martedì 31 dicembre 2013

IO PENSO DIVERSO – Josef Schovanec

C’è chi pensa positivo, chi pensa in grande, chi pensa male, chi pensa solo per sé e chi anche un po’ per gli altri. Poi c’è chi, semplicemente, pensa diverso
Tutto sta nel definire quel “diverso”. Diverso, come? E soprattutto, diverso da chi e da che cosa?
Per Josef S. chi pensa diverso è l’autistico che, bambino o adulto che sia, si trova a vivere in un mondo in cui tutti gli altri sembrano funzionare in modo diverso da lui, e migliore, almeno secondo i canoni della società occidentale.
Abbandonate l’immagine televisiva e stereotipata dell’autistico inteso come alienato, idiota, demente, completamente ripiegato su se stesso. Josef conosce diverse lingue straniere – antiche e moderne -, è membro del Mensa France, tiene conferenze, lavora per il Comune di Parigi, ha due lauree, una conseguita a Sciences Po – l’eccellenza in Francia – su cui tanto ha da dire (e anch’io che ci ho passato un solo anno…) e ha la sindrome di Asperger. Lui non ama molto questa etichetta e preferisce parlare genericamente di autismo, ritenendo distinzioni così precise troppo artificiose. Personalmente le trovo, invece, rassicuranti, mentre mi spaventa il termine “autistico”. Ma forse è perché io non lo sono.
Josef racconta il suo percorso, dalla scuola materna alla ricerca di un impiego.
Emarginato e assolutamente inadeguato alla scuola materna dove non riesce a partecipare ai giochi dei compagni e a rispondere alle richieste delle educatrici:
“Alla fine della grande section, tutti, a cominciare dalla maestra, volevano che ripetessi l’anno, perché non avevo affatto le competenze per passare in prima elementare. A posteriori mi dico che se avessero aspettato che le acquisissi, forse sarei ancora all’asilo! Possiamo saper leggere e scrivere, appassionarci alle diverse specie di muffe e non essere capaci di saper giocare al cerchio con i compagni. Il problema è che, nella scuola materna, i bambini vengono valutati in base ad attitudini che sono tra le più complesse per i soggetti autistici. Spesso, poi, tali attitudini esercitano su di loro una scarsa attrattiva…”
Ancora emarginato, deriso, anche picchiato dai compagni della scuola elementare e media e non compreso e spesso ripreso, se non addirittura umiliato, dagli insegnanti.
Le cose iniziano ad andare un po’ meglio alla scuola superiore – superati da parte di eroici genitori gli ostacoli per far accettare il figlio in una scuola – dove gli ottimi risultati scolastici compensano le gaffes sociali. Si fa però più evidente il “disadattamento” di Josef, la sua difficoltà a interagire con i suoi coetanei e a rispettare i codici sociali. Approdato al mondo universitario, la temibile Sciences Po, scoppia la crisi e inizia ad essere curato con neurolettici che arrivano a farlo dormire anche ventitré ore e mezzo al giorno.
In questo tour infernale tra psicologi, psichiatri, pastiglie e sedute costosissime, Josef viene “curato” dapprima come schizofrenico, poi come “psicotico”, per un periodo anche come anoressico, e solo molto tardi gli viene diagnosticata la sindrome di Asperger e viene liberato dai farmaci inutili e dannosi.
E’ grazie al supporto di un paio di amici, di un buon medico e dei genitori che riesce a tirarsene fuori. Nel frattempo non si è fatto mancare un soggiorno di studio in Germania dove, stranamente, la sua diversità non è più così diversa perché quando sei in un Paese straniero ti viene concesso di non conoscere i codici sociali.
Attraverso il racconto della sua vita, condito di aneddoti anche divertenti, delle difficoltà pratiche incontrate, del funzionamento – o piuttosto mal-funzionamento – degli organismi preposti ad occuparsi e aiutare le persone con handicap, Josef dice che in fondo la diversità è relativa.
Se nel mondo fossero più le persone che noi definiamo autistiche rispetto a quelle che vengono definite neurotipiche, saremmo noi ad essere diversi.
Perché, alla fine, che cos’è la normalità?
E ancora Josef si chiede: vorrei essere “normale”? E fino a che punto è giusto spingersi per cercare di “normalizzare” i “diversi”?

“Quando sono da solo nella mia camera, non mi sento autistico. Quando esco in strada, mi scontro con problemi e difficoltà. Nel mio universo interiore, ho una libertà di riflettere, agire e pensare che non è sostanzialmente più limitata di quella di qualunque altra persona. Il difficile arriva nel  momento in cui tento di fare certe cose esteriori che riescono o falliscono – in genere, falliscono. Sono quindi autistico tutto il tempo? Solo quando sono fuori? E se non uscissi più di casa, sarei ancora autistico? (…) quando un non autistico si ritrova in compagnia di autistici, che è in difficoltà?”



Tutte le citazioni sono tratte da Josef Schovanec, Io penso diverso, Rizzoli, Milano 2013.

lunedì 16 dicembre 2013

Somari alla riscossa!


Dopo il colpo di fulmine con Come un romanzo, non potevo non lasciarmi tentare dagli altri saggi di Pennac e così sono arrivata a Diario di scuola: un saggio sulla scuola, sugli studenti e in particolar modo su quelli che fanno più fatica, che rimangono indietro, che non ce la fanno, in altre parole, loro, i somari.
Per usare le parole dell'autore, è un saggio sullo scontro tra l'ignoranza e la cultura:
"Siete tutti uguali, voi prof! Quello che vi manca sono dei corsi di ignoranza! Vi fanno dare esami e concorsi di ogni genere sulle vostre conoscenze acquisite, quando la vostra prima qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di colui che ignora tutto ciò che voi sapete!"
Chi meglio di Pennac poteva parlarne? Lui, insegnante e ex-somaro, salvato da tre o quattro professori incontrati casualmente nel suo accidentato percorso scolastico, e votato in quanto insegnante a salvare i somari incontrati nelle sue aule?
Quanto è difficile accettare che ciò che sembra tanto ovvio a noi adulti "edotti", sia così incomprensibile e inavvicinabile per questi studenti. Suvvia, è chiaro, lampante, logico! Dov'è il problema? Dov'è il vostro problema? Perché il problema è sempre loro, degli studenti che non ce la fanno, che non ci capiscono niente. Ma questo ci e questo niente cosa sono? 
Da lì parte il professor Pennacchioni insieme ai suoi studenti svantaggiati. Bisogna scoprire cosa si nasconde dietro e dentro questo ci e questo niente. Tutto sta nel tornare indietro a quando noi ci affacciavamo ai misteri dell'alfabeto e dei numeri e a ricordarsi che per un bambino questi segni convenzionali sono solo segni.
Se il mal di lettura si cura con la lettura, il mal di grammatica si cura con la grammatica e il mal di numeri con i numeri. Niente discorsi astratti, ma applicazione, esercizio, costanza, metodo, pazienza.
E così Pennac ricorda il professore di francese, suo primo salvatore, che accortosi della sua riluttanza a consegnare il tema settimanale e della sua tendenza ad inventare scuse sempre più raffinate per la mancata consegna, decide di affidargli un romanzo da consegnare alla fine del trimestre. Non vuoi scrivere il tema? Bene, scrivi un romanzo! Sic!
Sembra assurdo, ma funziona! Ho provato con mio figlio, prima elementare: non vuoi leggere le paroline assegnate per compito? Bene, leggiamo un libro! Ha letto forse cento parole, contro le quindici assegnate.
Sorvolando sulle riflessioni sul contesto sociale, i cambiamenti generazionali, la pedagogia, etc. etc., che pure ci sono, Pennac si concentra sulla sofferenza dei somari.

"Quando io mi sedevo al tavolo annichilito dalla certezza della mia idiozia, tu ti piazzavi al tuo fremente di impazienza, impazienza di passare ad altro, anche, poiché il problema di matematica su cui io mi addormentavo, tu lo liquidavi in un lampo. I nostri compiti, che erano il trampolino della tua mente, erano le sabbie mobili in cui si impantanava la mia. (...) Alla fine tu eri quello studioso, io il pigro. Era questa, allora, la pigrizia? Questo impantanarsi in se stessi? E lo studio cos'era, allora? Cosa facevano, quelli che studiavano bene? Dove attingevano quella forza? Fu l'enigma della mia infanzia. Lo sforzo, in cui io mi anninentavo, per te fu subito una promessa di successo."

Perché non è vero che se ne fregano, mai!
E allora forza insegnanti: LIBERATE I VOSTRI SOMARI!!!


Tutte le citazioni sono tratte da Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, Milano 2008.

lunedì 25 novembre 2013

Perché essere felice quando puoi essere normale? - Jeanette Winterson

Non ho ancora capito se questo libro mi è piaciuto o no, in ogni caso non troppo. Intanto, non saprei come definirlo: non è un romanzo, non è un'autobiografia in senso stretto, forse il termine più appropriato è mémoire, quello che appunto usa la scrittrice. Ho apprezzato alcune cose, altre mi hanno infastidito, soprattutto questa forma ibrida, un po' narrativa, un po' autobiografia, un po' diario intimo e i riferimenti alla futura carriera di scrittrice e i rimandi, quasi pubblicitari, agli altri suoi libri.
La figura di Mrs Winterson mi sarebbe piaciuta molto se fosse stata un personaggio, quasi dickensiano, ma sapendo che si tratta di una persona vera, una madre, non me la sono potuta godere.
Tanto scalpore ha suscitato questo libro per via della dichiarata omosessualità dell'autrice, ma devo confessare che questo aspetto non mi ha molto interessato. Quello che invece mi è piaciuto è la narrazione della scoperta e dell'amore per i libri, della "narrativa inglese A-Z", come la chiama Jeanette. 
Ho letto seguendo questo filo principale e ve lo racconto: in casa Winterson i libri sono proibiti, a parte la Bibbia, e allora Jeanette, che dopo averli scoperti, non vuole rinunciare a leggerli perché non può privarsi di quest'unica bellezza, conforto e speranza nella sua grigia vita di bambina adottata da una donna ossesiva compulsiva, depressa cronica e fanatica religiosa e da un uomo arreso alla prepotenza di questa donna, li nasconde sotto il suo materasso. Ma a Mrs Winterson non sfugge niente e così i libri acquistati con tanta fatica e amati con così grande passione finiscono in un edificante rogo. Jeanette inizierà a frequentare la biblioteca pubblica e si proporrà di leggere tutta "la narrativa inglese A-Z", seguendo l'ordine alfabetico, perché di ordine ha bisogno nella sua esistenza. Inizierà a imparare brani a memoria e si insinuerà in lei il desiderio di scrivere lei stessa. Tra varie vicende, più o meno avventurose, la compagnia e l'amore per i libri rimarranno sempre una costante e, a tratti, l'unica certezza a cui aggrapparsi.
Anche il tema dell'adozione è molto forte e importante, e belle sono le pagine in cui l'autrice si ferma a rifletterci su e a raccontarci come è stata da lei vissuta da bambina e poi da adulta.


lunedì 18 novembre 2013

Come un romanzo - Daniel Pennac

Si legge come un romanzo, e fa sognare come un romanzo. 
L'ho letto in un giorno e l'ho riletto il giorno successivo. Poi ci ho pensato su e ora, forse, sono pronta a parlarne. 
Innanzitutto ringrazio la mia amica Michela che discretamente ma con costanza ha suscitato la mia curiosità per questo libro, che definire un saggio è troppo poco perchè non rende idea di come è scritto e delle corde profonde che tocca. Non si può dire che lei lo abbia caldeggiato, ma buttando una citazione lì e un richiamo là ha tenuto desta l'attenzione. Grazie Michi!
E ora, se voi non siete così fortunati ad avere un'amica, nonché vicina, così, o vi trasferite o vediamo se riesco a raccontarvelo io.

Avete dei figli/nipoti/figliocci e vorreste trasmettergli il vostro amore per la lettura? Leggetelo. Siete degli insegnanti di lettere - ahi, ahi, ahi!- e vorreste avvicinare i vostri alunni alla letteratura? Leggetelo. La lettura è la vostra passione e vorreste diffonderla nel mondo? Leggetelo. O leggetelo semplicemente perché è bello, interessante, piacevole, divertente e anche breve.

Pennac è partito dalla sua esperienza di insegnamento nei licei francesi e dai suoi incontri con allievi che non leggevano e con i genitori di questi allievi che proponevano la lettura come un dovere scolastico o sociale. Ah, leggere si deve, certo! Ma perché?
Leggi per imparare, per istruiti, per ampliare il tuo vocabolario, per avere qualcosa di cui parlare, per essere bravo a scuola, perché devi consegnare la scheda di lettura, fare le sequenze, rispondere alle domande di comprensione... Alt! Leggi perché è bello. Leggi per il piacere della lettura.
E così il professor Pennac entra in classe e comincia a leggere ad alta voce Il profumo di Suskind a una classe allibita e sospettosa. Alla fine dell'ora non fa domande, non assegna compiti. Chiude il libro per riaprirlo e ricominciare la lettura alla prossima lezione. E succede che gli studenti - non tutti, eh! - sono andati a cercarsi il libro e lo hanno  letto, succede che qualcuno si rilassi a tal punto da addormentarsi, succedde che in classe si inizi a parlare di libri. E tutto questo semplicemente offrendo una lettura.
E' la stessa magia delle fiabe delle buonanotte raccontate dai genitori ai bambini, normalmente solo fino a quando non sono in grado di leggere da soli - errore- o quando sono stati bravi - altro errore - o quando non ci sono cose più importanti da fare. La lettura deve essere gratuita, non è una ricompensa, non è merce di scambio, non ti leggo solo perché tu non ne sei capace, ed è importante. La lettura ai bambini/ragazzi è intimità; leggo a te perchè ti voglio bene e "Dobbiamo proprio volerci  bene, noi due, per accontentarci di quest'unica storia, ripetuta all'infinito!".
I miei genitori non mi hanno mai letto niente. Mio papà ogni tanto ci raccontava una storia, sempre la stessa, in dialetto; noi non capivamo nemmeno tanto bene, ma gli chiedevamo sempre "Ancora, ancora!".
Io e mio marito abbiamo l'abitudine di leggere ai nostri bambini. Anche se è facile perderla l'abitudine, per stanchezza, per via di tutto il resto che rimane da fare una volta messi a letto loro e per mille altri futili motivi. Ultimamente in casa c'è un po' di scompiglio per via della nosta piccolina che è, diciamo... esigente... e troppe sere i libri sono rimasti sullo scaffale. Ho notato con tristezza e anche senso di colpa, che meno leggiamo meno loro vogliono leggere. Per fortuna ho incontrato Pennac al momento giusto! Abbiamo ripreso le nostre letture serali e dopo le poche resistenze iniziali, ora è ritornato ad essere un appuntamento costante e importante perché "mandarlo a letto senz raccontargli la storia voleva dire far precipitare la giornata in una notte troppo nera. E lasciarlo senza averlo ritrovato. Punizione intollerabile, sia per lui, sia per noi."

Leggiamo sempre ai nostri bambini e ai nostri studenti, quando ce lo chiedono, ma anche quando non lo fanno. E forse un giorno saranno loro a leggere a noi qualcosa e allora, "se vogliamo fargli un ultimo piacere, addormentiamoci mentre ci legge una storia".


Tutte le citazione sono tratte da Daniel Pennac, Come un romanzo, Feltrinelli, Milano 1996.




lunedì 11 novembre 2013

L'età dell'innocenza - Edith Wharton

Questo romanzo, senza infamia né gloria, mi ha lasciato così come mi ha trovato. Sto appunto leggendo parallelamente e faticosamente, considerati gli ostacoli linguistici, The book that changed my life: ecco questo romanzo non ha cambiato né la mia vita né le mie giornate.

Ambientato nella New York di fine Ottocento e inizio Novecento narra le vicende di un paio di clan dell'alta borghesia e dell'aristocrazia alle prese con i nuovi ricchi, prepotenti e volgari che si fanno strada a suon di banconote, non sempre guadagnate onestamente. In questo mondo rigidamente guidato da regole non dette e gerarchie tacite, vediamo affannarsi il giovane Newland Archer intrappolato in un fidanzamento annunciato prematuramente e che seguirà inesorabilmente il suo corso, mentre la fiamma della passione, o del vero amore, brucerà in segreto per la stravagante contessa Olenska, troppo fuori dagli schemi per essere accettata nel puritano mondo statunitense. La figura che fa da contrasto a quella della contessa è May Welland, la legittima moglie di Archer, nonchè rampolla di una famiglia bene e perfettamente organizzata secondo i canoni della migliore società dell'epoca. Questa ragazza, e poi donna, si conforma perfettamente con le aspettative della società, tanto da confondersi con essa. Senza immaginazione e fantasia, ma con grande determinazione e, in un certo senso, coraggio, May compirà la vita per cui era destinata.
Così del resto farà anche Archer, sebbene per lui il percorso sia più tortuoso, tormentato com'è da mille pensieri e moti interiori. Il suo contrario è Beaufort, il nuovo ricco, senza scrupoli e senza timori, anche se certo non senza macchia.
Il tratto più commovente della coppia di protagonisti Archer-Olenska è, a parer mio, la ricerca dell'integrità morale a ogni costo. Anche se questo significa sacrificare la propria felicità personale a favore del bene collettivo della società. Ma sarà poi davvero bene per la società?

Per quanto riguarda la scrittura della Wharton, non ha scuscitato grandi entusiasmi in me. Senz'altro quella che si può definire una buona scrittura, ma troppo "di maniera" per i miei gusti.
Eppure ho scoperto che ha vinto un premio Pulitzer per questo romanzo; anzi è stata la prima donna a vincerlo nel 1921, e questo ha una certa importanza storica.
La trama del romanzo e i suoi personaggi ben si adattano a una sceneggiatura cinematografica e, infatti, Scorsese ne ha fatto un film che forse un giorno vedrò. Anche se le mie prospettive di aumentare letture e  cultura cinematografica sono congelate per ora; oggi ho saputo che la mia piccoletta non è rientrata nella graduatoria del nido e quindi ci aspettano ancora lunghi mesi di amorevoli dialoghi fanciulleschi.

martedì 29 ottobre 2013

Ehi, prof! - Frank McCourt

Ho letto questo libro pensando alle mie amiche insegnanti e, in particolare, alla mia cara amica Frenci che ha il coraggio di insegnare alle scuole medie con un'abnegazione che ha dell'incredibile. Prima di lei ho conosciuto un'altra sola insegnante così, la mia prof. Graziani che  negli anni '90 ha insegnato italiano, storia, geografia, e di suo, cinema e giornalismo, a una banda di ragazzini tra cui ho avuto la fortuna di esserci anch'io.
Lei arrivava in classe con un termos di caffè e una banana, che costituivano il suo pranzo, si lanciava in lezioni appassionate, ci assegnava compiti inusuali che ci venivano riconsegnati corredati da qualche segno rosso, molte parole e qua e là chiazze del suddetto caffè. Io l'adoravo. Penso che sarebbe stata una buona collega per McCourt. Sicuramente è stata un'ottima insegnante.
Frank McCourt è bravo, niente da dire, ma si ripete si ripete e si ripete. E' il suo terzo romanzo che leggo e, come già era capitato per il secondo, ho ritrovato una marea di cose già lette, non solo gli stessi temi, ma le stesse parole. Forse è voluto, ma io lo trovo noioso e, tutto sommato, una facile scorciatoia per l'autore.
In questo Ehi, prof! - il titolo per me è formidabile, molto meglio dell'originale Teacher Man - la prima parte è una sorta di riassunto delle puntate precedenti: l'infelice infanzia irlandese, la povertà, l'emigrazione, l'emarginazione,... Dove McCourt dà il meglio di sé e nel racconto della sua vita in classe, le sue lezioni mirabolanti, i suoi studenti e i loro genitori.
In quelle pagine vengono fuori le difficoltà, le speranze, le frustrazioni, i sogni e gli sporadici successi degli insegnanti. E' qui che troviamo le migliori osservazioni e l'humor così peculiare di questo autore.
Spassosissima la declamazione della ricetta dell'anatra alla pechinese con tanto di accompagnamento musicale.
Mi sento di concludere con un ringraziamento a tutti i bravi insegnanti perchè insegnare è un lavoro per lo più faticoso e ingrato, normalmente sottopagato e poco riconosciuto socialmente. Penso anche che sia un lavoro che richieda una particolare vocazione e ora, alle prese con i primi compiti di mio figlio, ho nuovamente la conferma che non sarebbe stato il lavoro per me. Alunni e genitori ringraziatemi di non essere andata ad ingrossare le fila dei cattivi insegnanti, ahimè, già troppo popolose.


lunedì 14 ottobre 2013

Jane e la disgrazia di lady Scargrave - Stephanie Barron

Un romanzo mistery ambientato nell'Inghilterra del XVIII secolo, proprio all'epoca di Jane Austen che, udite!udite!, si pretende essere la voce narrante del romanzo.
Nella prefazione Stephanie Barron si presenta come la curatrice di questo manoscritto inedito della famigerata scrittrice, giunto nelle sue mani per un caso fortunoso quanto improbabile.
Lo sforzo della Barron è immane: scrivere un romanzo non solo "alla Jane Austen", ma addirittura da Jane Austen. Senza dubbio ce l'ha messa tutta ed è stata brava. Il romanzo riprende temi, toni, caratteri e linguaggio della Austen ricalcandoli fedelmente, forse fin troppo. Il risultato mi è parso ridondante: più Austen della Austen stessa.
Ciò non toglie che sia un romanzo molto godibile: intreccio avvincente - del resto l'autrice ha lavorato per la CIA come Intelligence Analyst - e buona scrittura. Ma Jane Austen rimane inimitabile.
A supporto del mio giudizio riporto qui due frasi dalla prima pagina:

"Quando una giovane gentildonna più dotata di buone maniere che di mezzi ha il buon senso di conquistare l'affetto di un gentiluomo più anziano, vedovo, possidente e agiato, si considera solitamente che il connubio sia dovuto all'intelligenza di entrambe le parti."

"Tuttavia, allorché il gentiluomo anziano muore all'improvviso di disturbo gastrico dopo tre mesi di matrimonio, lasciando alla moglie una proprietà considerevole, da dividere in parti uguali con il suo erede; e quando l'erede in questione offende la decenza prodigando le proprie attenzioni alla vedova...!"

La prima citazione, che costituisce l'incipit del romanzo, è assolutamente austeniana, ma nella seconda si tradisce uno spirito più moderno, soprattutto in quei tre puntini di sospensione seguiti da un punto esclamativo.
Sarebbe interessente leggere il testo in lingua originale.

venerdì 27 settembre 2013

Il Piccolo Principe - Antoine de Saint-Exupéry

Che delusione! Questo libro mi ha lasciato con l'amaro in bocca, è così deprimente. Ne avevo un ricordo completamente diverso, quello che probabilmente ti rimane se conosci il libro solo attraverso frasi e immagini estrapolate di qua e di là.
L'ho letto con l'intenzione di leggerlo poi a mio figlio, visto che, per motivi puramente estetici, gli ho comprato il diario del piccolo principe - un diario assolutamente inutile in prima elementare, ma ci è stato chiesto dalla scuola - ma non glielo leggerò. 
Devo dire che questo ometto un pochino a mio figlio assomiglia, soprattutto per il suo non rinunciare mai a una domanda posta e per la sua indole sensibile e solitaria. Dove non gli assomiglia per niente è nel suo cercare la morte perché mio figlio non vuole morire mai, "nessun giorno", come dice lui, "nemmeno quando sarò vecchio, vecchissimo".
So che il mio giudizio sarà impopolare, ma devo dire che, a parte i disegni e quelle frasi da baci perugina che tutti conoscono, non mi ha lasciato nulla questo libretto. Forse è più l'idea poetica che aleggia intorno al libro a renderlo così affascinante, ma poi andando a leggerlo per intero la magia è sparita.
Troviamo un ragazzino piuttosto surreale che vaga di pianeta in pianeta e incontra personaggi ancora più assurdi di lui per finire il suo viaggio sulla Terra, dove si darà la morte. Ora, cosa ci vuole dire l'autore? Che il mondo degli adulti è così brutto che è meglio non crescere?!? Decisamente non lo leggerò a mio figlio, sto lavorando tanto per fargli vedere com'è bello diventare grandi!
Ho invece apprezzato molto la prefazione di Nico Orengo (edizione Tascabili Bompiani), lì sì che ho guardato il mondo con gli occhi di un bambino.
Nella mia mente, Il Piccolo Principe è sempre stato associato ad Alice nel paese delle meraviglie, per la pretesa di dipingere un mondo attraverso lo sguardo incantato dei bambini: vince Alice su tutti i fronti!
... e non chiamatemi femminista!

giovedì 29 agosto 2013

Il cane giallo - Georges Simenon

Un'altra indagine del commissario Maigret, la seconda per me. 
A differenza de I sotterranei del Majestic, ho trovato questo giallo molto avvincente, Fino alla fine non sono riuscita a intuire la soluzione dell'enigma che si è rivelato molto complesso e molto ben congegnato.
Di capitolo in capitolo l'autore distribuisce nuovi avvenimenti e dissemina indizi che portano il lettore a seguire piste diverse. Solo nel capitolo finale tutti i nodi si sciolgono per fornire al lettore la soluzione.
Numerosi sono i personaggi di questo romanzo, alcuni davvero notevoli. Deliziosi i ritratti della cameriera Emma e del gigante Léon e perfettamente riuscite le descrizioni del dottor Michoux e del cane giallo che dà il titolo al romanzo.
Una perfetta lettura estiva.

"Piangeva. Piangeva come sanno piangere certe donne, con un fiume di lacrime che scorreva lungo le guance e colava fin sul mento, mentre la mano premeva un seno florido.
Tirava su col naso. Cercava il fazzoletto. E per di più voleva parlare."

Simenon, Il cane giallo, Adelphi, Milano 1995.


mercoledì 28 agosto 2013

Il fiume dell'oppio - Amitav Ghosh

Ho acquistato questo libro carica di aspettative, considerato il piacere con cui avevo letto il primo della trilogia della Ibis, Mare di papaveri, e la bella conferenza a cui avevo assistito al Salone del libro di Torino nel  maggio 2012. Invece ne sono rimasta un po' delusa, anche se lo dico a malincuore.
Non che sia un brutto romanzo, ma gli manca qualcosa della vivacità e della varietà di toni e personaggi che ho trovato in altri romanzi di Ghosh e che mi hanno fatto amare questo autore come un grande narratore.
Se dovessi dare una definizione di questo libro sarebbe "interessante" o "istruttivo". 
Infatti l'autore disegna un bellissimo quadro della Canton di inizio Ottocento e dei traffici commerciali tra Cina, Inghilterra e India, e la ricostruzione storica di come si è arrivati alla guerra dell'oppio è molto interessante.
Ma,... ma...
A parer mio manca di mordente.
Il lettore si perde un po' in questi lunghi discorsi e fatica a mantenere vivo l'interesse. La lettura dilatata per due lunghi mesi sicuramente non ha giovato alla godibilità del libro, nel mio caso.
Non ho amato molto l'espediente narrativo del ricordo-racconto e ho fatto fatica a ritrovare i legami con il primo romanzo. Deeti compare in apertura per poi sparire.
Ho sentito la mancanza dei forti personaggi, soprattutto femminili, che avevo apprezzato in Mare di papaveri e di quel gusto dell'avventura e dell'affabulazione così tipico di Ghosh.
Non sono mancate le belle descrizioni di paesaggi e usi e costumi, ma, ancora una volta con dispiacere, non ho potuto eliminare quella sensazione di didascalia didattica. L'autore vuole spiegarci qualcosa e sale in cattedra. Non è questo il Ghosh che mi piace e mi ha ricordato alcuni tratti di Umberto Eco, che non amo molto, fatta eccezione per Il nome della rosa.
Comunque non mi arrendo, leggerò anche l'ultimo romanzo della trilogia, sperando in un riscatto e nella ricomposizione di tutte le fila del racconto.

venerdì 2 agosto 2013

I sotterranei del Majestic - Simenon

Complice un piccolo disturbo di salute che mi richiede una ventina di minuti di cure quotidiane in tranquillità, sono riuscita a leggere questo romanzo. Il mio primo giallo di Simenon.
La lettura è stata piacevole, ma quello che più ho apprezzato non è stato tanto il giallo in sé, quanto piuttosto la capacità dell'autore di creare un'atmosfera, di tratteggiare un personaggio con pochi elementi precisi ed essenziali, di rendere un umore, uno stato d'animo. Che è poi quello che avevo apprezzato dell'altro Simenon.
Leggendo questo romanzo mi sembrava di guardare un telefilm vecchia maniera, di quelli che guardavo quando i miei mi spedivano in montanga in vacanza con la nonna. Un giallo sì, ma non cruento o teso, in un certo modo rassicurante.

Domani si parte e in valigia ne ho infilato un altro... intanto vediamo se riuscirò a leggerlo e poi vi saprò dire.

Buone vacanze a tutti!

sabato 6 luglio 2013

Scarpe vs. Figli

Insieme ai libri una delle mie grandi passioni sono le scarpe.

Ieri ho provato un paio di scarpe ME-RA-VI-GLIO-SE: rosse, aperte in punta, tacco perfetto, con un listino che saliva sul collo del piede per poi allacciarsi intorno alla caviglia, anche discretamente comode. Appena le ho indossate mi sono sentita benissimo. Erano in saldo, quindi anche convenienti. Ero lì lì per comprarle. Poi ho guardato loro: il maggiore si stava arrampicando sulla scaletta del negozio, la mezzana ne stava combinando una delle sue e mi ha schiacciato un piede con le ruote del passeggino della piccola che intanto iniziava a frignottare perché voleva essere presa in braccio. La mia convinzione ha cominciato a vacillare. Un consulto col mio parsimonioso marito e il ricordo delle bollette che aspettano accanto al telefono mi hanno dato il colpo di grazia. Le scarpe sono rimaste al loro posto e oggi ancora le rimpiango. 
Ma ho imparato una lezione: le scarpe bisogna andare a cercarle da sole, o al limite con un'amica/sorella compiacente. E un acquisto sconsiderato di tanto in tanto fa bene al cuore.
Questa volta hanno vinto loro.

lunedì 3 giugno 2013

Il destino dei Malou - Georges Simenon

Ho vinto la pigrizia, ho sfidato la forza di gravità che mi fa inesorabilmente calare la palpebra e ho letto. Ho letto un libro intero!, come dissi emozionata da bambina quando riuscii la prima volta nell'impresa. Ho provato un'emozione simile ora che sono riuscita a leggere un intero romanzo, il mio primo Simenon, a cui penso proprio che ne seguiranno altri. Non ho cominciato dai casi del commissario Maigret non per scelta, ma un po' per caso, ma non me ne pento.

Il destino dei Malou è una lettura piacevole e scorrevole che mi ha ricordato per certi versi I Buddenbrook di Thomas Mann, senza averne la pesantezza, e per altri Dickens, soprattutto per la figura di Eugène Malou.
Come il romanzo di Mann è la storia di una famiglia dalla sua ascesa sociale alla sua rovina con un'apertura alla speranza in questo caso.
Eugène Malou si spara un colpo di pistola in testa e lascia la famiglia nei guai. La moglie e gli altri figli non tarderanno a voltargli le spalle, preoccupati solo di salvaguardare il loro personale benessere. Il figlio minore,  Alain, un adolescente apparentemente un po' svampito, è invece deciso a scoprire chi era suo padre e nella sua ricerca si imbatte in verità a volte scomode ma comunque preferibili all'ignoranza in cui era sempre vissuto. Seguendo questa linea di lettura Il destino dei Malou potrebbe anche essere definito un romanzo di formazione, ed è toccante la tenerezza con cui l'autore accompagna questo giovane che si fa strada nella vita da uomo che lo attende.

venerdì 24 maggio 2013

Astinenza forzata

Ho provato a essere un non lettore e non mi è piaciuto per niente. 
Domani saranno due mesi che non apro un libro, eccezion fatta per i libri per bambini, ma quelli non contano, o forse no? 
Ultimamente qui vanno forte Che rabbia! e Mangerei volentieri un bambino entrambi editi da Babalibri e ora disponibili anche in formato "tascabile" e a prezzo contenuto nella collana Bababum della stessa casa editrice. Eh sì, i grandi un pochino arrabbiati lo sono... ma poi compensano chiedendo a gran voce - diciamo pure gridando - la lettura di fiabe dal libro che ha portato in dono la sorellina. Gran cosa si penserebbe... se solo prima non litigassero per quale fiaba leggere!
Ma tornando ai libri da grandi, alle letture per me, devo confessare di non essere riuscita a mantenere il mio proposito: domani "scade" il secondo mese e i miei libri giacciono ancora sul comodino, orrmai coperti da uno spesso strato di polvere che nessuno ha il tempo di rimuovere...
Speriamo che il terzo sia il mese buono! Magari un nuovo ordine da ibs potrrebbe essere un incentivo. Suggerimenti per gli acquisti?

venerdì 10 maggio 2013

Dichiarazione d'amore

Grandma loves to read. E così anche i suoi nipoti a cui ha regalato queste simpaticissime magliette.



Ora ne vuole una anche la mamma.


lunedì 29 aprile 2013

Tette al vento

No, non è il titolo dell'ultimo romanzo che ho letto, non mi sono data al porno soft, ma è la mia condizione attuale.
La mia terzogenita è nata da poco più di un mese, come già per gli altri figli, anche per lei abbiamo intrapreso la fantasmagorica avventura dell'allattamento al seno a richiesta di cui sono una grande sostenitrice, ma che, bisogna ammettere, è molto vincolante. Uno dei vincoli è per l'appunto quello di essere disponibili a tirare fuori la tetta in ogni momento perché un neonato non conosce l'orologio e non  ha il minimo senso del pudore e dell'opportunità - per fortuna. E quindi non importa se siete nell'intimità delle mura domestiche o in mezzo alla strada o in un parco affollato o in coda alla posta, la piccoletta che vi portate a spasso quando ha fame strilla e allora avete due possibilità: offrirle il seno e essere guardate storto dai "benpensanti" che vi ritengono probabilmente una svergognata, oppure lasciarla piangere e sgolarsi e essere guardate male e additate come cattive madri probabilmente dagli stessi benpensanti. Insomma, come la fai la sbagli...
Nelle mie precedenti esperienze di allattamento ero riuscita a trasformare le poppate, almeno quelle casalinghe, in un momento di lettura. Mi sedevo sul divano e mentre il pargolo di turno si nutriva io leggevo ad alta voce il mio libro, a beneficio di entrambi. Questa volta non ci sono ancora riuscita perché raramente riesco ad allattare in condizioni di tranquillità; di solito ho almeno uno degli altri figli che mi saltella intorno e reclama attenzione, ha fame, sete, deve fare la pipì o ha qualche altro bisogno impellente. Oppure è la neonata ad essere irrequieta perché le viene mal di pancia, rigurgita, si agita...
Le poppate più tranquille sono quelle notturne, ma allora sono io ad essere troppo stanca anche solo per stare seduta, figurarsi per leggere. E così è da 33 giorni che non apro un libro, ma conto di tornare a una parvenza di normalità, anche per la lettura, entro il compimento del secondo mese di vita della piccola. 
Ci sarà da lavorare sodo!

domenica 24 marzo 2013

Belle per sempre - Katherine Boo

Il titolo farebbe pensare a un romanzetto rosa da quattro soldi o a un manuale di cosmesi e bellezza, invece si tratta di un romanzo-reportage molto serio e molto ben fatto la cui autrice è stata premiata con il Pulitzer.
Siamo in India, a Mumbai, nella città in piena espansione e modernizzazione. Vicino all'aereoporto internazionale la vita negli slum brulica e c'è chi si accontenta di sopravvivere e chi invece cerca di tenere il passo con la crescita rapida, disordinata e spesso corrotta della grande città.
Per scrivere questo romanzo l'autrice ha seguito e osservato da vicino per diversi anni un gruppo di abitanti dello slum di Annawadi e ci ha raccontato le loro storie così come le ha viste o le sono state raccontate.
La famiglia musulmana degli Husain: mamma Zherunisa, pratica, determinata e a suo modo amorevole, il marito malato e inabile al lavoro, molto attento al progresso e alla politica, il figlio maggiore Abdul, raccoglitore di immondizia, grandissimo lavoratore, sostentamento principale della famiglia, timido, goffo, leale, suo fratello Mirchi, più sbarazzino e la sorella scappata da un matrimonio infelice. La famiglia indù di Asha, donna ambiziosa che si ritrova invischiata in un giro di corruzione senza limiti nel quale finisce per coinvolgere anche la bella figlia idealista Manju. Fatima la storpia intorno alla cui autoimmolazione - per errore - ruota gran parte delle vicende. E ancora una schiera di ragazzini che vivono per strada cercando di sopravvivere ogni giorno racimolando in qualche modo pochi spiccioli per mangiare ed evitando di finire tra le mani della polizia del distretto. 
Katherine Boo ci racconta le vicende di questi personaggi, i loro pensieri e le loro ambizioni intrecciando alla cura del reportage una scrittura piacevole, asciutta ed essenziale che ben si confà alla realtà che vuole raccontare.
Ho apprezzato questo libro, ma non me la sento di unirmi ai cori entusiastici di cui leggiamo qualche eco nella quarta di copertina. Un esempio?

"Così stellate da far vergonare la maggior parte dei romanzi" The New York Times


martedì 19 marzo 2013

Sognando Jane Austen a Baghdad - Bee Rowlatt e May Witwit

Sognando Jane Austen a Baghdad era sulla mia lista dei libri da leggere da molto tempo, ma non riuscivo mai a trovarlo in biblioteca; avevo anche pensato di comprarlo, ma ora che l'ho letto sono contenta di non averlo fatto. Non che il libro sia brutto, anzi la lettura è piacevole e il contenuto lo definirei interessante, ma non è assolutamente quello che mi aspettavo. Non è un libro che sentirò l'esigenza di rileggere e quindi 18 euro sarebbero stati una spesa eccessiva.
Il titolo è decisamente fuorviante e probabilmente dovuto a ragioni commerciali: forse scelto per l'assonanza con il fortunato Leggere Lolita a Theran, o per attirare quei lettori sprovveduti, come me, che pensavano di trovarci qualche riferimento alla grande Austen. 
Mi sarei potuta informare e documentare prima, ma per scelta non lo faccio mai per i libri che hanno grande successo, per non farmi influenzare. Quindi ho dovuto affrontare due delusioni:
1. Non si parla di Jane Austen
2. Non è un romanzo! 
Forse la seconda è stata ancora più sconcertante: io non lo sapevo proprio che era una raccolta di e-mail e sulle prime sono stata tentata di restituirlo alla biblioteca senza nemmeno leggerlo. Poi, per pigrizia, ho iniziato a leggerlo, dato che lo avevo per le mani. 
E' una bella storia di amicizia tra donne che ne viene fuori e se da una parte abbiamo un bel quadretto della vita di una donna contemporanea alle prese con tre figlie, una casa e un lavoro part-time da gestire, dall'altra le descrizioni di May ci fanno entrare nella realtà di un paese in guerra, in cui la vita quotidiana fatta di lezioni all'università, spesa e appuntamenti dal parrucchiere deve fare i conti con le bombe, le perquisizioni e le minacce dei miliziani. Grazie a May abbiamo un racconto non ufficiale della "liberazione" dell'Iraq da parte delle truppe americane e della confusione nella quale il paese è precipitato.

Vorrei riportare due brevi frammenti che rendono il tono del libro e della sua duplice atmosfera:

May scrive: "Certo, il Vecchio aveva le sue colpe, ma stavamo certamente meglio prima. Oggi siamo solo un pezzo di terra sommerso dal sangue e dal caos. Prima, almeno, eravamo un paese sovrano e indipendente."

Bee scrive: "Oggi Eva ha la febbre e una brutta tosse, è dovuta restare a casa e non è potuta andare alla sua riunione. Justin ha trentanove di febbre, è annoiato e di pessimo uomore, e io devo ammettere di non essere molto paziente. A essere onesta, la malattia mi fa tenerezza nelle bambine, ma in un uomo grande e grosso è semplicemente irritante."

Sognando Jane Austen a Baghdad, Bee Rowlatt e May Witwit, Piemme, Milano 2010.
 


giovedì 14 marzo 2013

Bésame mucho - Carlos Gonzales

Prometto solennemente che sebbene sia prossima ad incontrare la mia terza figlia, non mi lascerò sommergere dai libri di puericultura e psicologia infantile né tanto meno li propinerò a voi. Forse il rischio era più alto con il primo figlio... Questo libro mi è stato regalato da una cara amica ed è l'unico del genere che ho letto durante la gravidanza; diciamo che cerco di entrare un po' nell'atmosfera.

Premesso ciò, partiamo dal titolo Bésame mucho: mi fa subito pensare alle cantanti improvvisate che si incontrano in metropolitana. Il sottotitolo è: Come crescere i tuoi figli con amore. Se il titolo mi faceva sorridere, unito al sottotitolo trovo tutto l'insieme lievemente irritante: perché ho bisogno di un manuale che mi insegni come amare i miei figli?
Ad onor del vero bisogna però dire che la foto in copertina è molto bella.
Ammetto che non avrei mai comprato questo libro, ma fidandomi della mia amica, che reputo una persona meravigliosa e un'ottima mamma alle prese con la sua prima bimba, l'ho letto. 
L'intento principale di Gonzales sembra essere quello di demolire le teorie dei suoi colleghi e di convincere le mamme a far dormire i loro figli nel lettone quanto più a lungo possibile.
Ora, io sono d'accordo con la filosofia di fondo: crescere i propri figli con amore, dolcezza e rispetto, dedicare loro tempo e attenzione. Ma perché questo deve passare necessariamente dal dormire insieme, portarlo in braccio fino ai tre anni di età, allattarlo fino allo sfininimento?
Io penso che ogni mamma debba trovare il proprio modo per vivere il legame con i figli, e anzi un modo diverso per ogni figlio perché non è detto che tutti abbiano bisogno o chiedano le stesse cose. 
E se non ci sono dubbi che i metodi "educativi" repressivi, violenti e crudeli siano da condannare, perché condannare a priori quei genitori che cercano un po' di riposo notturno abituando i propri figli a dormire da soli o a camminare per tragitti proporzionati alla loro età per evitare di rompersi la schiena, o ancora a mangiare quello che viene loro preparato e a prestare un po' di attenzione ai consigli e alle richieste dei genitori? 
Mi reputo una mamma affettuosa e amorevole, non ho mai seguito il "metodo Estivill" per far dormire i miei bambini, non li picchio e non li castigo, ma certo mi capita di alzare la voce e cerco di far seguire loro alcune regole e, non voglio negarlo, di avere anch'io una vita più semplice.
I diritti dei bambini vanno senz'altro tutelati, ma anche i genitori ne hanno qualcuno!

Perciò, cara Frenci, questo libro mi è sembrato eccessivo e poco realistico. Continua ad amare la tua bimba come tu sai fare e ricordati che i consigli vanno sempre presi con le pinze, primi fra tutti i miei!

venerdì 8 marzo 2013

Libroterapia per tutta la famiglia

Ultimamente in casa c'è un po' troppo fermento, stiamo tutti aspettando l'arrivo della sorellina e si passa dall'entusiasmo più sfrenato alla rabbia, passando per l'ansia dell'ignoto e l'inevitabile snervamento dell'attesa.

Dopo aver riscosso un buon successo con i libri per bambini in attesa, penso che sia arrivato il momento di proporre ai miei figli libri per i fratelli maggiori, e così ieri sera abbiamo letto, con l'aiuto del papà, Peter's chair di Ezra Jack Keats.

 Peter's Chair E' un libretto breve e semplice in cui Peter, il fratello maggiore, affronta l'arrivo della sorellina Susie e i cambiamenti che questa novità porta in casa. I genitori hanno dipinto di rosa la culla e il seggiolone che erano stati di Peter, che ora cerca di "salvare" la sua piccola sedia dalla medesima sorte. Ma... con sorpresa si accorge di non riuscire più a sedersi in quella sedia perché è diventata troppo piccola per lui e così decide di aiutare il papà a dipingerla rosa per la sua sorellina.

Five Little Monkeys Reading in Bed Poi abbiamo affrontato un altro problema: quello della messa a letto che nelle ultime settimane i bimbi continuano a cercare di ritardare il più possibile. Mama Monkey legge alle sue scimmiette una bella storia prima di metterle a letto, proprio come facciamo noi d'abitudine. Ma i cuccioli non vogliono dormire e chiedono un'altra storia e poi un'altra ancora finché la mamma non dice che è proprio ora di spegnere la luce e mettere via i libri. Ma le cinque scimmiette non si arrendono e decidono di leggere da sole, però non riescono a trattenere le risate per le storie divertenti e i singhiozzi per quelle un po' tristi, così la mamma arriva a spegnere nuovamente la luce e requisire i libri. Le scimmiette decidono di mettersi a dormire, ma strani suoni arrivano dalla camera delle mamma.... oh, anche la mamma legge a letto! E in coro le scimmiette le chiedono: "Ma mamma, cosa avevi detto? Lights out! Sweet dreams! No more reading in bed!".
Five little monkeys reading in bed: per bimbi con mamme lettrici!



giovedì 7 marzo 2013

I rabdomanti - Margaret Laurence

Questo è un altro romanzo consigliato da Simonetta Bitasi, un altro ottimo consiglio, dopo Il parnaso ambulante. 
 
Confesso di non aver mai sentito prima il nome di questa autrice e con tutta probabilità non avrei mai letto questo libro per vari motivi: difficile reperibilità (edito da una piccola casa editrice, Nutrimenti) e visibilità, titolo e copertina non invitanti e soprattutto non rappresentativi del romanzo, a mio parere.
Vengo a sapere che Margaret Laurence è una scrtittrice canadese di prima importanza nel suo Paese, maestra di Margaret Atwood e Alice Munro.
Questo è il suo ultimo romanzo, il quinto di una saga ambientata nella cittadina immaginaria di Manawaka, costruita sul modello della sua città natia nella provincia del Manitoba. Morag Gunn è la protagonista assoluta di questo romanzo, una donna contemporanea, scrittrice affermata e madre single alle prese con una figlia adolescente alla ricerca di se stessa che la mette sempre di fronte al suo passato e alla scelte fatte, anche per lei. Il romanzo è un continuo fluire tra presente e passato, tra realtà e ricordi, sogni o desideri. I passaggi sono fluidi e tutto si intreccia, o si mescola, come la corrente del fiume che scorre vicino alla casa di Morag, in due direzioni. Morag vive un'infanzia difficile, rimasta orfana viene cresciuta da una coppia di umili origini, Christie Logan e Prin, che vive ai margini della società, lui è l'Accatone del villaggio, altrimenti detto, lo spazzino comunale (quanto siamo lontani dai nostri moderni "operatori ecologici"), un cane sciolto, lei è una donna che si chiude sempre più in se stessa racchiudendo il suo mistero che non verrà mai svelato. Morag bambina soffre di questa situazione e matura una forte volontà di rivalsa. Seguiranno l'allontanamento dal villaggio, e dalla famiglia adottiva, l'università, la vita a Toronto, il matrimonio apparentemente perfetto, che si conclude in fallimento, una figlia voluta e cresciuta in solitudine, il ritorno alle origini. In tutto questo lottare e peregrinare una sola costante rimane: la scrittura. La volontà di afferrare il mondo attraverso la parola.

E' bello questo romanzo, intenso e assolutamente moderno. Lontano mille miglia da Jane Austen, così pacata e rassicurante. Eppure è sempre la storia di una donna, scritta da una donna. Mi sembra perfetto per augurare a tutte un buon 8 marzo!

lunedì 18 febbraio 2013

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen

"Se hai proprio bisogno di dirmelo, posso anche starti a sentire."

Ecco, è questo che mi piace di Jane Austen, il suo tono leggero e sferzante, il suo umorismo lieve e pungente, mai eccessivo o respingente, sempre piacevolissimo da leggere. La scorrevolezza del discorso e dell'intreccio, la levità con cui guarda alla vita. In questo romanzo non c'è nulla di drammatico o irrimediabile, anche dalle situzioni più intricate si esce, anche nelle condizioni più sconvenienti si trova il modo di vivere serenamente. 
Che poi, a dirla tutta, la trama non è per nulla sostanziosa: cinque sorelle in età da marito, una madre accanita e un padre indolente, un villaggio di campagna, due gentiluomini di passaggio e un gruppo di ufficiali stanziati nelle vicinanze. Solo il talento della Austen poteva trarne un romanzo di tale livello.
Come scrisse Sir Walter Scott: "Quella giovane donna aveva, secondo me, il miglior talento che io abbia mai incontrato per descrivere i coinvolgimenti, i sentimenti e i personaggi della vita quotidiana".
Jane Austen scrive solo di quello che conosce e infatti le sue storie trattano sempre lo stesso tema e mettono in scena lo stesso tipo di personaggi; nei suoi romanzi succede davvero poco, ma il pregio dell'autrice è quello di tenere sempre desta l'attenzione e la curiosità del lettore che non si stanca mai di leggere questa prosa pacata e rilassante.
In questo la trovo molto diversa da Emily Bronte, alla quale viene spesso accostata e personalmente la preferisco e la considero più moderna, lontana da quel sentire tragico e melodrammatico della sua collega. 
E con questo mi fermo qui perché non è per nulla facile commentare un'autrice su cui tanto si è detto e scritto e come scrisse Virginia Woolf nel suo saggio Sulla malattia, riferendosi a Shakespeare:
"Con tutto questo brusio di critici intorno a noi, possiamo proporre le nostre ipotesi soltanto in privato, fare solo qualche nota a margine; ma, siccome sappiamo che qualcuno l'avrà già detto prima di noi, e magari anche meglio, si perde un po' il gusto di farlo".
Io ho già osato tanto.

venerdì 1 febbraio 2013

Tempi difficili - Charles Dickens

Finalmente, a un mese dall'inizio dell'anno, sono riuscita a finire di leggere il primo libro del 2013. Sarà che ultimamente ho la testa persa tra altri pensieri, saranno stati gli strascichi delle festività e i malanni che hanno infestato la casa, fatto sta che ho fatto una fatica immane a finire questo romanzo.
Avevo scelto di iniziare l'anno di lettura con una certezza: Dickens. Casualmente mio marito a Natale mi ha regalato Tempi difficili e mi ci sono avvicinata con tranquillità conoscendo l'autore, sebbene il titolo bisogna ammettere che non sia proprio incoraggiante. (L'altro libro scelto da mio marito è Uomini e topi... forse dovrei iniziare a indagare sullo stato d'animo del mio consorte...)
Non avrei mai pensato di ricevere una delusione così cocente da Dickens, davvero! Tutto quello che avevo letto di lui fino ad ora mi era piaciuto, e per me era una salda colonna, un po' come Jane Austen o Shakespeare o Dostoevski. 
Dopo aver lottato contro la noia e la pesantezza, ieri mi sono imposta di finire il romanzo. E l'ho fatto, come un compito, controllando sempre il numero di pagine rimanenti e tirando un sospiro di sollievo all'ultima riga. Ma non potevo arrendermi così e allora, alla ricerca di una spiegazione, mi sono letta anche il saggio di George Orwell riportato alla fine del mio volume Einaudi e tratto da Inside the Whale, Secker & Warburg, London 1940 (traduzione di Cristina Scagliotti).
E mi sono un po' consolata perché Orwell scrive che Tempi difficili, insieme a Le due città, sono i romanzi dell'autore considerati "non dickensiani" proprio perché in essi vengono a mancare i temi e i tratti tipici della sua scrittura. "Il tipico romanzo dickensiano" Oliver Twist, per esempio, "ruota sempre intorno al melodramma". Secondo Orwell dove Dickens dà il meglio di sé è nella descrizione dei personaggi ritratti nella loro vita privata e fissati nei loro caratteri immobili e peculiari. Solitamente nei romanzi di Dickens la società rimane sullo sfondo, i suoi personaggi, se lavorano, fanno un lavoro non ben definito e che comunque non è al centro della loro vita quotidiana, eccezion fatta per David Copperfield, dove il protagonista è, guarda caso, uno scrittore. "La verità è che in Dickens il giudizio sulla società è quasi esclusivamente di tipo morale". Quando l'autore attacca un'istituzione lo fa senza mai proporre delle alternative costruttive e non dà nemmeno mostra di voler sovvertire l'ordine costituito, ciò che a lui interessa è la natura umana.
E quindi il suo discorso non si concentra tanto sul fatto che le condizioni di vita degli operai delle fabbriche sono il frutto di un sistema economico sbagliato, quanto piuttosto sulla necessità di migliorarle magari attraverso padroni migliori. Semplificando all'osso: se tutti siamo più buoni, il modo sarà migliore.
Per quanto riguarda questo romanzo in particolare, fin da subito l'ho sentito dissonante con il mondo dickensiano a cui ero avvezza. Tutto questo parlare di fabbriche, ciminiere, operai e sindacati, banche ed elezioni politiche, senza peraltro mai approfondire gli argomenti, ma restando sempre nel vago. E poi i personaggi, così diversi dal solito e così noiosi: un padre di famiglia che decide di allevare i suoi figli nella rigidità delle discipline scientifiche escludendo dalla loro vita qualsiasi fantasia, immaginazione o moto del cuore, dei figli che crescono aridi e confusi, due operai buoni e sfortunati, una ragazza abbandonata da un padre clown. Bounderby, il banchiere "sborone" con la sua vecchia domestica dal naso adunco sono forse i personaggi più ironici e più simili a quanto da Dickens ci si aspetterebbe.
Questa Louisa che dovrebbe essere la chiave di volta del romanzo proprio non mi ha convinta: cresciuta secondo i rigidi dettami del padre "eminentemente pratico" accetta di sposare il vecchio Bounderby, anche se si intravedono già segni di cedimento nell'istituzione creata dal padre. Sarà un insulso seduttore a farla crollare senza però portare il suo gesto alle naturali conseguenze. Il seduttore verrà allontanato e lei si riavvicinerà al padre che di fronte alla miseria della figlia vedrà messo in discussione tutto il suo sistema educativo e di vita e si ricrederà. Pff....
Interessante il suggerimento di mia suocera di provare a leggere la storia come un confronto tra le scienze esatte e quelle umanistiche. Ma non può esserci solo questo in un romanzo di Dickens.
Mi rifarò con un bel drammone, magari francese!
Uomini e topi può aspettare, e non me ne voglia mio marito!


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