lunedì 28 maggio 2012

A ciascuno il suo - Leonardo Sciascia

"Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilità una in lingua..."

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi, Milano 2009.

A parte qualche giro di frase interessante, devo ammettere che mi ha lasciato indifferente. Calvino nel 1965 scriveva all'autore a proposito di questo libro: "Ho letto il suo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l'impossibilità del romanzo giallo nell'ambiente siciliano".

venerdì 25 maggio 2012

Dieci dita alle mani e dieci dita ai piedini - Mem Fox e Helen Oxenbury


Una dolce filastrocca da leggere anche con i più piccini per un momento di gioco e coccole prima della nanna. 
Ci sono bambini nati molto lontano e altri nati molto vicino, bimbi nati al freddo e al gelo e altri nati sotto il sole caldo, bimbi nati cittadini e bimbi nati in mezzo a un prato, ma tutti quanti "come tutti i bambini, hanno dieci dita alle mani e dieci dita ai piedini".
Per ognuna delle mie gravidanze avevo scelto un libro da raccontare al bimbo nella pancia, per cullarlo e per creare con lui un legame da riannodare dopo il parto. Per il primo era stato Il libro della giungla, e  devo dire che non avrei potuto fare scelta migliore: lui è un po' Mowgli, selvatico e amante della natura e degli animali. Ho continuato a leggergli il libro e per i primi due anni di vita è stato in cima alla lista dei preferiti. Per la seconda avevo scelto I tre porcellini, ma non ho avuto la costanza che avevo avuto nella prima gravidanza e non ho avuto riscontri dopo la nascita. Forse perchè in fondo nemmeno io ero così presa da quel libro. Questo è il libro che sceglierei ora: breve, semplice, tenero e "ninnante".

mercoledì 23 maggio 2012

Che paese, l'America - Frank McCourt

"Adesso ti è uscito il sogno.
Così diceva mia madre a noi bambini quando abitavamo in Irlanda e un nostro sogno si realizzava. Il sogno che facevo io in continuazione era quello in cui arrivavo con la nave nel porto di New York e guardavo ammirato i grattacieli. Quando lo raccontavo, i miei fratelli mi invidiavano la notte passata in America, finché un giorno non cominciarono a raccontare anche loro di aver fatto quel sogno, sapendo che era un sistema sicuro per mettersi in mostra anche se poi litigavamo e io dicevo che il più grande ero io, che il sogno era mio e guai a loro se ci entravano. Loro ribattevano che non avevo il diritto di tenerlo tutto per me, che di notte chiunque poteva sognare l'America e io non potevo farci niente."

Frank McCourt, Che paese, l'America, Adelphi, Milano 2000.

Lo stile è inconfondibile, i personaggi e i temi sono sempre quelli che il lettore ha conosciuto nelle Ceneri di Angela. In questo che potrebbe essere il secondo volume della biografia di McCourt, troviamo Frank adolescente che approda finalmente a New York e attraverso varie vicissitudini - incluso l'arruolamento nell'esercito americano - si costruisce una nuova vita e anche una famiglia. 
In questi tempi di crisi economica, mi ha fatto bene leggere di un paese e di un'epoca storica in cui tutto era possibile, certo dandosi da fare, perché "la vita non è un pranzo gratis". Un paese in cui anche un ragazzino cresciuto nei bassifondi di Limerick a té e pane fritto, con gli occhi sempre infiammati e le scarpe rotte, può studiare all'università e diventare professore del più prestigioso liceo della città. Può andare oltre il suo "irlandesismo" cattolico e sposare una brava ragazza americana borghese e protestante, anche se non sarà un matrimonio felice. 
Quello che mi è piaciuto in questo romanzo è proprio il sogno, o meglio i sogni, di quelli che ce l'hanno fatta, ma anche di quelli che si sono persi per strada. L'idea di un bambino che litiga con i suoi fratelli per il diritto di proprietà di un sogno, tenacemente perseguito a dispetto delle più nere previsioni. E l'importanza data all'istruzione e alla lettura.
A essere sincera, la prima parte del romanzo mi ha un po' annoiato, troppo simile al primo libro di McCourt, ridondante, direi; ho invece seguito con grande piacere le avventure dell'insegnamento che mi hanno richiamato alla mente i racconti delle mie amiche insegnanti e le riflessioni della mia ex prof di lettere della scuola media. America o Italia, la scuola è sempre la stessa, e gli adolescenti pure.
Aspettando che i sogni si realizzino, ricordiamoci che di notte chiunque può sognare la sua America.

venerdì 18 maggio 2012

Catalogo dei genitori - Claude Ponti

Come ormai  avrete capito, il mio figlio quattrenne è in fase pre-adolescenziale molto molto precoce. Ultimamente spesso mi sento ripetere frasi come: "Non voglio più la mamma/il papà." "Ti voglio tagliare via" (?!!) "Voglio vivere da solo" "Voglio una nuova mamma/papà", e mi è venuto in mente questo libro edito da Babalibri, Catalogo dei genitori: per i bambini che vogliono cambiarli di Claude Ponti. 
Sei stanco dei tuoi genitori? "Ti scocciano, non li sopporti, non ti ascoltano", non ti lasciano fare tutto quello che vuoi, non ti danno tutto quello che chiedi? E' semplice: CAMBIALI! Sfoglia il catalogo, scegli i tuoi nuovi genitori e eventuali accessori, compila il buono d'ordine, spediscilo e in meno di "quaran tottore" riceverai i tuoi nuovi genitori. "I genitori originali non hanno prezzo" e neanche quelli del Catalogo. E' un semplice scambio e, se non sei soddisfatto, puoi richiedere indietro i tuoi vecchi genitori.
Ce n'è per tutti i gusti - di seguito i miei preferiti:
  • Gli avventurieri, sempre pronti per escursioni e gite estreme, super accessoriati e organizzati; 
  • I confortevoli "Coccolevolissimi". "questi genitori hanno in testa solo un'idea: evitare tutto ciò che punge, urta, sbuccia, rompe e rende la vita de-coccolata e do-lo-rosa";
  • I beiprogetti "lavorano con gioia alla costruzione dell'avvenire, succeda quel che succeda";
  • Gli entusiasti, "genitori felici di essere genitori";
  • I complicati "sono genitori indistricabili dal proprio carattere nodoso";
  • La leisola! c'è bisogno di spiegazioni? "Pratica la guida, il bucato e l'amministrazione sportiva." Anche in versione maschile, Il luisolo!;
  • I testaperaria, non vedono mai dove sia il problema e quando ci sbattono contro si rimettono in piedi;
  • Gli avviluppanti "Fatevi soffocare!"
Tra gli accessori quello che più la dice lunga sul mio modo di essere genitore è l'"impeccabilometro"... potessi averlo...

Ora, sono in dubbio se fare leggere il libro a mio figlio o no. Quello è capace di pretendere davvero dei nuovi genitori. Forse è meglio se mi informo prima dell'esistenza di un analogo catalogo di figli, per genitori che vogliono cambiarli, così avrò un'arma di difesa.

N.B. Una nota di merito va senz'altro fatta al traduttore, Pierre Lepori.

Catalogo dei genitori per i bambini che vogliono cambiarli

lunedì 14 maggio 2012

Bilinguismo mon amour

Sabato sono stata a Torino al Salone Internazionale del Libro, a sentire Amitav Gosh.
Vedere questo scrittore mi ha suscitato un grande senso di rispetto, ma anche di tenerezza, oltre che una gran voglia di leggere i suoi due ultimi romanzi, Un mare di papaveri e Il fiume dell'oppio
Ma è soprattutto quello che ha detto sulla lingua che mi è rimasto nel cuore e che mi sono portata a casa con somma gioia e speranza.
Amitav Gosh nelle biografie correnti è definito uno scrittore anglo-indiano, lui preferisce definirsi uno scrittore indiano che scrive in inglese. Chi ha dimestichezza con l'autore sa che spesso nei suoi romanzi si incontrano parole in bengalese, la sua lingua madre, e alla richiesta di spiegare come convivono le due lingue nella sua opera di scrittore, Gosh ha risposto:
"Language is not a house, it's a river that carries you on", la lingua non è una casa che ti racchiude e ti contiene, ma un fiume che ti porta con sè. E ancora che "the world is too closly connected" per fare delle separazioni.
E' questo che vorrei trasmettere ai miei figli, bilingui e "bi-cultura" dalla nascita, in un Paese in cui la diversità è ancora troppo un'eccezione e un bambino che ai girdini pubblici parla in inglese è additato come esotico.

giovedì 10 maggio 2012

Adotta un libro abbandonato

C'è stato un periodo della mia vita in cui mai mi sarei permessa di lasciare a metà un libro. Ora, invece, mi succede sempre più di frequente. Sarà perchè quando si è molto giovani si ha un'idea diversa del tempo, si pensa di godere di una sorta di eternità. O forse, crescendo, sono diventata più "difficile"; più selettiva. Mi succede anche con i vestiti, e con le amicizie. 
Se prima non tornavo mai a casa da un giro per negozi con almeno un pacchettino, ora sempre più spesso mi ritrovo a dire che non c'era niente che mi piacesse davvero. Con le amicizie la situazione è più sfumata, ma sostanzialmente anche lì, poche ma eccellenti.
Ma veniamo ai libri. Recentemente qualcuno mi ha fatto riflettere sulla moltitudine di letture e sull'esiguità del tempo a disposizione. E forse è proprio per questo che ho cominciato a scremare.
Perchè perdere tempo con un libro mediocre - per me s'intende - quando ce ne sono milioni di altri che potrebbero darmi maggiori soddisfazioni? 
Sono diventata più severa, e anche più irriverente.
I libri che ho abbandonato nell'ultimo mese sono due: Acciaio di Silvia Avallone e 1Q84 di Murakami Haruki.
Acciaio ho deciso di leggerlo perchè proposto dal gruppo di lettura del mio paese; non è un libro che avrei scelto da sola. 
Ha iniziato a infastidirmi alla terza riga, quando mi sono imbattuta in un "zoomate"; ho fatto un sospiro e sono andata avanti, ma non molto. La storia non mi interessava e il linguaggio non mi piaceva. Mi sembrava di leggere fatti di cronaca o di guardare un telefilm. Non è questo che cerco in un romanzo.
L'unica frase che mi è piaciuta - non ho capito se è una citazione , o meno - si trova nella pagina precedente l'inizio del romanzo, relegata in fondo a un foglio bianco: "L'adolescenza è un'età potenziale".
Ecco, questo penso che sia vero, ed espresso molto bene.
1Q84, invece, era nella mia lista dei desideri su ibs, ma alla fine non l'ho comprato perchè l'ho trovato in biblioteca e così ho risparmiato venti euro. A questo romanzo erano dedicate due pagine intere e lusinghiere su L'Indice, che considero una rivista autorevole e seria. L'articolo mi aveva incuriosito e mi aspettavo grandi cose. Sono arrivata con fatica a pagina 140 - ne ha 718! - poi ho deciso di lasciare perdere. Anche in questo caso, non è il genere di romanzo che amo e ho trovato lo stile pedante. Tutto viene descritto nei minimi particolare: la fisionomia dei personaggi, il loro abbigliamento, la loro storia, gli oggetti, i luoghi, le azioni e i pensieri. Troppo, veramente. E il volume del libro ne dà ragione.
All'inizio mi sentivo un po' in colpa quando abbandonavo un libro, ma ora penso che ci sarà sempre qualcun'altro che lo leggerà e, forse, se lo prenderà a cuore.

lunedì 7 maggio 2012

Gli autori come non li avete mai letti

Suite inglese di Julien Green è una piccola perla pubblicata da Adelphi. Sono cinque ritratti di autori inglesi e americani cari allo scrittore: Samuel Johnson, William Blake, Charles Lamb, Charlotte Bronte e Nathaniel Hawthorne. Con schiettezza e irriverenza Green ci presenta queste personalità che sotto la sua penna diventano gli eccentrici personaggi di racconti brevi e brillanti in cui gli autori vengono presentati nella loro quotidianità, dalle difficoltà economiche ai successi, dalle debolezze alle vanità. E se Samuel Johnson lotta con furore per affermarsi come intellettuale e nonostante tutte le difficoltà non mette mai in dubbio il proprio valore, Charlotte Bronte si nasconde dietro uno pseudonimo e rimane avviluppata nella sua timidezza e nella sua goffaggine di ragazza di campagna. 

Vi lascio tre brevi frasi per darvi idea della scrittura essenziale e pungente di Green:

Su Johnson: "La fiducia in se stesso è una delle virtù più ammirevoli di quest'uomo che non aveva alcun diritto alla gloria che gli venne conferita e la cui fama è una sorta d'impostura".

Su Blake: "s'accendeva spesso di un'ira violenta: ma erano collere di breve durata, ed egli si meravigliava sempre che gli altri gliene serbassero rancore"..

Su Hawthorne: "Aveva la costante preoccupazione di essere come gli altri, almeno in apparenza, e forse temeva che se si fosse limitato a scrivere libri sarebbe passato per un originale. Sia come sia, lavorò due anni alla dogana".

Julien Green, Suite inglese, Adelphi, Milano 1994.

E' stato come entrare nella casa di questi scrittori - e magistrale è la descrizione di Haworth nello Yorkshire, in cui vissero le sorelle Bronte - e, dopo aver letto Green, li sento più intimi.



 

domenica 6 maggio 2012

La matematica non è un'opinione. Purtroppo

Per tutti quelli che con i numeri hanno un rapporto... particolare.

Da: Giovanni Raboni, Un gatto più un gatto, Libri per ragazzi Mondadori, Milano 1991

Dal quaderno di aritmetica del gatto Pastrocchio

1.
Un gatto più un gatto fa due gatti
un gatto meno un gatto fa un gatto andato via
speriamo che torni presto
che non si perda
che non si faccia male
che per strada stia attento a attraversare
che trovi sui tetti la strada per tornare
...

3.

Un gatto che si specchia fa due gatti
come un gatto che sogna
d'essere un gatto
un gatto che sogna di specchiarsi
fa tre gatti
o forse quattro
due gatti che fanno per sé
fanno sei gatti
sette gatti fanno un gatto
con sette vite

6.

Un conto alla rovescia
è un conto che finisce
a uno
a zero
dove gli altri cominciano
detta così è una cosa
che si capisce
invece non capisco
come si fa a capire
dove comincia

mercoledì 2 maggio 2012

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Alla fine l'ho letto questo libro. 
Ce lo avevo in mente da un po' di tempo, ma mi avvicino sempre con qualche diffidenza ai libri vincitori di premi o osannati da pubblico e critica. Devo ammetterlo: sono una snob per quanto riguarda le letture. 
Penso che dietro un grande successo si nasconda sempre una grande raccomandazione o una grande operazione di marketing e quindi guardo con sospetto quei libri super pubblicizzati, che trovi in vetrina nelle librerie, avvolti in mille fascette, che vengono subito trasposti sul grande schermo e fanno il giro dei salotti televisivi. Io sono più per i libri di nicchia, per le piccole perle nascoste o per i grandi capolavori della storia della letteratura. A mia discolpa, devo dire che spesso ho ricevuto cocenti delusioni dai grandi successi del momento. Una fra tutte, L'eleganza del riccio, che proprio non sono riuscita a farmi piacere.
Per precauzione, e per economia (18 euro il prezzo di copertina!), La solitudine dei numeri primi, l'ho preso in prestito in biblioteca e ne ho riservato la lettura alle ore serali, a letto, quando normalmente leggo la letteratura "di intratternimento", meno impegnativa e meno coinvolgente.
Ho incominciato leggendo la quarta di copertina e le notizie biografiche dell'autore - cose che solitamente non faccio e che sono indicative della circospezione con cui mi sono avvicinata al libro.
Paolo Giordano è nato nel 1982, è più giovane di me! Ha studiato al liceo scientifico e si è laureato in fisica, no, dico, in FISICA!, e ha scritto un romanzo che, tralasciando il Premio Strega, è stato tradotto in non so quante lingue e ha fatto il giro del mondo. Dopo essermi un po' avvilita pensando alla mia situazione - vi confesso che fino ai 12 anni ero fermamente convinta di essere un genio, poi dai 13 ho incominciato a ricevere delle smentite e mi sono ridimensionata, e ora... lasciamo perdere... - ho incominciato a leggere il romanzo con sospetto, una certa dose di astio e anche un po' di invidia.
E' un bel libro. Scritto e costruito bene, di piacevole lettura e di qualche sostanza. Non gridereri al miracolo, ma avrei voglia di incontrare l'autore per stringergli la mano e fargli i miei complimenti. Fra l'altro è anche un bel ragazzo. Fra una decina di giorni sarò a Torino, sai mai che lo incontro?
Si tratta di un romanzo di formazione, che segue due personaggi, Alice e Mattia, dall'infanzia all'età adulta. Entrambi sono segnati da un episodio drammatico che farà sentire le sue conseguenze per tutta la vita. Alice rimarrà zoppa in seguito a una rovinosa caduta dagli sci e Mattia si chiuderà in se stesso e nello studio dopo aver abbandonato la sua gemella ritardata in un parco. Lei è anoressica, lui autolesionista... Però!
Ho letto molte crtiche negative, che definisicono il libro angosciante e superficiale. Io, invece, nonostante le premesse potrebbero facilmente far pensare a un romanzo a tinte fosche, non l'ho trovato cupo. Molto triste, questo sì, ma tutto sommato più vero di quanto si vorrebbe ammettere.
Il titolo è bellissimo, ma leggo che di questo bisogna dare il merito all'editor di Mondadori.

"I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi."

Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori, Milano 2008.
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