venerdì 9 marzo 2012

Il paese dei bestsellers

Meglio leggere pessima letteratura o non leggere affatto? Sono i buoni scrittori a generare buoni lettori, o viceversa?

La riflessione nasce da un articolo di Pietro Citati sul Corriere della Sera di oggi: Citati sostiene senza mezzi termini che sia preferibile il nulla alle cattive letture e sembra dirci che la responsabilità sia più dalla parte degli scrittori che da quella dei lettori, perché dice " I lettori ereditavano le qualità degli scrittori". Allo stesso tempo però sostiene che il circolo virtuoso verificatosi negli anni '60-'70 non sia più riproducibile oggi.
Lamenta la scomparsa dei classici - e su questo mi trovo pienamente d'accordo - e fa alcune considerazioni sulle regole del mercato editoriale, che, opportunamente modificate, potrebbero portare giovamento a questo settore sempre più sprofondato in una crisi nera e, forse, al popolo dei lettori.

Per quanto mi riguarda due sono le domande che dovrebbero stare all'origine della discussione: chi scrive oggi e perché? Quali sono i parametri che definiscono la buona letteratura?
Personalmente penso che la letteratura non possa, o per lo meno non dovrebbe, essere costretta nelle comuni regole commerciali e che buona parte dei cattivi libri in circolazione siano frutto della volontà di costruire sulla lettura un mercato editoriale che non tiene conto della specificità del prodotto.

Forse per gli editori le cose potrebbero iniziare ad andare meglio se più persone condividessero l'affermazione di Citati, secondo cui "niente è meno costoso, e tanto indispensabile, come il piacere della lettura". Io la condivido.

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