioni non ne parlano; chi ha letto il libro senza conoscere la sindrome potrebbe non averne colto i segni e il flebile suggerimento dato in apertura del romanzo con l'argomento della conferenza tenuta da Don. Io stessa fino a pochi mesi fa non ne avevo mai sentito parlare e non l'avrei saputa riconoscere.
E' come se ci fosse stato una sorta di compromesso per rendere il romanzo più commerciale, più facilmente distribuibile e fruibile per un pubblico più ampio. Senz'altro titolo e copertina si devono a questa ragione. Sarei curiosa di sapere dall'autore se sono state fatte altre modifiche al suo manoscritto originale.
Il romanzo è comunque molto godibile e interessante. E' anche vero che è divertente, ripensandoci ora, forse un po' troppo visto il carico di frustrazione e sofferenza che questo disturbo può comportare. 
Ma io di asperger ne conosco solo uno - forse due - e quindi, chissà, magari altre persone la vivono in modo diverso.
Diverso senz'altro è Adam, il protagonista dell'omonimo film che non è il film tratto dal romanzo di Simsion, ma un film indipendente del regista Max Mayer, che parla di Asperger solo apparentemente in modo simile - anche qui tutto ruota intorno a una storia d'amore - ma in maniera assolutamente esplicita.
Adam sa di essere asperger ed è famoso, almeno per coloro che con questa sindrome hanno a che fare, il suo "spiegone" - come lo ha definito un aspie su YouTube - nella parte iniziale del film.
Tutto quel che nel romanzo appare buffo e fa sorridere, le gaffe di Don e le sue eccentricità, nel film è fonte di grande frustrazione e sofferenza per il protagonista e per chi gli sta vicino.
Adam a ventinove anni si ritrova solo ad affrontare un mondo in cui non sa muoversi senza ferirsi e che non riesce a capire per quanti sforzi faccia.
Sua madre è morta quando aveva otto anni e lo vediamo al funerale del padre all'inizio del film. Adam ha un solo amico, un amico di suo papà per la verità, che cerca di aiutarlo nelle spinose questioni legali e burocratiche dell'eredità, che gli fa compagnia come e quando può e gli dà delle dritte per vivere il più possibile vicino alla realtà. Adam ha un lavoro come ingegnere elettronico, ma presto lo perde e si trova davanti al drammatico problema di trovarne uno nuovo. Il problema non sono le competenze, ma i colloqui. Una vera sfida per lui e la sua "aspergerità". Tra la ricerca di un nuovo lavoro e l'incontro inaspettato e sconvolgente con Beth, seguiamo Adam nella sua vita quotidiana. Per lui, come per ogni asperger, ogni giornata è potenzialmente irta di ostacoli e difficoltà: intrattenere una semplice conversazione a una festa o sul luogo di lavoro, andare a cena in  un ristorante, capire l'ironia e gli stati d'animo degli altri, esprimere i propri sentimenti e guardare una persona negli occhi sono cose che la maggior parte delle persone NT (= neurotipiche) fanno senza nessuno sforzo, senza accorgersene quasi, ma per una persona con sindrome di Asperger richiedono uno sforzo enorme, tanto lavoro di preparazione, una massiccia dose di ansia e spesso, comunque, sfociano in un fallimento con conseguente frustrazione difficilmente gestibile.
Anche stare vicino ad una persona Asperger non è facile: richiede grande sensibilità, senso di abnegazione, amore sconfinato e una pazienza eroica.
La posizione di Adam nella società è davvero delicata: non ci sono segni esteriori che la denunciano e io penso che sia per questo che è anche più difficile accettarla. Spesso si ha l'impressione di essere di fronte a un maleducato, un rompiscatole, un presuntuoso e ci si può sentire presi in giro.
Lo sa bene Beth che nel film passa tutte le fasi della conoscenza dell'Asperger: l'incredulità, la curiosità, la compassione, lo spavento, la rabbia, la repulsione e l'amore (in ordine sparso).
L'amore.
Io sto leggendo, cercando, studiando, parlando, consultando e sperimentando e mi sono resa conto che l'amore è l'antidoto più efficace.
"Essi possono essere istruiti ma solo da coloro che danno loro reale comprensione e affetto, persone che mostrano gentilezza verso di loro" scrisse Asperger stesso parlando dell'istruzione di bambini asperger.
Concludo quindi con l'augurio che ogni aspie possa trovare la sua Rosie o la sua Beth.
 
P.S. Quanta fatica mi è costato questo post, e non è nemmeno come lo volevo.

venerdì 9 maggio 2014

Ecco la storia - Daniel Pennac

Ho sospeso la lettura della saga dei Malaussène per leggere questo strano romanzo, caldeggiato da un amico.
Per dirla con l'autore "Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico. Poco importa il paese. Basta immaginare una di quelle repubbliche delle banane con il sottosuolo abbastanza ricco perché si desideri prendervi il potere e abbastanza aride in superficie per essere fertili di rivoluzioni".
Così Manuel Pereira da Ponte Martins, diventato agorafobico in seguito a una predizione che lo voleva morto massacrato da una folla, si fa sostituire da un sosia e lascia il Paese per l'Europa.
Tra un misto di realtà e finzione l'autore racconta la storia di questo sosia e degli altri che gli succederanno, seguendo i grandi eventi della storia mondiale con un riferimento cinematografico importante.
Ho trovato la lettura di questo romanzo molto faticosa e la sua struttura cervellotica. In definitiva non mi è piaciuto e non ho riconosciuto il Pennac che ho letto finora. Troppo lontano dalla fluidità e dalla leggerezza - in senso calviniano - dei romanzi di Malussène e della limpidezza dei saggi dell'autore.
Dovrei approfondire, ma di primo acchito, direi che si è trattato di un esperimento dell'autore. A mio parere poco riuscito.
 
Daniel Pennac, Ecco la storia, Feltrinelli, Milano 2003.

giovedì 1 maggio 2014

Strane creature - Tracy Chevalier

Siamo all'inizio dell'Ottocento a Lyme, un piccolo villaggio costiero nel sud dell'Inghilterra, dove le tre sorelle Philipot sono state costrette a vivere in seguito al matrimonio del fratello che si è insediato di diritto nella casa paterna a Londra.
Louise, Elizabeth e Margaret vengono "invitate" a scegliere una nuova residenza, più economica, perché, non ancora sposate e probabilmente destinate a rimanere zitelle - almeno le due maggiori - non pesino sulle spalle del fratello orami accasato.
Per le tre sorelle, abituate agli agi della città e della loro classe sociale elevata, il trasferimento in un piccolo cottage della provincia è piuttosto traumatico, ma a tutto ci si abitua e così sarà anche per loro.
Louise, la maggiore, si dedicherà al giardinaggio e alla botanica, Margaret, la minore, appena diciottenne, la più civettuola e l'unica con ancora qualche possibilità di trovare marito, prenderà a frequentare il circolo locale, riponendo nella cura della propria persona e nella ricerca di buone frequentazioni tutte le sue speranze.
Ma sarà Elizabeth, la più austera e taciturna, a sorprendere tutti dedicandosi con dedizione che sfiora l'accanimento non solo alla collezione - che avrebbe potuto essere accettato - ma addirittura alla ricerca di reperti fossili sulle spiagge limacciose del villaggio.
E' così che in breve tempo i suoi stivaletti e le sue vesti si incrosteranno di fango e i suoi guanti saranno corrosi dalla salsedine.
E' così che farà la conoscenza e stringerà amicizia con Mary Annings, una ragazzina dalla natura libera e selvatica, che raccoglie e vende fossili fin dalla più tenera età per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario.
E' così, soprattutto, che la sua reputazione verrà irrimediabilmente compromessa, guadagnandole la fama di originale.
Sono due le grandi storie che si intrecciano in questo romanzo. Quella di Elizabeth Philipot, gentildonna londinese impiantata a Lyme, che viene risucchiata dall'interesse per i fossili e si ritrova a vivere le dispute culturali del secolo relative all'evoluzione. Già, perché all'inizio dell'Ottocento era impensabile ammettere che alcune delle creature di Dio si fossero estinte, avrebbe significato ammettere un errore divino. E poi quella di Mary Annings che da semplice cacciatrice di "ninnoli" da rivendere a turisti curiosi, diventa una vera e propria esperta nella ricerca e ricostruzione dei primi animali preistorici portati alla luce.
L'emancipazione femminile passa anche dai fossili.

martedì 22 aprile 2014

DIRE FARE BACIARE - Claudia De Lillo alias Elasti

"Vorrei una figlia femmina per insegnarle che la civetteria può essere divertente, se non si esagera, e che ci si può anche mettere un po' di rossetto ogni tanto avendo ben chiari i confini rigidi del senso del ridicolo e del buon gusto.
Vorrei avere una figlia femmina per insegnarle che fregarsene ogni tanto, dei capelli a carciofo, dei peli che, maledetti, ricrescono sempre, di un brufolo sul naso, è una pratica liberatoria e sana.
Vorrei avere una figlia femmina per insegnarle a piacersi, indipendetemente dalla taglia di reggiseno, dalla forma dei fianchi, dal colore degli occhi e dei capelli.
Vorrei avere una figlia femmina per imparare insieme l'equilibrio e l'autoironia che aiutano a non perdere i pezzi e a non romperti, anche quando nello specchio non ti riconosci."

Io di figlie femmine ne ho due (più un maschio, ma questo è un altro discorso, e un altro mondo, per quel che ci riguarda) e spero di riuscire a insegnare loro tutte queste cose, e molte altre.
Claudia De Lillo alias Elasti, circondata da una famiglia tutta al maschile, è riuscita a scrivere un libricino delizioso: simpatico, divertente, toccante e coinvolgente, per le figlie femmine, ma anche per le loro mamme.
L'ha fatto mettendo in gioco se stessa, andando a ripescare i suoi ricordi, la sua se stessa piccola, e incontrando tante ragazzine di oggi e parlando con loro, ascoltando la loro musica, visitando le loro stanze.
Molte figlie, di ieri e di oggi, si riconosceranno in questi ritratti e quelle di oggi troveranno validi suggerimenti che avranno più probabilità di essere accolti in quanto non piovono loro sulla testa dalla bocca materna, ma sono regalati tra un sorriso e l'altro da una ragazza simpatica che potrebbe essere vista come una zia o una sorella maggiore. 
E quindi, mamme, regalate questo libro alle vostre figlie, nipoti, figliocce, e farete un regalo ad entrambe. 
Vi aiuterà a superare l'imbarazzo o la difficoltà di affrontare certi argomenti - il corpo che cambia, il sesso, il bullismo, la violenza - e vi sbellicherete dalle risate con i dialoghi madre-figlia degli "intermezzi".
Ho avuto la fortuna di partecipare alla presentazione del libro a Milano: l'interpretazione dei dialoghetti da parte di Claudia e di Irene Beranrdini è stata a dir poco esilarante. Un assaggio:

"Ora smettila. C'è qualcosa che non va? Hai fame, forse? Vuoi che ci facciamo una pasta?"
"Facile risolvere tutto ingozzandosi di cibo. No, grazie, non voglio la pasta: fa ingrassare. Ma tanto a te non importa niente se divento ciccionissima."
"Allora ti preparo una bella insalata."
"Guarda che non sono a dieta. Le mamme fissate con l'alimentazione delle figlie le fanno diventare anoressiche, me lo ha detto Irma."
"Senti, non ne voglio sapere niente. Mangia quello che ti pare e lasciami leggere il giornale."
"A te, di me, non importa nulla. (...)"

Tutte le citazione sono tratte da: Claudia De Lillo alias Elasti, DIRE FARE BACIARE, Feltrinelli, Milano 2014.

mercoledì 9 aprile 2014

Oh, boy! - Marie-Aude Murail

Ultimamente mi sto affezionando ad alcuni autori, tutti francesi, per coincidenza. Prima Pennac ora Marie-Aude Murail - già il nome mi piace un sacco, così musicale!
Dopo Miss Charity, ho letto Oh, boy!, entrambi editi da Giunti e classificati come libri per ragazzi. Ora, forse sono libri anche per ragazzi, o giovani adulti come si ama dire di questi tempi, ma non solo. Sono libri di facile lettura, e quindi adatti anche ad un pubblico giovane, ma sono scritti con cura e toccano temi importanti. Di Miss Charity ho già parlato; Oh, boy!, è un romanzo completamente diverso, per tema, ambientazione e stile, ma ugualmente godibile.

La storia è quella dei fratelli Morlevent: Siméon, superdotato che a quattordici anni sta preparando la maturità, Morgane, otto anni e due notevoli orecchie a sventola, Venise, "una bambolina" bionda e dai grandi occhi azzurri, pazza per le Barbies che predilige nude, Barthélémy, fratellastro di ventisei anni, bello, volubile e omosessuale, Josiane, sorellastra trentasettenne, oftalmologa e sterile. 
I primi tre Morlevant, abbandonati dal padre e rimasti orfani della madre, suicida, vengono trasferiti in un orfanotrofio in attesa di un tutore e fanno un giuramento, che suona "I Morlevent o la morte", altrimenti detto, nessuno potrà separarli. Ad occuparsi di loro Bénédicte, assitente sociale, e Laurence, giudice amante della cioccolata fondente. Gli unici parenti rimasti ai fratelli sono Barthélémy e Josiane, che vengono prontamente interpellati dalla giudice. Tra i due inizia una lotta per la custodia dei bambini, prima per non averli e poi... per averli.
Nel frattempo Siméon viene ricoverato per leucemia e queste sono, a mio parere, le pagine più toccanti del romanzo: un ragazzino di quattrodici anni alle prese con una malattia più grande di lui, un superdotato super razionale di fronte al dolore estremo e alla paura. A sostenerlo la persona più improbabile, ma sicuramente la più giusta.

Questo è un romanzo che fa sorridere molto senza risparmiarci qualche lacrima. Tra una battuta e l'altra si parla di famiglia, tolleranza, diritti e doveri, diversità, dolore e morte.

martedì 8 aprile 2014

Miss Charity - Marie-Aude Murail


 

Tra topi, rospi, anatre, conigli e corvi, relegata nella nursery al terzo piano di una villa vittoriana vive Charity - nome curioso! - che racconta di sé dai cinque ai ventisei anni. Ventisei anni vissuti con la compagnia di una tata folle, di una madre assente, di un padre taciturno, di una governante sentimentale - come tutte le francesi, direbbe Mrs Tiddler - e di un nutrito gruppo di animali, più o meno domestici e addomesticati. Ventisei anni dedicati allo studio della natura, di Shakespeare e del disegno ad acquarello. Ventisei anni di impegno, volontà e dedizione. 
Intorno a lei cugine ricche, belle e "da marito", ragazzi noiosi e assolutamente convenzionali che fanno loro la corte e un'eccezione, Kenneth Ashley, povero, sfrontato e, colmo della sconvenienza, attore, addirittura; assolutamente infrequentabile.
Ma chi è questa Miss Charity? Una bambina molto sola, inizialmente, e molto curiosa. Una ragazzina sveglia e intelligente, più attirata dalle passeggiate in campagna e dall'osservazione della natura che da balli e ricevimenti. Una donna indipendente che si guadagna da vivere con il proprio lavoro e sposa l'uomo che ama. Niente di eccezionale, se non fosse che questa donna vive nell'Ottocento e quella che per noi oggi è una donna intelligente e indipendente era allora, agli occhi della sua stessa madre, un'originale e, somma sventura, una ragazza destinata a rimanere zitella - anche se così non sarà.

"Una 'scrittrice di successo'? Nella nostra famiglia! Sapevo che sarebbe andata a finire male."

Chi ha familiarità con le storie e i disegni di Beatrix Potter riconoscerà il suo Peter Rabbit, i suoi topolini, i suoi ricci e le sue rane, chi non la conosce sarà forse incuriosito e vorrà saperne di più.
Miss Charity/Potter è per me, soprattutto, e soprattutto in questo momento, un esempio: lei ha creduto nel suo lavoro e nelle sue capacità e ce l'ha fatta.

"Soffocavo di gioia. Eppure ero incredula. Con i miei disegni, i miei topi, i miei conigli, potevo comprare una casa e un giardino!
E' incredibile, è incredibile!
E mi guardavo le mani."

Ultima nota: la copertina, deliziosa. Un po' harmony, un po' libro d'infanzia e un delicato richiamo al vittorianesimo.

Tutte le citazioni sono tratte da: Marie-Aude Murail, Miss Charity, Giunti, Milano 2013.


venerdì 28 marzo 2014

La prosivendola - Daniel Pennac

Inizio con un'ammissione di colpa: ho sbagliato. Avevo deciso di leggere tutta la serie malausseniana, in ordine, ma ho saltato La fata carabina. Me ne sono accorta appena ho iniziato a leggere, ma ormai la mia testa era già nel libro e la biblioteca lontana. Va be', poco male, lo leggerò dopo.
Come il precedente, anche questo romanzo mi ha calamitato, tanto che ho rimandato alcuni impegni domestici fino a quando non ho terminato la lettura e, se devo dire tutta la verità, sono pure arrivata tardi a riprendere i bambini da scuola.
Il coinvolgimento questa volta non è stato immediato, ma una volta catturata l'attenzione, è stato irrimediabile.
Entra in gioco la Regina Zabo, ovvero la direttrice delle Edizioni del Taglione che dopo aver reclutato Benjamin Malaussène come capro espiatorio, lo coinvolge nella più grande truffa editoriale del secolo presentandolo in pompa magna al grande pubblico come J.L.B. l'autore di best-seller che per sedici anni ha voluto serbare l'anonimato. Le vendite ultimamente ristagnano, e così la macchina pubblicitaria si mette in moto, mettendo Malaussène in un frullatore dal quale non uscirà tutto intero.
La trama è più macchinosa, l'azione meno scattante e i personaggi meno freschi, a mio avviso, ma rimane comunque un buon romanzo. Una lettura avvincente in cui però Pennac sembra lievemente sottotono: meno risate, più amarezza, bella scrittura, ma meno lampi di genio.
Ma io vado avanti nella mia lettura, Pennac mi è entrato nel cuore con tutta la sua sarabanda.

martedì 4 marzo 2014

Il paradiso degli orchi - Daniel Pennac

"La voce femminile si diffonde dall'altoparlante, leggera e piena di promesse come un velo da sposa.
- Il signor Malaussène è desiderato all'Ufficio Reclami."

Eccolo qui Benjamin Malaussène, impiegato presso il Grande Magazzino con la funzione di capro espiatorio; nella vita privata, invece, è il fratello maggiore di una stramba brigata, 3 sorelle - una incinta di due gemelli, una divinatrice e un'altra che vive dietro l'obbiettivo di una vecchia Leica - e 2 fratelli - un adolescente in tutta la sua esuberanza adolescenziale e un piccolo attirato dall'orrido-, padre non pervenuto, madre assente, cane epilettico.
Che romanzo strano è questo di Pennac. Il primo della serie di Malaussène. E' un giallo, ma non solo, è anche una saga familiare, un circo e una denuncia della società. Ma soprattutto è un libro molto divertente, che si legge con piacere e che sorprende per le sue trovate narrative e per la sua scrittura così semplice, ma così precisa e visiva. Sembra di vederlo muoversi questo romanzo: l'azione è descritta con tale evidenza che ti aspetti di sentirla scoppiare anche tu quella bomba e i personaggi diventano subito reali, escono dal libro e ti accompagnano nella tua routine giornaliera. 
Guardate già solo l'incipit: si descrive una voce, "leggera e piena di promesse come un velo da sposa". Non è bellissimo?! Secondo me lo è.
Sono stata trascinata dentro questo romanzo, l'ho letto in un paio di giorni e penso che a breve seguiranno gli altri della serie. Dovrei leggerli in francese, ma... il mio francese ormai è piuttosto arrugginito e io sono pigra.
In breve questa è la storia: nel grande magazzino in cui lavora Benjamin Malaussène iniziano a scoppiare delle bombe, Malaussène si ritrova coinvolto nelle indagni che lo porteranno a passare da indiziato a collaboratore della polizia. Chi è il bombarolo? Perché vuole incastrare Malaussène? La verità è più inquietante del prevedibile, o, per dirla con Pennac, "Se davvero volete sognare, svegliatevi."

Le citazioni sono tratte da Il paradiso degli orchi, Daniel Pennac, Feltrinelli 1994.


martedì 11 febbraio 2014

Lezioni di volo

Una favola dolce, delicata, giusta e piena di speranza. Ho letto Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare - il titolo in proporzione è lungo quasi quanto il testo intero! - di Luis Sepulveda e mi è piaciuto moltissimo. 
Nel mio immaginario questo libro stava accanto a Il Piccolo Principe e Alice nel Paese delle meraviglie, e lì è rimasto, ma l'ho riposto con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore. Ho deciso che lo leggerò ai miei figli, ai due maggiori almeno, per dar loro un messaggio di bontà, generosità, amicizia e amore; e poi, naturalmente, per leggergli qualcosa di bello.
E' un testo breve, ma perfetto. Tutti i personaggi sono dipinti stupendamente, il gatto Zorba, la gabbiana Kengah, la piccola Fortunata e gli altri gatti, Sottovento, Segretario, Colonello e i due gattacci randagi, lo scimpanzè Mattia e l'umano di Bubulina. Le emozioni del volo e l'importanza di affrontarlo al momento giusto, però, e con la giusta spinta, sono raccontate meravigliosamente. 
Questo  piccolo testo mi ha ricordato che tutto è possibile, se solo si osa crederci.
E se un gatto ha potuto allevare e insegnare a volare a una gabbianella, io saprò prendermi cura dei miei cuccioli, per quanto diversi da me essi possano sembrarmi.
L'unico difetto del libro è questo: mi è rimasta voglia di un gatto per casa!

venerdì 7 febbraio 2014

Grandi speranze - Charles Dickens

Aspettava tra i primi della mia lista da molto tempo e per leggerlo ne ho sicuramente impiegato troppo di tempo. Iniziato lo scorso anno (fine novembre-inizio dicembre) e terminato solo un paio di settimane fa. Certo in mezzo ci ho letto di tutto e di più, ma insomma... il romanzo delle lungaggini. 
Ho fatto molta fatica ad entrarci, me lo sono trascinato in lungo e in largo - anche fisicamente, e spero che i bibliotecari non protestino per come rendo loro una copia che era immacolata - verso la fine, diciamo l'ultimo terzo, iniziava ad appassionarmi, ma poi la fine che delusione! 
Tanto buonismo, così poca dell'ironia adorabile di Dickens, anche i personaggi che potevano essere interessanti alla fine vengono edulcorati, sfumati i loro tratti caratteristici, questa la sorte di due tra i miei personaggi preferiti, Miss Havisham e Mr. Jaggers. E poi c'è questo Pip, il protagonista, eterno "niente": né buono né cattivo, sempre incerto, sempre in forse, troppo formale, troppo finto. L'unico momento in cui mi è piaciuto è nella sua infanzia, dove davvero lo troviamo miserabile, ingenuo, spaventato e buonissimo. Ero in cerca di estremi, volevo il buono buono e il cattivo cattivo che normalmente si trovano in Dickens; volevo una storia lacrimevole, sì, ma anche divertente; volevo la critica alla società travestita da buoni sentimenti. Ho trovato tanti buoni sentimenti, poca critica, poco divertimento e anche poche lacrime. Ma forse sono io che non ho saputo trovarli. Mi ripropongo di leggere nuovamente il romanzo tra qualche anno.

Ridotta all'osso questa è la trama: Pip, povero orfanello viene cresciuto dalla sorella nella miseria e nel terrore. Inaspettatamente riceve una fortuna da un misterioso benefattore e si trasferisce in città per diventare un "signore". Lo svelamento della fonte della sua fortuna sarà uno choc per tutti.

lunedì 13 gennaio 2014

DICONO CHE SONO ASPERGER - Paolo Cornaglia Ferraris

Poco prima di Natale sono stata catapultata nel mondo asperger e ora ci sono dentro fino al collo, e probabilmente anche di più, quindi per i prossimi mesi aspettatevi molti libri sul tema.
Questo libretto è diviso in due parti: la prima è la storia di un bambino asperger di dieci anni, raccontata in prima persona per spiegare ai suoi compagni di classe perché lui è così bizzaro, così diverso da tutti gli altri.
Perché non sa giocare a pallone nel cortile della scuola, perché parla sempre e solo di animali, perché non sa disegnare bene, perché non è capace di tenersi un amico, ma anche perché ha una memoria così eccezionale e perché è così bravo a scrivere i temi, al computer, però!, perché a scrivere... una fatica...
Il racconto mi ha ricordato questa frase di Nico Orengo nella sua introduzione al Piccolo Principe: "Sei anni è l'età in cui tutto d'un colpo il mondo si rivela senza limiti e in cui bisogna riuscire, che lo si voglia o no, a far passare questa immensità sconosciuta attraverso l'apertura stretta dell'imbuto. Ecco perché il Piccolo Principe aveva dovuto lasciare la sua stella e la sua rosa. Per prendere a poco a poco  conoscenza, così è la vita, di tutti gli altri pianeti che esistevano oltre al suo".
Loro, gli aspie sono così: delicati, puri, isolati e diversi. Si dice spesso di qualcuno che "vive in un mondo tutto suo", loro lo fanno davvero, e non per scelta.
La seconda metà è invece una guida per insegnanti e genitori, per aiutarli ad affrontare al meglio il percorso di scolarizzazione di questi ragazzini così particolari. Tante sono le strategie, i consigli e i metodi, ma questo a mio avviso è quello di gran lunga più importante: AMATELI!

"Essi possono essere istruiti ma solo da coloro che danno loro reale comprensione e affetto, persone che mostrano gentilezza verso di loro".  (Asperger)


domenica 5 gennaio 2014

Sorprese natalizie: Geronimo Stilton

Grazie al dono di un'amica, Geronimo Stilton è entrato a casa nostra nelle vesti delle più belle fiabe dei fratelli Grimm. Devo ammettere di essere un po' snob in fatto di libri, che siano per me o per i bambini. Guardo sempre con diffidenza alle offerte più commerciali e alle grandi operazioni di marketing delle case editrici.
Geronimo Stilton stava per me in questa categoria e perciò ero sempre passata accanto agli scaffali ricolmi dei suoi volumi nelle librerie con sufficienza e casomai un moto di insofferenza.
Invece è stata una piacevole sorpresa.
Le fiabe sono fedeli all'originale, narrate bene, con cura dei particolari e del tono del racconto. In effetti sono tra le migliori, in quanto a testi, che mi sia capitato di leggere nelle versioni per bambini. Giusto equilibrio tra narrazione e dialogo, vocabolario né troppo aulico né eccessivamente semplificato. L'editore è stato attento anche alla scelta della carta, lievemente "anticata". 
Una riserva, invece, per quanto riguarda la morale di Geronimo posta alla fine di ogni fiaba e stampata con caratteri classicheggianti, ma volendo si può anche non leggere. Mi preoccupa invece di più che nell'immaginario dei miei figli i personaggi delle fiabe classiche potrebbero rimanere impressi con facce da topo!
Ma lasciamo tranquillo Geronimo, che mi riprometto di sottoporre a ulteriori vagli, e veniamo alle fiabe.
La prima che abbiamo letto è stata Il principe ranocchio: forse questo principe meritava di rimanere un ranocchio! La principessina, superba e antipatica come poche, non solo mantiene le sue promesse solo perché obbligata dal padre, ma finisce per scagliare contro il muro il disgustoso ranocchio. E lui che fa? Si trasforma in principe e la sposa. Scemo!
Poi Raperonzolo: raramente ho letto una storia più brutta e mi chiedo come abbia fatto Disney a farne un cartone animato.
Una bambina rapita ai suoi genitori e rinchiusa a vita in una torre isolata con l'unica compagnia occasionale di una strega. L'arrivo fortuito di un principe, la punizione della strega che caccia la principessa e cerca di uccidere il principe, che soppravvive, ma rimane cieco. In un'altra versione Raperonzolo era pure incinta di due gemelli... l'ingenuotta! Il ritrovamento dei due che, ovviamente, "vissero per sempre felici e contenti".
Biancaneve e i sette nani, arricchita di un tentativo di soffocamento con un nastro e di uno di avvelenamento con un pettinino per capelli, prima della fatale e famigerata mela, è classicamente inquietante e fa nascere dei legittimi dubbi sull'intelligenza della ragazza.
Ci rimangono da leggere Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel. Ho già idea di cosa aspettarmi...
Si dice che le fiabe aiutino i bambini a comprendere la realtà. Io spero che i miei siano più fortunati e non debbano necessariamente passare attraverso le grinfie di una strega o la pancia di un lupo.
Ma non smetterò di leggergli fiabe e storie di ogni genere, questo è certo. E non escludo di ricorrere ancora a Geronimo di cui ho scoperto esiste anche tutta una serie di riduzioni dei classici per ragazzi.
Ah, last but not least... ai bambini sono piaciute e questo è ciò che conta davvero.
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