martedì 31 dicembre 2013

IO PENSO DIVERSO – Josef Schovanec

C’è chi pensa positivo, chi pensa in grande, chi pensa male, chi pensa solo per sé e chi anche un po’ per gli altri. Poi c’è chi, semplicemente, pensa diverso
Tutto sta nel definire quel “diverso”. Diverso, come? E soprattutto, diverso da chi e da che cosa?
Per Josef S. chi pensa diverso è l’autistico che, bambino o adulto che sia, si trova a vivere in un mondo in cui tutti gli altri sembrano funzionare in modo diverso da lui, e migliore, almeno secondo i canoni della società occidentale.
Abbandonate l’immagine televisiva e stereotipata dell’autistico inteso come alienato, idiota, demente, completamente ripiegato su se stesso. Josef conosce diverse lingue straniere – antiche e moderne -, è membro del Mensa France, tiene conferenze, lavora per il Comune di Parigi, ha due lauree, una conseguita a Sciences Po – l’eccellenza in Francia – su cui tanto ha da dire (e anch’io che ci ho passato un solo anno…) e ha la sindrome di Asperger. Lui non ama molto questa etichetta e preferisce parlare genericamente di autismo, ritenendo distinzioni così precise troppo artificiose. Personalmente le trovo, invece, rassicuranti, mentre mi spaventa il termine “autistico”. Ma forse è perché io non lo sono.
Josef racconta il suo percorso, dalla scuola materna alla ricerca di un impiego.
Emarginato e assolutamente inadeguato alla scuola materna dove non riesce a partecipare ai giochi dei compagni e a rispondere alle richieste delle educatrici:
“Alla fine della grande section, tutti, a cominciare dalla maestra, volevano che ripetessi l’anno, perché non avevo affatto le competenze per passare in prima elementare. A posteriori mi dico che se avessero aspettato che le acquisissi, forse sarei ancora all’asilo! Possiamo saper leggere e scrivere, appassionarci alle diverse specie di muffe e non essere capaci di saper giocare al cerchio con i compagni. Il problema è che, nella scuola materna, i bambini vengono valutati in base ad attitudini che sono tra le più complesse per i soggetti autistici. Spesso, poi, tali attitudini esercitano su di loro una scarsa attrattiva…”
Ancora emarginato, deriso, anche picchiato dai compagni della scuola elementare e media e non compreso e spesso ripreso, se non addirittura umiliato, dagli insegnanti.
Le cose iniziano ad andare un po’ meglio alla scuola superiore – superati da parte di eroici genitori gli ostacoli per far accettare il figlio in una scuola – dove gli ottimi risultati scolastici compensano le gaffes sociali. Si fa però più evidente il “disadattamento” di Josef, la sua difficoltà a interagire con i suoi coetanei e a rispettare i codici sociali. Approdato al mondo universitario, la temibile Sciences Po, scoppia la crisi e inizia ad essere curato con neurolettici che arrivano a farlo dormire anche ventitré ore e mezzo al giorno.
In questo tour infernale tra psicologi, psichiatri, pastiglie e sedute costosissime, Josef viene “curato” dapprima come schizofrenico, poi come “psicotico”, per un periodo anche come anoressico, e solo molto tardi gli viene diagnosticata la sindrome di Asperger e viene liberato dai farmaci inutili e dannosi.
E’ grazie al supporto di un paio di amici, di un buon medico e dei genitori che riesce a tirarsene fuori. Nel frattempo non si è fatto mancare un soggiorno di studio in Germania dove, stranamente, la sua diversità non è più così diversa perché quando sei in un Paese straniero ti viene concesso di non conoscere i codici sociali.
Attraverso il racconto della sua vita, condito di aneddoti anche divertenti, delle difficoltà pratiche incontrate, del funzionamento – o piuttosto mal-funzionamento – degli organismi preposti ad occuparsi e aiutare le persone con handicap, Josef dice che in fondo la diversità è relativa.
Se nel mondo fossero più le persone che noi definiamo autistiche rispetto a quelle che vengono definite neurotipiche, saremmo noi ad essere diversi.
Perché, alla fine, che cos’è la normalità?
E ancora Josef si chiede: vorrei essere “normale”? E fino a che punto è giusto spingersi per cercare di “normalizzare” i “diversi”?

“Quando sono da solo nella mia camera, non mi sento autistico. Quando esco in strada, mi scontro con problemi e difficoltà. Nel mio universo interiore, ho una libertà di riflettere, agire e pensare che non è sostanzialmente più limitata di quella di qualunque altra persona. Il difficile arriva nel  momento in cui tento di fare certe cose esteriori che riescono o falliscono – in genere, falliscono. Sono quindi autistico tutto il tempo? Solo quando sono fuori? E se non uscissi più di casa, sarei ancora autistico? (…) quando un non autistico si ritrova in compagnia di autistici, che è in difficoltà?”



Tutte le citazioni sono tratte da Josef Schovanec, Io penso diverso, Rizzoli, Milano 2013.

lunedì 16 dicembre 2013

Somari alla riscossa!


Dopo il colpo di fulmine con Come un romanzo, non potevo non lasciarmi tentare dagli altri saggi di Pennac e così sono arrivata a Diario di scuola: un saggio sulla scuola, sugli studenti e in particolar modo su quelli che fanno più fatica, che rimangono indietro, che non ce la fanno, in altre parole, loro, i somari.
Per usare le parole dell'autore, è un saggio sullo scontro tra l'ignoranza e la cultura:
"Siete tutti uguali, voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di colui che ignora tutto ciò che voi sapete!"
Chi meglio di Pennac poteva parlarne? Lui, insegnante e ex-somaro, salvato da tre o quattro professori incontrati casualmente nel suo accidentato percorso scolastico, e votato in quanto insegnante a salvare i somari incontrati nelle sue aule?
Quanto è difficile accettare che ciò che sembra tanto ovvio a noi adulti "edotti", sia così incomprensibile e inavvicinabile per questi studenti. Suvvia, è chiaro, lampante, logico! Dov'è il problema? Dov'è il vostro problema? Perché il problema è sempre loro, degli studenti che non ce la fanno, che non ci capiscono niente. Ma questo ci e questo niente cosa sono? 
Da lì parte il professor Pennacchioni insieme ai suoi studenti svantaggiati. Bisogna scoprire cosa si nasconde dietro e dentro questo ci e questo niente. Tutto sta nel tornare indietro a quando noi ci affacciavamo ai misteri dell'alfabeto e dei numeri e a ricordarsi che per un bambino questi segni convenzionali sono solo segni.
Se il mal di lettura si cura con la lettura, il mal di grammatica si cura con la grammatica e il mal di numeri con i numeri. Niente discorsi astratti, ma applicazione, esercizio, costanza, metodo, pazienza.
E così Pennac ricorda il professore di francese, suo primo salvatore, che accortosi della sua riluttanza a consegnare il tema settimanale e della sua tendenza ad inventare scuse sempre più raffinate per la mancata consegna, decide di affidargli un romanzo da consegnare alla fine del trimestre. Non vuoi scrivere il tema? Bene, scrivi un romanzo! Sic!
Sembra assurdo, ma funziona! Ho provato con mio figlio, prima elementare: non vuoi leggere le paroline assegnate per compito? Bene, leggiamo un libro! Ha letto forse cento parole, contro le quindici assegnate.
Sorvolando sulle riflessioni sul contesto sociale, i cambiamenti generazionali, la pedagogia, etc. etc., che pure ci sono, Pennac si concentra sulla sofferenza dei somari.

"Quando io mi sedevo al tavolo annichilito dalla certezza della mia idiozia, tu ti piazzavi al tuo fremente di impazienza, impazienza di passare ad altro, anche, poiché il problema di matematica su cui io mi addormentavo, tu lo liquidavi in un lampo. I nostri compiti, che erano il trampolino della tua mente, erano le sabbie mobili in cui si impantanava la mia. (...) Alla fine tu eri quello studioso, io il pigro. Era questa, allora, la pigrizia? Questo impantanarsi in se stessi? E lo studio cos'era, allora? Cosa facevano, quelli che studiavano bene? Dove attingevano quella forza? Fu l'enigma della mia infanzia. Lo sforzo, in cui io mi anninentavo, per te fu subito una promessa di successo."

Perché non è vero che se ne fregano, mai!
E allora forza insegnanti: LIBERATE I VOSTRI SOMARI!!!


Tutte le citazioni sono tratte da Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, Milano 2008.

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