domenica 20 ottobre 2019

I Goldbaum - Natasha Solomons


Di questo libro mi è piaciuto tutto, dalla copertina, raffinata, secondo il classico stile Neri Pozza, alla pagina dei ringraziamenti finali che mi hanno fatto un po’ commuovere e un po’ ingelosire.
Natasha Solomons è una giovane donna (ce l’ho), una mamma (ce l’ho) e una scrittrice, molto brava tra l’altro (mi manca…).
I Goldbaum è un romanzo storico costruito e narrato benissimo.  Dietro deve esserci stato un lavoro di ricerca e documentazione immenso.
Si parte da Vienna, palazzo Goldbaum, dove conosciamo Greta, la giovane rampolla della famiglia più ricca e potente della città, che si prepara contro voglia alle nozze con Albert Goldbaum a cui è stata destinata per rinforzare i legami famigliari, come da tradizione.
I Goldbaum sono ricchissimi finanzieri ebrei,  si sposano solo tra di loro per garantire il prosperare delle famiglie e della rete di banche sparse per l’Europa. Viaggiano su uno sfarzoso treno privato tra Vienna, Parigi, Londra e Ginevra, parlano fluidamente tre lingue, sono di un’eleganza senza macchia e di una correttezza morale strabiliante, e ne daranno prova durante la Prima Guerra Mondiale in cui verranno coinvolti massicciamente. Ma non voglio anticipare nulla.
Greta è uno spirito libero che mal sopporta le convenzioni sociali dell’epoca e della sua classe sociale, e ama follemente, ricambiata, suo fratello Otto, di cui invidia la libertà di uomo.
Albert è il figlio designato ad ereditare l’impero economico della banca Goldbaum di Inghilterra, figlio e professionista ligio al dovere e rispettoso delle convenzioni, con un’insolita passione per le farfalle.
Come si può intuire l’intesa tra i due non è scontata.
Greta è senza dubbio la protagonista, ma tutti i personaggi sono delineati splendidamente, ognuno ha il suo carattere e la sua forza (e/o debolezza).
Il nucleo intorno a cui tutto si sviluppa è la nuova famiglia formata da Greta e Albert che, nonostante le catastrofiche premesse, si impegneranno a percorrere una strada che sembrava impraticabile.
E poi ci sono i giardini, quello addomesticato di Lady Goldbaum e quello più selvatico di Greta, entrambi di importanza cruciale per le due donne che se ne prendono cura.
Di solito non amo i romanzi che parlano di guerra, ma qui ho apprezzato anche le parti più militari, crude e realiste, come anche le discussioni economiche, tanto distanti dal mio sentire.
E’ un romanzo molto concreto, molto visuale e fisico, con una particolare sensualità.
Non ci si abbandona a sentimentalismi, eppure il libro è tutto innervato di sentimenti ed emozioni, grazie alle quail la storia avanza.
E’ una storia lunga, intensa, fluida, mai noiosa o banale.
I Goldbaum mi faranno compagnia per un bel po’ e cercherò’ di non dimenticarmi di Greta quando si tratterà di prendere delle decisioni.
Devo anche dire che ho una particolare affinità con Greta, anche nel suo essere immigrata in terra straniera - Inghilterra anche per lei - e di sentirne tutta la fatica.
Non è solo la nostalgia di casa a pesare, la lontananza dalla famiglia e dagli amici, ma anche il senso di appartenenza che inizia a vacillare, il non sapere come definirsi.
Sono i sapori abituali che ti mancano e che nemmeno il cuoco più abile riesce a ricreare. Sono gli odori, la luce e le sfumature.

"Greta si sentiva estranea persino a se stessa, costantemente sbalestrata. Poteva anche parlare la lingua con disinvoltura, ma le sfumature la facevano ancora vacillare. Non era arguta in inglese, o semplicemente non aveva amici con i quali esserlo."

...la mia frustrazione quotidiana.

Natasha Solomons, I Goldbaum, Neri Pozza, Vicenza 2019.







venerdì 11 ottobre 2019

Normal People - Sally Rooney



Normal People é uno dei libri più originali che io abbia letto ultimamente. E’ senza dubbio moderno, nei temi, nella lingua e nelle movenze. Ha una sua voce particolare, e questa é una qualitá che apprezzo sempre nella narrativa. E’ quasi tutto dialogo, ma non troverete nemmeno una virgoletta ad aprire il discorso diretto. Normalmente la mia indole da insegnante mi avrebbe portato a tirare fuori la penna rossa, ma trovo che qui la scelta sia azzeccata. Il rapporto simbiotico e l’incastro perfetto dei corpi dei due personaggi principali sembra riflettersi anche in questo scorrere fluido della conversazione, senza barriere nette tra il detto dall’uno e dall’altro.
Non so se lo definirei una storia d’amore, non risponde ai classici canoni del romance, é la storia di una relazione molto forte e intensamente vissuta.
Marianne e Connell sono compagni di scuola e non potrebbero essere più diversi: lui é il classico bravo ragazzo, popolare e ben voluto da tutti, compagni e insegnanti. Figlio di una mamma single che non si é lasciata travolgere dagli eventi della vita. Lei, secchiona e isolate, é la rampolla di una famiglia tanto benestante quanto disfunzionale.
Tra i due si sviluppa una relazione passionale, intensa e decisamente complicata.
Non possono vivere l’uno lontano dall’altro, ma non riescono nemmeno a vivere insieme nella quotidianitá. Il loro rapporto sembra escludere tutto il resto e non ammettere l’interferenza di niente e di nessuno. Quando qualcosa si interpone, la relazione soffre, vacilla e si interrompe con conseguenze drammatiche.
Ho iniziato la lettura in condizioni eccezionali, sveglia prima dell’alba nella casa ancora addormentata e senza accorgermene ho trascorso due ore ininterrotte, completamente immersa e dimentica della realtá. Il primo terzo del libro é andato così. Poi i doveri domestici hanno interrotto l’idillio, giusto in tempo per salvarmi dal vortice di morbositá in cui rischiavo altrimenti di essere risucchiata. Da quel punto in poi ho cercato di mantenere le distanze.
Se siete coraggiosi, penso pero’ che il modo migliore di leggere questo romanzo sia l’immersione totale. Potreste uscirne un po’ ammaccati, nauseati e spaesati.
Il rimedio sará aprire un buon classico, giocare con i vostri bambini o preparare la cena.


martedì 1 ottobre 2019

Niente caffé per Spinoza - Alice Cappagli


Niente caffé per Spinoza: il titolo mi piace moltissimo e mi aveva posto nell’aspettativa di dialoghi filosofeggianti, di uno scambio culturale, di qualcosa di simile a Il mondo di Sofia, forse, che impazzava quando ero ragazzina.
Si é rivelato per me uno di quei libri che si leggono distrattamente, e che una volta chiusi muiono lì. I personaggi non sono approfonditi, ma solo esagerati e l’insieme finisce per dare un’impressione di recita e artefatto.
Abbiamo un professore in pensione, cieco e forse con un’incipiente demenza senile, una figlia musicista bohemiene, orfana di madre e con un passato da risolvere, una donna con un matrimonio che sta andando a rotoli e un disperato bisogno di lavorare. Intorno a questi personaggi principali ruotano un paio di ex student del professore, degli amici parimenti strampalati e intellettuali. Maria Vittoria, in rotta con il marito, implicato in traffici poco puliti, trova lavoro come governante da questo eccentrico professore. Tra le sue mansioni, oltre a pulizie, cucina e somministrazione dei medicinali, la lettura di giornali o passaggi di saggi filosofici, su richiesta del professore.


Ecco, questi stralci e citazioni sembrano inserirsi a forza in una trama altrimenti troppo banale, con tanto di principe azzurro travestito da biologo marino.
Quello che mi sento di salvare di questo libro sono le descrizioni e le suggestioni della cittá di Livorno, quelle sì realistiche ed emozionanti.

giovedì 19 settembre 2019

Memoirs of an ex-prom queen - Alix Kates Shulman


"As the philosophers implied, love was the frosting that made life delicious, not the stuff of sustenance. I made a sensible marriage instead".

Un altro memoir per me; molto diverso dal precedente. Questo è un romanzo a tutti gli effetti anche se il titolo recita memoirs.
E' la storia di Sasha Davis una graziosa ragazza che vediamo crescere attraverso le varie fasi della vita: bimba, ragazzina, ragazza bellissima e piena di risorse, brillante studentessa universitaria, giovane moglie e lavoratrice, moglie per la seconda volta e, per finire, mamma.
Siamo in America negli anni '50 e Sasha sembra avere tutte le carte in regola per essere l'incarnazione del modello femminile americano del dopoguerra, soprattutto un viso e un corpo favolosi, tanto da farla eleggere reginetta della scuola a soli 15 anni, da farla ammirare (e non solo) da diversi uomini, e da portare sua madre a riporre tutte le speranze di riuscita della figlia proprio su quel che ha di più effimero, il suo aspetto fisico, considerato la più importante fonte di successo per una donna.
Sasha, cresciuta all'ombra di questo mito e nell'attesa della liberazione dall'apparecchio ortodontico per sbocciare in tutto il suo fulgore, sembra seguire i passi della madre. Impalmata dal più popolare giocatore di football della scuola, si trova ben presto invischiata in un gioco di ruoli che le va stretto. Cerca di sottrarvisi allontanandosi da casa per una esperienza lavorativa prima e per studiare all'università poi, ma lo schema sembra ripetersi inesorabilmente.
Gli uomini sembrano volere solo e sempre la stessa cosa da lei: sesso.
Persino il rapporto con il professore di filosofia, che sembrava aprire nuove possibilità, si riduce a puro accoppiamento, extraconiugale per di più.
Di sesso e di parlare di sesso ce n'è molto in questo libro, anche un po' troppo per quanto mi riguarda.
Il primo terzo del libro gira tutto intorno a quello e francamente l'ho trovato fastidioso.
Al giro di boa dei vent'anni (eh sì, questo giro di boa arriva sempre più tardi. Dai venti siamo passati ai trenta, poi ai quaranta e ora sembra che si può essere ragazzi ancora fino ai 50 anni) Sasha, disillusa, decide di mettere da parte il suo amore smisurato per la filosofia e di cercarsi un buon marito. Se deve rientrare nei ranghi, vuole farlo alle sue condizioni.
Si cerca un marito che la ammiri, che condivida la sua passione per lo studio e le lasci una discreta libertà. Frank, promettente studente della facoltà di storia, sembra essere quello giusto. Sasha mette subito le cose in chiaro: lavoreranno a turno per portare a casa lo stipendio e poter continuare a studiare, non cadranno nelle classiche costrizioni coniugali e, soprattutto, niente figli.
Inizialmente il loro amore fatto di buon sesso, studio, musica e libri, sembra funzionare alla grande, ma ben presto qualcosa si incrina. Sasha, in quanto donna, fa fatica ad avanzare in ambiente accademico, mentre Frank fila come un treno. Per permettere a lui di cavalcare l'onda e progredire nella sua carriera, sarà lei a sobbarcarsi tutto il lavoro di bassa manovalanza, tralasciando, e poi rinunciando, agli studi.
Sasha riproverà a vivere il suo idillio in un secondo matrimonio che finirà in una quotidianità così trita da fare chiudere il libro con un senso di amarezza e un sospiro di sollievo.
Le pagine sulla maternità sono così affrettate e realisticamente banali da lasciare un velo di tristezza e un moto di rivolta verso questa visione della vita familiare.
Pur essendo un libro molto diverso, mi ha ricordato Il grande Gatsby, probabilmente proprio per la fastidiosa sensazione di stanchezza e disillusione che mi ha lasciato.
Davvero la vita si riduce a questo?

Il libro mi è arrivato nella scatola tematica body positivity e sinceramente mi aspettavo di leggere qualcosa di diverso. Non penso che sia una scelta azzeccata. E così si conclude anche la mia prima esperienza di book subscription box. Il primo libro era sicuramente centrato sul tema, ma di una noia ammorbante, il secondo mi ha lasciato poco soddisfatta e il terzo, purtroppo, era un libro che avevo già letto e, come me, immagino molti altri, dato che se ne è parlato ovunque ultimamente.

Alix Kates Shulman, Memoires of an ex prom-queen, Sepent's Tail, London 2019.



sabato 14 settembre 2019

Guardaroba - Jane Sautière


“Posto sul piano del bisogno il vestito è spesso superfluo”.

Superata la necessità di vestirsi per coprirsi, per proteggersi dal freddo (o dal caldo, come Jane Sautière ci insegna) e dagli sguardi indiscreti (ma qui siamo già un passo avanti nelle sovrastrutture sociali) rimane da chiedersi perché ci vestiamo? O meglio, perché scegliamo di vestirci così come facciamo? Come scegliamo i nostri vestiti?
Vestirsi è un atto quotidiano, tanto che quando non lo facciamo, è quel mancato atto che definisce la giornata. I pyjamas days sono i giorni della lentezza, della pigrizia e dell’indulgenza verso se stessi e la propria famiglia, per esempio. Oppure, in uno scenario ancora più eccezionale, e sicuramente più triste, il fatto di non vestirsi può riportare alla mente una degenza in ospedale, o, pensando invece a situazioni decisamente più piacevoli, un incontro amoroso.
E’ luogo comune la celebre frase proferita davanti a un armadio aperto e strabordante di vestiti, solitamente da una donna: “Non ho niente da mettermi”.
Per quanto possa apparire paradossale, può’ essere effettivamente vero che un armadio per quanti capi conti non contenga quello che soddisfi le nostre esigenze del momento. Questo solitamente accade perché il nostro corpo, i nostri gusti e le nostre esigenze cambiano con noi e quindi spesso ci troviamo nell'armadio tanti capi che non ci rispecchiano più, che non ci servono più o che semplicemente non ci entrano più.
La risposta a questo è banalmente quello che oggi viene chiamato decluterring, ovvero, per dirla senza troppi giri di parole, buttare via, sbarazzarsi di quanto non va più, in senso lato.
Penso che stia proprio qui la differenza tra armadio e guardaroba.
Per quanto mi riguarda da un po’ di tempo ho un armadio (che è in realtà la scatola usata per il trasloco) in cui conservo tutti i vestiti che potrebbero tornare utili o amati un giorno, e un guardaroba, che è una semplice rella, dove hanno casa gli abiti che invece indosso giornalmente.
L’armadio è il regno dell’accumulo, della varietà, dell’abbandono ma anche della scoperta perché ogni tanto ci ripesco qualcosa; il guardaroba è il regno della selezione, della sicurezza, del presente, è dove guardando mi riconosco.
Entrambi possono racchiudere ricordi e affetti.
Ho con i miei vestiti lo stesso tipo di rapporto che ho con i miei libri, ognuno di loro è un pezzetto di vita, un ricordo, un’occasione, a volte anche un’occasione mancata. Poi ci sono tutti quei capi funzionali che invece sono un po’ come i biglietti dell’autobus usati come segnalibri. Servono e li uso fino a quando si consumano, poi si sostituiscono senza rimpianti.
E’ su una dolorosa operazione di decluttering (dai, facciamo un po’ le moderne) che si apre Guardaroba: svuotare le case e gli armadi dei genitori morti, e scegliere come vestire i loro corpi.
Considerando la tendenza all'accumulo di mia mamma so che mi toccherà un compito durissimo. Ma non voglio pensarci ora!
Penso invece alle varie incursioni che faccio nel suo guardaroba quando ne ho l’occasione. Quasi sempre salta fuori qualcosa di speciale che mi porto a casa come un tesoro. Spesso sono abiti difficili da portare, ma mi piace averli con me.
“Un ritrovamento è sempre assolutamente nuovo, siamo gli inventori di un tesoro.”
E’ difficile definire questo libro che si presenta come un memoir, ed è effettivamente quello che è. Finalmente! Dopo un saggio travestito da romanzo e un non si sa bene cosa.
Jane Sautière fa un viaggio nella sua vita vissuta in tre paesi che più diversi tra loro non potrebbero essere, Francia, Cambogia e Iran, e lo fa attraverso gli abiti di cui si è rivestita o che semplicemente ha portato con sé.
Facciamo la conoscenza dei suoi “dolcevita che pizzicano e grattano. Tranne uno nero che era morbido e resistente”. Dei suoi cappotti vissuti come case, del kimono nero con draghi rosso fuoco, dei pantaloni “che permettono di allungare il passo e di scegliere accuratamente la propria andatura, e onestamente non è cosa da poco”.
Si tratta di brevi ricordi, quasi fotografie, suggestioni.
Probabilmente la cosa più vicina alla poesia che io abbia letto ultimamente.
Scrivere un vestito perduto, dimenticato, farlo uscire da quel guardaroba così oscuro, guardare ciò che è stato nel suo ordinario e nel suo straordinario, se ne ha avuto uno”.

Jane Sautière, Guardaroba, La Nuova Frontiera, Roma 2018.


sabato 7 settembre 2019

The word for woman is wilderness - Abi Andrews. Un'occasione mancata

Una serie di circostanze mi hanno portato a sottoscrivere il mio primo abbonamento a una book box. Tra queste, la voglia di farmi un regalo, la volontà di uscire un po’ (ma non troppo) dalla mia  comfort zone e avvicinarmi a una diversa tipologia di libri, il tema del mese dell’abbonamento prescelto, l’eco-femminismo.
Mio marito si era appena unito a un gruppo di attivisti per l’ambiente e aveva iniziato a portare a casa opuscoli, libri e discorsi tutti incentrati sull'ecologia, il disastro ambientale a cui stiamo correndo incontro e soprattutto le iniziative (piccole e grandi) necessarie per cercare di invertire la rotta.
E’ così che ho fatto la conoscenza di Rachel Carson, che ho iniziato a frequentare il negozio Bare Alternative che vende tutto sfuso, che ho iniziato ad usare la borraccia non solo in palestra e ad essere più attenta ai consumi quotidiani, anche se la strada è ancora lunga e irta di difficoltà.


Books that matter propone scatole libresche in abbonamento con un tema mensile sempre diverso, ma con un comune denominatore: il femminismo. Le autrici sono sempre donne, i personaggi sono sempre femminili e i testi prescelti vogliono essere un messaggio importante per noi donne.
Sono libri che solitamente non si trovano sugli scaffali delle grandi librerie e a me piace anche questo aspetto di scoperta.
Ad accompagnare il libro ogni mese troviamo un segnalibro e altre stampe (avete visto che belle le Bodyposy cards della mia seconda scatola?!) e alcuni oggetti di uso quotidiano creati da piccole artigiane indipendenti.

Nella prima scatola ho trovato un interessante opuscolo sull'impatto ambientale dell’industria della moda che ha cambiato molto il mio approccio agli acquisti (e non solo l’ambiente, ma anche il portafoglio ringrazia!) una cannuccia riutilizzabile in metallo e un sacchettino di semi di fiori di campo che aspetto il momento buono per seminare.


Ma veniamo al pezzo forte, il libro: The word for woman is wilderness.
Il titolo e la copertina sono bellissimi. La carta su cui è stampato mi piace molto, spessa, un po’ ruvida, opaca, ovviamente riciclata. Il carattere scelto mi piace meno, troppo piccolo. Il logo della casa editrice, Serpent's Tail, è, invece, molto bello.
Insomma, è un bell'oggetto. E meno male, perché è da due mesi che me lo porto in giro! Mi mancano ancora trenta pagine.
Per quanto mi riguarda è una lettura piuttosto difficile e, a dirla tutta, noiosa.
Gli intenti sono buoni, ma l’autrice si perde nel suo filosofeggiare e nel suo sfoggio di erudizione.
La trama è scarna: Erin, la giovane protagonista, parte dall'Inghilterra diretta in Alaska, da sola e con un bagaglio minimale per dimostrare a se stessa e al mondo che può farcela, che l’avventura estrema non è prerogativa dei soli uomini. Il suo intento è girare un documentario.
Per la strada fanno la loro comparsa alcuni altri personaggi che non vengono però sviluppati. Anche la caratterizzazione della protagonista non è affatto convincente.
Sembra che l’autrice abbia voluto veicolare un messaggio, sulla cui importanza non discuto, ma abbia forse scelto la forma sbagliata.
Aveva un’idea e ha cercato di costruirci intorno una cornice.
Il testo non è abbastanza scientifico per essere definito un saggio, ma nemmeno abbastanza letterario per essere classificato come romanzo.
A tratti sembra proprio che vengano tirati in ballo autori, filosofi e pensatori solo per dimostrare la competenza dell’autrice, come a dire “vedete, ho studiato, mi sono documentata”. Ieri sera ho letto una decina di pagine di cui non mi vergogno di confessare di aver perduto il filo mille volte e non aver ritenuto alcun significato.
Erin era appena giunta in vetta a una montagna e ridiscesa dopo una notte di accampamento in alta quota e ha iniziato a filosofeggiare. Sono comparsi una serie di autori più o meno conosciuti; francamente non so bene per quale motivo..

Avevo capito fin dall'inizio che sarebbe stata una lettura travagliata. Ho fatto fatica a entrare nel libro, che comunque non è mai stato coinvolgente, aveva ripreso un po’ di vivacità dopo il primo quarto, per poi perderla drasticamente nell'ultimo.
Voglio comunque portare a termine la lettura perché gli intenti sono onorevoli, ma si sa dove vanno a finire le buone intenzioni…

A mio parere un’occasione mancata e che rischia di diventare controproducente.

Peccato!


domenica 1 settembre 2019

Il libro che "proprio non ci siamo"

Non riesco assolutamente a ricordarmi come questo libro sia finito nella mia lista dei desideri. Consigliato da qualcuno su Instagram? Letto una recensione? Visto nelle novità della casa editrice? Non riesco a raccapezzarmi.
L’ipotesi più probabile è che mi sia fatta attirare dal titolo: La  meraviglia dell’ultmo amore. Che poi in realtà non è nemmeno il titolo.

Mi sono sentita un po’ truffata da questo libro: 10 Euro per un libretto di circa 100 pagine, stampate a grandi caratteri e spaziosa interlinea. Appunti sparsi e riflessioni “da diario”. Nessuna struttura, nessuna storia, nessuna tesi. Non è un saggio, non è un romanzo, non è una raccolta di racconti e nemmeno di poesie.

Certo ci sono frasi ad effetto, paragrafi scritti appositamente per essere sottolineati, si direbbe. Ma, andiamo, sono discorsi da amaro lucano tra amici!
Che in quel contesto avrebbero anche il loro spessore, ma dargli dignità di libro mi mette molti dubbi sui sistemi di selezione della casa editrice.
Un incrocio tra Enrico Brizzi (vedi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo) e De Carlo, senza nemmeno lo sforzo di costruirci una storia intorno.

La sua tesi, se così la vogliamo chiamare, è che in barba alle celebrazioni ricorrenti del primo amore, quello che davvero conta è l’ultimo amore, quello che ci fa sentire arrivati e appagati. Quello che ci fa arrivare “in un luogo da cui non voler ripartire al risveglio”.
Per tutto il (poco) tempo che è durata la lettura, mi sono chiesta di chi fosse figlio questo autore. Ho scoperto che è un giornalista, il che spiega sia il tono della scrittura che l’accesso facilitato alla pubblicazione.

Guardando le stelline di valutazione sui vari social ha quotazioni piuttosto alte, ma qui la spiegazione è facile: chi legge questi libri li cerca proprio per quello che sono. Poi ci sono quelli come me che ci inciampano per errore.

Gabriele Romagnoli, Senza fine, Feltrinelli, Milano 2018.

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